Istituto Milton Friedman: il convegno alla Milano Fashion Week: quattro panel su diritti femminili, sicurezza e libertà di scelta
Cinquantuno giorni nelle mani di Hamas, dieci anni di prigionia dopo il rapimento dell’ISIS, la repressione in Iran e l’esclusione delle ragazze afghane dalle scuole. Sono alcune delle testimonianze portate a Milano al convegno “Donne: la libertà è sempre di moda”, organizzato dall’Istituto Milton Friedman al Centro Congressi Assolombarda durante la Milano Fashion Week. Quattro panel hanno affrontato diritti femminili, terrorismo, sicurezza e libertà di scelta.
Aviva Siegel, rapita da Hamas insieme al marito Keith il 7 ottobre 2023, ha ripercorso i 51 giorni trascorsi in prigionia a Gaza. Fame, lunghi periodi sottoterra e il timore che il marito non sopravvivesse. “Non volevo vederlo morto. L’unica cosa che pensavo era: per favore, fatemi morire prima”. Siegel ha parlato anche di Ela Elyakim, allora otto anni, seduta sulle sue gambe mentre i sequestratori dicevano a lei e alla sorella Dafna che Israele non esisteva più. “Ela non riusciva a smettere di piangere”.
Elyakim, cittadina israeliana e italiana, fu sequestrata il 7 ottobre nel kibbutz di Nahal Oz insieme alla sorella. A Milano ha ricostruito per la prima volta pubblicamente alcuni momenti dei 51 giorni di prigionia. “Ci hanno portato in una specie di gabbia, come quella dei cani, solo un po’ più grande”. Alla domanda su cosa le avesse dato la forza di resistere, ha risposto: “Mia sorella”. Oggi, ha aggiunto, “sto bene. È come se avessi superato il peggio”.
Un’altra storia di prigionia è quella di Fawzia Amin Sido, yazida di Sinjar sequestrata dall’ISIS nel 2014, quando aveva dieci anni. Ha descritto la separazione dal fratello, la vendita, le catene, le percosse e le torture. Nel 2020 fu portata a Gaza dove, secondo la sua testimonianza, venne costretta sotto minaccia a sposare un jihadista e ad avere due figli. Dopo dieci anni è stata liberata. “Non sono qui per chiedervi compassione, chiedo umanità. Voglio essere di nuovo solo una figlia, una figlia che può abbracciare di nuovo sua madre”.
Dall’Afghanistan, Husna Jalal, fondatrice di Women for Change International e oggi residente nei Paesi Bassi, ha denunciato le restrizioni imposte dai Talebani e l’esclusione delle ragazze dall’istruzione oltre la sesta classe. Ha definito la loro condizione un “apartheid di genere”. “Le ideologie estremiste non rispettano i confini”, ha avvertito. Poi si è rivolta all’Europa: “Siamo fuggiti dal nostro Paese. Dove dovremmo andare adesso, su Marte?”.
Elaheh Tavakolyan ha portato invece sul palco la protesta iraniana. Ha aperto l’intervento alzando il pugno e chiedendo al pubblico: “Vedete una terrorista?”. Ha riferito di essere scesa in strada insieme alle figlie e di essere stata colpita durante le manifestazioni. “Donna, vita, libertà. Libertà per l’Iran”, ha scandito. A una delle figlie che le chiedeva perché protestare aveva risposto: “Per la libertà. Perché voi non diventiate come la nostra generazione, repressa e costretta al silenzio”. “Se tornassi indietro rifarei la stessa scelta. In me non c’è alcun rimpianto”.
I lavori sono stati aperti da Dario Peirone, direttore generale dell’Istituto Milton Friedman, mentre Alessandro Bertoldi, direttore esecutivo dell’Istituto, ha seguito l’organizzazione dell’iniziativa. Tra gli esponenti istituzionali intervenuti figurano le senatrici Mariastella Gelmini, Elena Murelli e Daniela Santanchè, la deputata Alessia Ambrosi e i consiglieri regionali lombardi Giulio Gallera, Sergio Gaddi e Marco Bestetti. L’ex deputato Roberto Bagnasco, introducendo il primo panel, ha affermato che “il destino dell’Iran appartiene solo al suo popolo”.
Santanchè ha definito il burqa una “prigione portatile” e ha indicato cinque priorità: libertà di scelta nell’abbigliamento, contrasto ai matrimoni forzati e alle mutilazioni genitali femminili, protezione per chi fugge dalla repressione iraniana, responsabilità per chi arresta, tortura o uccide donne e giovani e coinvolgimento del mondo della moda. “Le parole sono importanti, però poi c’è l’azione”.
Il secondo panel, moderato dal giornalista Mediaset Francesco Vecchi, ha affrontato la violenza contro le donne come strumento di terrore durante gli attacchi del 7 ottobre. Ruth Halperin-Kaddari, direttrice del Rackman Center della Bar-Ilan University e cofondatrice del Dinah Project, ha illustrato il lavoro di documentazione sulle violenze sessuali commesse durante gli attacchi e nella prigionia degli ostaggi.
Nel panel dedicato a donne e sicurezza, la senatrice Elena Murelli ha sostenuto che “non può esserci libertà senza sicurezza”, richiamando anche il tema dell’indipendenza economica. Manel Msalmi ha portato il punto di vista dei musulmani europei impegnati contro l’estremismo islamista, chiedendo maggiore attenzione alle reti radicali e alle organizzazioni che, secondo il suo intervento, sostengono Hamas.
Moda e diritto di scelta sono stati al centro dell’ultimo panel, moderato dalla giornalista Barbara Politi e preceduto da una breve sfilata della linea “Lux”. La stilista Chiara Boni ha definito la moda uno “specchio dei tempi”, capace di accompagnare i cambiamenti sociali e l’emancipazione femminile. Farnoush Hamidian, modella e attrice nata in Iran, ha chiuso il filo delle testimonianze: “Non c’è niente di più prezioso, per una donna iraniana, della libertà”. Essere liberi, ha spiegato, significa poter ridere in pubblico, ballare, sentire i capelli al vento e soprattutto “avere il diritto di scegliere cosa fare, cosa essere, come vivere”.


