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Cronache

 

Il gioco grande del potere Bonsanti

La testimonianza di una giornalista che ha combattuto il perverso intreccio di potere e di interessi che ha insidiato la democrazia dagli anni Settanta a oggi. Intreccio che, come dimostra l’autrice raccontando i protagonisti di quel tempo e gli episodi vissuti direttamente, ha fatto perdere la visione d’insieme della società come idea di “bene comune”. “Eppure c’è chi, anche in buona fede, è convinto che sia meglio non sapere come sono andate le cose... Costoro chiedono semplicemente di partecipare al ‘gioco’, il ‘gioco grande del potere’, per dirla con le parole di Giovanni Falcone”.

QUESTO LIBRO

di Sandra Bonsanti (per gentile concessione di Chiarelettere) 

«Sono stati i fascisti» annunciò il direttore dopo averci convocati tutti nel suo ufficio. Era il tardo pomeriggio del 12 dicembre 1969. La piccola redazione de «Il Mondo» di Arrigo Benedetti si affacciava sull’Arno e sul Ponte Vecchio. Poche le luci sul fiume. Ricordo che pareva già notte. Benedetti non era un giornalista sprovveduto e quello che diceva, per me, era vangelo. Ci trovammo così da subito, dalle prime ore dopo la strage di piazza Fontana, con quella certezza che nessuna versione ufficiale successiva avrebbe scalfito.

Da lì è cominciata la storia che mi riguarda e che riguarda molti dei giornalisti che per circa trent’anni hanno raccontato l’Italia violenta del terrorismo, della mafia, della corruzione, del potere occulto e della grave defezione della classe dirigente che nel migliore dei casi non voleva sapere, o fingeva di non voler sapere. L’Italia dello Stato, il nostro Stato, e dell’Antistato che lo ha sempre insidiato.

Ricordo un giorno alla Camera dei deputati, primi anni Ottanta. Mi viene incontro Lelio Lagorio, ministro della Difesa, il sorriso stampato sul volto di uomo molto potente. D’un tratto quel sorriso scompare e si trasforma in un’espressione dura. «Se continui così finirai sotto un ponte» mi dice, e se ne va verso il Transatlantico dove lo aspetta il solito codazzo di giornalisti.

“Ho il dovere di sperare, non voglio la responsabilità del cinismo”.

Francesco Rosi

“Nell’esercizio di memoria che Sandra Bonsanti ci propone sono ripercorse le tappe principali della storia nichilista e criminale del rapporto potere-denaro svoltosi negli ultimi decenni e nascosto sotto il manto della democrazia. Se la politica non si rianima e se i suoi protagonisti -- partiti, forze culturali e sociali – restano inerti, la partita è persa. Ma, si dirà, dove trovare le ragioni della riscossa democratica? La risposta è chiara: nella Costituzione”.

Dalla postfazione di Gustavo Zagrebelsky

Sandra Bonsanti ha lavorato a “Il Mondo”, “Epoca”, “Panorama”, “La Stampa”,“la Repubblica” e ha diretto “Il Tirreno”. Dal 2003 è presidente di Libertà e Giustizia, associazione nata per contribuire a un rinnovamento della politica italiana.

Resto impietrita, muta, incapace di chiedergli spiegazioni

. Sto seguendo per «la Repubblica» i lavori della commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2 e trascorro molte ore della giornata a Palazzo San Macuto dove si riuniscono i deputati e i senatori che sotto la guida di Tina Anselmi cercano di portare alla luce ciò che Licio Gelli aveva accuratamente occultato. Proprio lei, la Tina, mi aveva raccontato che Gianni Agnelli, quando fu nominata presidente della commissione, mandò a dirle tramite sua sorella Susanna di stare molto attenta e che «il vero capo della P2 è Lelio Lagorio». Ma a questo, lì per lì, nemmeno ci penso. So che Lagorio non è negli elenchi degli iscritti.

Mi vengono subito in mente, invece, Roberto Calvi e il Ponte dei Frati Neri sul Tamigi, sotto il quale il presidente del Banco Ambrosiano, «il banchiere di Dio», fu trovato impiccato il 17 giugno 1982. Mi ero occupata di quell’in-chiesta, dell’ultimo viaggio del banchiere che cercava la salvezza, e poi del processo alla fine del quale la giustizia inglese ammise che forse era stato ucciso.

