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Cronache

Di Antonino D'Anna

I lettori ci scuseranno se non ci associamo a trionfanti “bollettini della vittoria” a proposito della Giornata Mondiale della Gioventù chiusasi qualche ora fa in quel di Rio de Janeiro; perché sarebbe troppo scontato. Quello che resta, al di là delle orde di giovani festanti e a volte starnazzanti come spesso accade in queste occasioni, è tutt'altro e va molto di più in profondità. È un messaggio sottile che tratteggia la figura di Papa Francesco e lo mostra per quello che è.

UN UOMO DISARMATO- Il primo elemento che appare è l'estrema semplicità di un uomo letteralmente disarmato. Si racconta che quando Giovanni XXIII vide una ripresa cinematografica su di lui, si lamentò per l'eccessiva presenza di figure militari o militaresche attorno alla sua persona: “Non mi piace. – disse – Il Papa deve arrivare sulle ali della pace e non sulle picche dei militari”. Cinquan'anni dopo la profezia giovannea è completamente realizzata: Jorge Mario Bergoglio ha viaggiato con una Fiat Idea non blindata, è salito sulla papamobile senza alcun vetro corazzato a proteggerlo (solo un tettuccio di plexiglass a ripararlo dalla pioggia), ed è pure finito per errore in mezzo alla folla dove ha semplicemente reagito da par suo. Ossia benedicendo e non negandosi a chi lo cercava. Con buona pace della Gendarmeria vaticana che veglia sulla sua persona e a disdoro dei brasiliani, che hanno evidenziato alcune pecche nell'organizzazione della GMG (vedi sotto).

LA VISITA NELLA FAVELA- Altro elemento emerso in questa GMG, altro gesto che dovrebbe far riflettere tanti, dai fedeli al clero. Il Papa ha chiesto e ottenuto di visitare una favela. Precisamente quella di Varginha, periferia di Rio. Qui il Pontefice ha incontrato, lontano dalle telecamere, una famiglia, e si è presentato come il parroco locale: “Avrei voluto bussare a tutte le porte, prendere un cafezinho con tutti. Ma il Brasile è così grande, e ho scelto voi che rappresentate tutti i rioni”. Poi un forte richiamo alla dottrina sociale: c'è tanto Paolo VI, tanta “Populorum Progressio” nelle parole che Bergoglio ha rivolto alle autorità (e a differenza del nostro amato Paese, non risultano esponenti di questo o quel partito che si siano immediatamente dedicati a chiedergli di svolgere una missione esclusivamente pastorale, come invece accaduto in Italia dopo la visita del Papa a Lampedusa): “Non stancatevi di lavorare per un mondo più giusto e più solidale! Nessuno può rimanere insensibile alle disuguaglianze che ancora ci sono nel mondo”. Come aveva scritto Paolo VI nel '67? Che la Chiesa “trasale” innanzi alle ingiustizie sociali, davanti ai popoli della fame che interpellano quelli dell'abbondanza. E il Brasile, gigante economico dai piedi d'argilla, ha bisogno di parole come queste. Ancora Francesco: “Ognuno, secondo le proprie possibilità e responsabilità, sappia offrire il suo contributo per mettere fine a tante ingiustizie sociali”. In nome della “cultura della solidarietà”. Perché, altro tratto giovanneo, “La Chiesa è con voi, il Papa è con voi!”.

