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Cronache
Il tesoro della "Nostra Signora di Atocha". Il galeone dei galeoni

Certi amori non finiscono. Fanno dei giri immensi e poi ritornano. Eh, caro Antonello, quanti viaggi con la mente su quei bus delle scuole superiori con la tua “Amici mai”. E avevi proprio ragione. Talmente immenso il giro che, in questo caso specifico, è durato la bellezza di 363 anni! E’ una delle “love story” più avvincenti mai conosciute dall’uomo. Lei era elegantissima, ricchissima, pomposa, ardita e molto osannata; dal fascino tipicamente latino. Lui, sognatore, innamorato, un procace ex agricoltore, allevatore di pollame, ma già sposato purtroppo. Problema non da poco. Eppure, dopo un pavoneggiante corteggiamento di lunghissimo corso, il destino (Imperatore supremo delle nostre sorti) decise di premiarli. “Andiamocene Deo, lasciamo tutto e partiamo per la Florida!”. Queste le parole che pronunciò il visionario Mel Fisher (nato il 21 agosto del 1922) a sua moglie Dolores (non la “ricchissima pomposa”), ignara delle losche intenzioni del marito. “Perché? Una quotidianità senza intoppi ci riserva qui”, ella soavemente rispose cercando di condurlo a più miti consigli. Appello che a nulla valse.   

Cosa spinse dunque un benestante allevatore dell’Indiana a lasciarsi alle spalle la serafica vita di tutti i giorni per raggiungere una meta tanto lontana (1.600 km) quanto incerta? Dalla calma piatta dei pulcini alla foga degli alligatori.

Scherzava?! No, affatto. Col piffero. Peggio ancora, faceva sul serio. Con il ricavato della vendita di capanno, volatili, macchinari, terreno e strutture abitative decise di munirsi di barca, strumentazione tecnologica, mute, scafandro e piccola equipe iniziale. La poveretta (inconsapevole e “mazziata”), con prole al seguito, fu’ costretta ad assecondarlo. Evidentemente anche per lei valeva il sommo ideale de “l’amour c’est l’amour”.   

Ma Fisher non era uscito di senno, tutt’altro, e – scopriremo poi – non ambiva a quel genere di adulterio conosciuto da noialtri brutali e frivoli mortali. Aveva un obiettivo ben preciso, nobilissimo per taluni aspetti, anzi, una chimera che a definirla utopica ed irrealizzabile è dire poco. Non voleva solo sfatarla quella stramaledetta “leggenda” di cui tanto (troppo) aveva sentito parlare, ma addirittura entrarci dentro, letteralmente, fisicamente, vigorosamente. La voleva sedurre, “la Signora”, e poi “prenderla”, stringerla a sé, con impeto, come un infatuato “conquistador” con la sua dolce amata dopo un estenuante gioco di sguardi! “Quanto più chiudo gli occhi, allora meglio vedono, perché per tutto il giorno guardano cose indegne di nota; ma quando dormo, essi nei sogni vedono solamente lei”.

Cotto, andato!

