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Il viaggio di Francesco in America e l’immortalità dell’anima

Di Ernesto Vergani. Sorprende l’incertezza in termini di dottrina religiosa che sta determinando a livello mediatico la visita di Papa Francesco a Cuba e negli Stati Uniti

Sorprende l’incertezza in termini di dottrina religiosa che sta determinando a livello mediatico la visita di Papa Francesco a Cuba e negli Stati Uniti.  A maggior ragione perché la cultura e l’istruzione nel mondo sono mediamente basse e la gente è portata a pensare in modo sentimentale.

Papa Francesco celebra messa a Cuba con sullo sfondo la gigantografia di Che Guevara. Da uomo di comunicazione mischia parole che colpiscono come rivoluzione e tenerezza. Concetti antitetici, ma entrambi teorici e di difficile effettiva traduzione pratica. E dichiara: “Io comunista? Non ho detto una cosa in più rispetto a ciò che c’è nella Dottrina sociale della Chiesa”.

Papa Francesco può ed è per così dire suo compito proclamare contro le ingiustizie. Altro è il compito dei governi che vogliono mettere in pratica tali principi. Come è giusto che Francesco cerchi di risollevare le sorti della fede, in crisi in gran parte dei paesi più ricchi e secolarizzati dell’occidente e persino in Sud America.
L’incertezza è tale che l’opinione pubblica mondiale rischia di dimenticare il messaggio principale del cristianesimo: l’immortalità dell’anima. “Il mio regno non è di questo mondo”. “Date a Cesare quel che è di Cesare”, ha detto Cristo. Le religioni (quasi tutte) nascono sostanzialmente per una ragione: la paura della morte.  A questa regola non sfugge la Chiesa cattolica. E infatti la sua festa principale è la Pasqua, che ricorda la resurrezione di Cristo, non il Natale.

 L’aspetto della giustizia sociale del cristianesimo è secondario, e viene persino dopo quello di amore.  Disordinate le commistioni col comunismo, che proclama l’ateismo di Stato. Nelle scuole dell’Unione Sovietica si tenevano ore di lezione sull’ateismo. Chiesa e comunismo, Cristo e Che Guevara sono ambiti notevolmente diversi.