I NONNI E LA CROCE- Molto bello il richiamo del Papa ai giovani sulla figura di nonni e bambini, giorno 26 (festa dei Santi Gioacchino ed Anna): qui il Pontefice ha ricordato il valore della famiglia anche e soprattutto come luogo di preghiera e trasmissione della fede. Un invito a quell'evangelizzazione domestica che spesso in Occidente, terra di religiosità dello scenario (dove cioè si entra in chiesa solo per battesimi, comunioni, cresime, matrimoni, funerali), viene dimenticato. Alla Via Crucis dello stesso giorno Francesco ha interpellato i giovani con parole sferzanti: “Con la Croce Gesù si unisce a tutte le persone che soffrono la fame in un mondo che, dall'altro lato, si permette il lusso di gettare via ogni giorno tonnellate di cibo; con la Croce, Gesù è unito a tante madri e a tanti padri che soffrono vedendo i propri figli vittime di paradisi artificiali come la droga; con la Croce, Gesù si unisce a chi è perseguitato per la religione, per le idee, o semplicemente per il colore della pelle”. E ancora: “Nella Croce, Gesù è unito a tanti giovani che hanno perso la fiducia nelle istituzioni politiche perché vedono l'egoismo e la corruzione o che hanno perso la fede nella Chiesa, e persino in Dio, per l’incoerenza di cristiani e di ministri del Vangelo. Quanto fanno soffrire Gesù le nostre incoerenze!”. Le incoerenze sono anche dei ministri del Vangelo: qualcuno nel clero, anche Oltretevere, dovrà pensarci.

IL DISCORSO PROGRAMMATICO- Chiudiamo infine con il discorso che il Papa ha pronunciato venerdì 27 luglio nel corso dell'incontro con i cardinali, la presidenza della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile e con i Vescovi brasiliani presso l'Arcivescovado di Rio. Un discorso molto denso ma che tratteggia il modo di vedere e fare chiesa dell'attuale Papa. Prima di tutto l'opzione preferenziale per i poveri (la teologia della liberazione, sia chiaro, non c'entra niente: usiamo l'espressione per semplificare). Tanta fame e poche risorse: “La gente ha sempre bisogno di pane. Gli uomini partono sempre dei loro bisogni, anche oggi”. Bene il richiamo ai tempi della Chiesa e la capacità di leggere i segni di Dio: “Noi vogliamo vedere troppo in fretta il tutto e Dio invece si fa vedere pian piano. Anche la Chiesa deve imparare questa attesa”. Come dev'essere questa Chiesa? “Una Chiesa che fa spazio al mistero di Dio; una Chiesa che alberga in se stessa tale mistero, in modo che esso possa incantare la gente, attirarla. Solo la bellezza di Dio può attrarre. La via di Dio è l’incanto che attrae. Dio si fa portare a casa. Egli risveglia nell’uomo il desiderio di custodirlo nella propria vita, nella propria casa, nel proprio cuore. Egli risveglia in noi il desiderio di chiamare i vicini per far conoscere la sua bellezza. La missione nasce proprio da questo fascino divino, da questo stupore dell’incontro. Parliamo di missione, di Chiesa missionaria”. Certo, il Papa sa che la missione non è facile, e lo dice: “Le reti della Chiesa sono fragili, forse rammendate; la barca della Chiesa non ha la potenza dei grandi transatlantici che varcano gli oceani. E tuttavia Dio vuole manifestarsi proprio attraverso i nostri mezzi, mezzi poveri, perché sempre è Lui che agisce. (...) Il risultato del lavoro pastorale non si appoggia sulla ricchezza delle risorse, ma sulla creatività dell’amore”. Terzo elemento: “Un’altra lezione che la Chiesa deve ricordare sempre è che non può allontanarsi dalla semplicità, altrimenti disimpara il linguaggio del Mistero e resta fuori dalla porta del Mistero, e, ovviamente, non riesce ad entrare in coloro che pretendono dalla Chiesa quello che non possono darsi da sé, cioè Dio. A volte, perdiamo coloro che non ci capiscono perché abbiamo disimparato la semplicità, importando dal di fuori anche una razionalità aliena alla nostra gente. Senza la grammatica della semplicità, la Chiesa si priva delle condizioni che rendono possibile 'pescare' Dio nelle acque profonde del suo Mistero”. Il Papa invita alla speranza: “Non bisogna cedere al disincanto, allo scoraggiamento, alle lamentele. Abbiamo lavorato molto e, a volte, ci sembra di essere degli sconfitti, e abbiamo il sentimento di chi deve fare il bilancio di una stagione ormai persa, guardando a coloro che ci lasciano o non ci ritengono più credibili, rilevanti”. Ma la sfida è ancora importante e avvincente: “Il fatto è che oggi ci sono molti che sono come i due discepoli di Emmaus; non solo coloro che cercano risposte nei nuovi e diffusi gruppi religiosi, ma anche coloro che sembrano ormai senza Dio sia nella teoria che nella pratica. Di fronte a questa situazione che cosa fare? Serve una Chiesa che non abbia paura di entrare nella loro notte (...). Serve una Chiesa che sappia dialogare con quei discepoli, i quali, scappando da Gerusalemme, vagano senza meta, da soli, con il proprio disincanto, con la delusione di un Cristianesimo ritenuto ormai terreno sterile, infecondo, incapace di generare senso”.