Chissà a cosa si riferiva il ministro. Lui avrebbe dovuto essere dalla mia parte, dalla parte di chi crede nello Stato e nel compito di informare compiutamente l’opinione pubblica. Che significato potrebbero avere le sue parole? Non ho tempo per riflettere e nemmeno per preoccuparmi. Mi rimane però appiccicato addosso un senso di sporco. Non è la prima né l’ultima volta che mi succede.

In tanti anni di giornalismo non tutto è stato facile da raccontare, non tutto è stato piacevole. Spesso i personaggi che ho incontrato erano pericolosi e sinistri. I loro avvertimenti allora arrivavano per telefono, o direttamente di persona. Quelli dei fascisti facevano paura: promettevano e minacciavano di tutto. Anche gli altri non scherzavano. «Ma a te che te se deve fare, te se deve spara’?» mi chiese un giorno sullo scalone di piazza del Gesù l’onorevole Franco Evangelisti, che di solito parlava per conto di Giulio Andreotti. Non ero sola, c’erano diversi colleghi in quell’occasione e tutti rimasero allibiti. Risposi: «Non sarebbe la prima volta che cercate di risolvere così i vostri problemi». Scendemmo quelle scale dove passavamo ore in attesa delle conclusioni dei vertici della Democrazia cristiana. Ero turbata, ma più di me gli altri che avevano assistito a quella esplosione di ira e di insofferenza. Nessuno mi ha mai sparato, ma quello era il modo di esprimersi di alcuni e purtroppo ad altri giornalisti è andata molto peggio.

Senza contare che la mia figlia maggiore è viva per miracolo. Un giorno, un tranquillo pomeriggio della fine degli anni Settanta mentre faceva i compiti e io ero al giornale, due giovani in tuta entrarono nel palazzo con grandi taniche con l’intento di appiccare il fuoco. Fu la portinaia, una romana forte e decisa, a salvarla. Salì le scale di corsa fino al quinto piano e li sorprese sul pianerottolo fuori dal nostro appartamento, pronti a versare la benzina. Fuggirono. Non so chi fossero né perché ce l’avevano con me. No, non sempre è stato facile.

So bene che questi miei ricordi, spesso «intimi», potrebbero andare avanti all’infinito, così come infinite furono le ore trascorse nella grande e assordante comunità dei giornali, sulla macchina da scrivere e poi sui primi computer, a cercare di dare un senso alla trama che in quei giorni concitati intravedevo, ai messaggi di morte che arrivavano puntuali su volantini e rivendicazioni ciclostilate che oggi ho depositato al Centro per la legalità della Regione Toscana. Tanti personaggi e tante storie sono rimasti per strada. Non perduti, ma solo temporaneamente accantonati, perché il ricordare continua e il nostro presente viene tutto da lì.

Eppure c’è chi, anche in buona fede, è convinto che sia meglio non sapere come sono andate le cose. Dice che sarebbe bene non insistere e piuttosto impegnarsi a «condividere» il difficile destino del nostro paese: costoro chiedono semplicemente di partecipare al «gioco», il «gioco grande del potere» per dirla con le parole di Giovanni Falcone.

Si tratterebbe in sostanza di «starci», di allentare un po’ la presa. Pazienza se nello scontro fra colossi della democrazia del Novecento, qualcosa, qualcuno sono sfuggiti di mano: ai morti innocenti si pensa solo nei giorni degli anniversari, i colpevoli lasciamoli alla loro vecchiaia e ai loro turpi ricordi. «Il gioco grande» valeva allora e vale ancora oggi.

Negli anni del massimo splendore della P2, Luigi Bisignani, giovanissimo giornalista dell’Ansa che nell’elenco degli iscritti alla loggia segreta risultava il più giovane, andava quasi ogni mattina nella suite con due uscite dell’hotel Excelsior a fare una sorta di rassegna stampa a Licio Gel li. Bisignani aveva già alle spalle una fortunata carriera cominciata con Gaetano Stammati (ministro Dc e iscritto alla P2) e Giulio Andreotti.