CHIESA DI COMPAGNIA- Davanti alla globalizzazione e i suoi miti, dice Francesco, “Serve una Chiesa in grado di far compagnia, di andare al di là del semplice ascolto; una Chiesa che accompagna il cammino mettendosi in cammino con la gente; una Chiesa capace di decifrare la notte contenuta nella fuga di tanti fratelli e sorelle da Gerusalemme; una Chiesa che si renda conto di come le ragioni per le quali c’è gente che si allontana contengono già in se stesse anche le ragioni per un possibile ritorno, ma è necessario saper leggere il tutto con coraggio. (…) Vorrei che ci domandassimo tutti, oggi: siamo ancora una Chiesa capace di riscaldare il cuore? Una Chiesa capace di ricondurre a Gerusalemme? Di riaccompagnare a casa? In Gerusalemme abitano le nostre sorgenti: Scrittura, Catechesi, Sacramenti, Comunità, amicizia del Signore, Maria e gli Apostoli... Siamo ancora in grado di raccontare queste fonti così da risvegliare l’incanto per la loro bellezza?”.

VIVERE CON LENTEZZA- Il Papa osserva che: “La ricerca di ciò che è sempre più veloce attira l’uomo d’oggi: Internet veloce, auto veloci, aerei veloci, rapporti veloci... E tuttavia si avverte una disperata necessità di calma, vorrei dire di lentezza. La Chiesa, sa ancora essere lenta: nel tempo, per ascoltare, nella pazienza, per ricucire e ricomporre? O anche la Chiesa è ormai travolta della frenesia dell’efficienza? Recuperiamo, cari Fratelli, la calma di saper accordare il passo con le possibilità dei pellegrini, con i loro ritmi di cammino, la capacità di essere sempre vicini per consentire loro di aprire un varco nel disincanto che c’è nei cuori, così da potervi entrare. (...). Serve una Chiesa che torni a portare calore, ad accendere il cuore. Serve una Chiesa capace ancora di ridare cittadinanza a tanti dei suoi figli che camminano come in un esodo”.

PAPATO E COLLEGIALITÀ- Per finire. Il Papa ha chiesto ai vescovi brasiliani di puntare sulla collegialità. È un evidente prefigurazione della riforma della Curia che il Pontefice si appresta a compiere. Da Rio il Papa torna evidentemente con le pile cariche e pronto a svolgere ancora più accuratamente la sua missione pastorale. Che la Chiesa latinoamericana sia viva, è quantomai evidente: in Italia non si vedrebbero mai vescovi e monsignori ballare sul palco al ritmo della dance come abbiamo visto nei giorni di Rio. C'è un senso di vitalità – e una testimonianza molto forte – che Bergoglio ha offerto in questo modo al mondo, e ovviamente al mondo cattolico. Ed è anche ipotizzabile che la prossima GMG di Cracovia 2016 sarà leggermente diversa.

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