Trent’anni dopo, nei giri del sottogoverno di Silvio Berlusconi e di Gianni Letta, è stato inquisito per un’associazione segreta chiamata P4. L’accusa è di aver instaurato «un sistema informativo parallelo che riguarda l’illecita acquisizione di notizie e di informazioni anche coperte da segreto». Per questa accusa Bisignani ha patteggiato una condanna a un anno e sette mesi. Nonostante il tempo passato, anche il vecchio progetto presidenzialista dello Stato, caro a Licio Gelli e Francesco Cosentino (i due probabili estensori del Piano di rinascita democratica, il manifesto politico della loggia segreta P2), è ancora sul tavolo della discussione politica, tra i primi punti del programma della destra di Silvio Berlusconi e anche di alcuni esponenti di centrosinistra.

Nonostante tutto, quando Giovanni Spadolini volle sciogliere la loggia segreta dovette assegnare il compito a Paolo Ungari, massone perbene, la cui morte violenta e misteriosa ancora ci interroga e ci commuove. «Le minacce dei centri di cospirazione affaristico-politica come la P2 -disse Spadolini in una intervista dell’agosto del 1992 (era stato ucciso da poco Paolo Borsellino) -sono permanenti nella vita politica italiana. C’è un filone piduista che sopravvive, non sappiamo con quanti altri. Mafia e P2 sono congiunte fin dalle origini...» Quando tornavo a casa, la sera, incupita per lo squallore dei personaggi che avevo incontrato o per i drammi umani su cui avevo scritto, c’era ad aspettarmi Giovanni, il compagno della mia vita. Lui riusciva a restituirmi il sorriso e la voglia di continuare quel mestiere di giornalista.

A Giovanni Ferrara e all’Italia che lui non ha mai smesso di sognare è dedicato questo diario costruito con i miei quadernetti di allora, con gli articoli, con i ricordi. Una ricerca dello Stato perduto, forse. Una ricerca sul «gioco grande del potere». È questa la definizione che più mi piace perché dice esattamente qual è la partita: è quella grande che riguarda il potere assoluto, il destino e la vita di molti. È il gioco che – aveva previsto Falcone – quando si fa «troppo grande» isola il giudice e poi lo uccide. È la storia in cui affondano le radici del nostro presente.

Ricordo l’estate in cui Giovanni Ferrara ricevette una lettera da parte di Enrico Cuccia, intestata Mediobanca, il grande istituto da lui fondato e guidato per mezzo secolo. Cuccia, che durante la guerra era stato un attivo sostenitore della resistenza antifascista e collegamento con gli oppositori in esilio, lo ringraziava per il libro Italia, paradiso perduto che Giovanni gli aveva mandato. Diceva: «Non si stupirà se Le dico che sono un lettore abbastanza fedele dei suoi articoli. Ho infatti il convincimento che Lei faccia parte del gruppo, assai ristretto, che ha preso “la relève” di quel mondo che Ella ha ricordato commemorando Luigi Salvatorelli. Usando una frase ormai consunta, la mia generazione ha avuto la fortuna di “conoscere gli apostoli” e tutto quello che di buono, o di meno cattivo, ha fatto lo deve a loro».

Il ricordo di Luigi Salvatorelli, lo storico e giornalista che fu tra i fondatori del Partito d’Azione, era uscito a dieci anni dalla morte, il 3 novembre 1984 su «la Repubblica». «Gente pacifica ma dura» aveva scritto Giovanni raccontando di quei grandi antifascisti piemontesi. «La sua sensibilità, che lo portava a comprendere i fatti, lo traeva a soffrirne in silenzio scontroso. Uno spirito, si potrebbe dire, di quelli che in Italia rappresentano “l’altra” tradizione nazionale, a fronte di quella facile e clamorosa, accomodante e ammiccante, genialoide e servile: l’Italia dell’etica “protestante”, della morale semplice e chiara, del dovere pratico e intellettuale. [...] Essa esiste e numerosa; ed è per suo merito che il nostro paese, nonostante tutto, si regge, resiste, e progredisce. Nonostante tutto: giacché ormai non è solo l’indifferenza e la disattenzione ciò che circonda quest’“altra Italia”, ma spesso il disprezzo e la condanna.»

Giovanni si chiedeva ancora cosa avrebbero detto e scritto sullo spettacolo infame di quegli anni del socialismo al potere alcuni «liberi e forti» che avevano avuto il dono della parola. Citava Calamandrei, Salvatorelli, Jemolo, Omodeo. «Per loro parla solo il ricordo e l’opera che resta.» Ma sono vivi!, diceva Giovanni e infatti continuava: «Stanno lì, alle spalle di coloro che, infinitamente minori di loro per scienza, coraggio, tenacia, intelletto pure si ostinano a credere che le sorti del Paese possano e debbano essere migliori. [...] Stanno lì dietro le spalle, non solo a suggerire – il loro linguaggio è remoto e “per lungo silenzio” pare fioco – ma ancor più, con l’immagine, a impedir di arretrare, come un muro, un confine ultimo insuperabile; come una voce che mormori: siete da meno di noi [...]; fate quel che potete, sarà forse abbastanza e certo sarà più che nulla».

Più che nulla: aver conosciuto e ascoltato gli «apostoli», i grandi spiriti della Resistenza al fascismo e della nascita della Repubblica, sentirli dietro le spalle, e con essi continuare a vivere e lottare, perché l’Italia possa essere un paese migliore. Non si è soli, in questo sforzo di volontà ed energie. Ma il destino è segnato: non si può fare a meno di cercarla sempre, quest’altra Italia libera e forte. Non è facile svegliarsi da un sogno, un bel sogno che rasserena le ore della notte.

Sarà più che nulla: allora, negli anni del Caf, quando comandava l’accordo politico fra craxiani e destra Dc, che preparavano gli anni della potenza berlusconiana. Gli anni in cui si scrivevano Giovanni e Cuccia. Così come negli anni appena passati, governati dal Cavaliere e da un’opposizione spesso timida, sempre inadeguata. Quel filo non si è mai spezzato. C’è un’Italia che non è mai stata sul mercato, la cui semplice esistenza ha impedito che tutto lo Stato si facesse Antistato; che la democrazia venisse sacrificata sull’altare del potere occulto.

La stessa a cui pensava Carlo Levi, quando nell’ottobre del 1944, mentre ancora la guerra non era finita ma la pace era più che un sogno, scriveva: «Par di essere su un monte e che la nebbia che copre valli e pianure vada dissolvendosi al vento, e scopra qua e là acque scintillanti, alberi verdi e cime di campanili, e la visione ancora incerta e sorprendente di paesi ordinati, nella campagna. Si torna a scoprire il paesaggio dell’anima, la prospettiva interna di valori che parevano dimenticati».

Nonostante tutto, la memoria è per ognuno di noi, a causa di quei frammenti di verità che ci si sono come appiccicati addosso, la nostra vera compagna di strada. Ce lo ricorda la nostra coscienza laica e, per quanto mi riguarda, quelle parole scritte in fretta sui taccuini da cronista, che lì per lì oggi sembrano oscure, così lontane nel tempo. E poi, mentre passano i minuti, nell’affascinante silenzio della storia, tornano a vivere, con la voce di allora. Come se fosse ieri, evocano il «paesaggio» che colsero e per il quale furono scritte. Durante una delle occupazioni della loro scuola sotto il governo di Berlusconi, gli studenti del liceo Galilei di Firenze appesero uno striscione con la celebre frase di Tacito: «La memoria stessa avremmo perso con la voce, se fosse in nostro potere dimenticare come tacere». Bella, no?

Un grido forte che giunge a noi da quei paesaggi dell’anima che Carlo Levi aveva intravisto mentre nell’autunno del 1944 guardava dissolversi al vento la nebbia che aveva ammantato la nostra Italia.

Provarci, a scoprire «il gioco grande del potere», è l’obbligo della mia generazione. Aver conosciuto «gli apostoli», come diceva Cuccia, o almeno coloro che si erano avvicendati a essi, dà un grande vantaggio nella corsa della vita, anche se nessun traguardo è garantito per sempre. Sarà comunque «più che nulla». Sarà certamente «quello che di meno cattivo abbiamo fatto».

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