Lui, lei e l’altra. Che pasticcio. E l’altra, l’infima intrusa, l’inquilina dei sonni di lui, non godeva di un sorriso ammaliante, di seni marmorei o di un conturbante fondo schiena, NO, ma di vele altissime, una prua affusolata e una poppa sontuosa. Era niente meno che il mito della Nuestra Senora de Atocha, così ribattezzata in onore della veneratissima Basilica omonima situata al centro di Madrid. Non un’imbarcazione qualsiasi e non solo un poderoso Galeone appartenuto alla Tierra Firme, la flotta coloniale spagnola, ma IL GALEONE DEI GALEONI PER ANTONOMASIA, adibito a trasporto di preziosi da e per il centro e sud America nella gloriosa epopea della Penisola Iberica “caput mundi” (ma anche “caput razzie”) tra la fine del XVI e gli inizi del XVII sec. Le meticolose informazioni archivistiche prese dall’illustre emigrato dell’Indiana apparivano lapalissiane: tra il 5 e il 6 settembre del 1622 (non proprio ieri), un convoglio di 28 “navi-scorta” antipirateria dedite alla protezione dell’esuberante N.S. di Atocha e della gemellina Santa Margarita, salpato da l’Avana in direzione Atlantico (di rientro, quindi stracarico di averi) fu colto dalla cosiddetta tempesta perfetta, un uragano tropicale di proporzioni immani. Le onde alte decine di metri, i venti sferzanti a oltre 90 nodi e la vicinanza agli scogli non lasciarono scampo a gran parte della flotta. Alcune riuscirono a salvarsi, altre affondarono di fronte alle coste degli States, tra queste la più importante, la divina, la Callas delle traversate, Nostra Signora di Atocha, che perì impietosamente a 50 miglia da Cayo Hueso, attuale isolotto di Key West, Contea di Monroe, Florida. Un colpo durissimo per la Corte madrilena di Re Felipe IV “Il Grande” già impegnata e sfiancata nella Guerra dei Trent’anni. Stiamo parlando di una riserva aurea di cotanto valore che il suo mancato arrivo finì per indebolire l’intera dinastia degli Asburgo, padrona incontrastata dei mari e delle terre non emerse tra i due continenti. Come biasimarli. Nella pancia di questa Federal Reserve galleggiante vi erano stipate qualcosa come - badate bene - 80 (dicasi 80!!!) tonnellate di oro e argento, oltre 200 mila monete d’argento, altre monete d’oro, smeraldi colombiani di Muzo, gioielli Inca sempre in oro e argento e 3000 lingotti d’argento. Fisher, moderno Capitano Nemo del ventesimo secolo, per oltre tre lustri tentò la stoica impresa, ma senza Nautilus. “Voglio ritrovare la Nuestra Senora, la voglio” o - come sugli altari - “Sì, lo voglio”, pur consapevole che le precedenti spedizioni, anche meglio attrezzate della sua, tentarono, seppur invano, di recuperare il prelibato cargo. Ma l’ostinazione è l’ostinazione e quello straccio di lettera fotocopiata che teneva nella giacchetta, trafugata in qualche polveroso sgabuzzino, firmata Cristoforo Colombo e indirizzato a Sua Maestà Isabella di Castiglia, lo stimolava, lo elettrizzava. Missiva nella quale il navigatore genovese oltre a promettere massima collaborazione sia per “impiantare” il cristianesimo in America latina che per riportare in Patria ricchezze d’ogni genere, ripeteva per 26 volte la parola DIO, ma per ben 114 volte la parola ORO; “Sovrano dei Sovrani”. E così, colmo di inesauribile speranza e guidato da formidabile motivazione, il garbato e temerario “palombaro per caso” scandagliò ostinatamente ogni santa mattina i fondali sabbiosi collocati nel cristallino triangolo tra Miami, il Carribean Sea e la Castro Island.      

Una frase ossessionava convulsivamente Fisher e che adorava ripetere come un mantra alla moglie (la quale si era ormai rassicurata sulle mire virili dello sposo) poco prima di partire per le ricerche. Testuale: “Today’s, The day!”, “Oggi, è il giorno”, “Oggi, è il gran giorno!”. Per 16 anni (sedici!), con cadenza ritmica e maniacale, la consorte, stordita dagli eventi e non poco incredula, dovette sorbettarsi la solita litania malgrado il neo cacciatore di tesori con cui divideva il due piazze – stremato ma mai affranto - tornasse all’imbrunire perennemente a mani vuote. Tuttavia, eccetto lui, che perlomeno ne era convinto sin dal giorno dell’indecente proposta sotto il sole dell’Indiana, nessuno poteva mai ipotizzare quel che, il 20 luglio 1985, sarebbe accaduto; ed era alle porte. Data che passerà alla storia. Istante che vivrà in eterno.

E’ l’alba. Sabato 20 luglio 1985, all’ennesimo “TODAY’S, THE DAY!” Mel – per tenere fede al patto con sé stesso - saluta casa come una qualsiasi altra giornata delle 16 primavere fin lì trascorse. “Ci risiamo, inutile”, Dolores borbotterà. Ma non era ancora il momento di arrendersi. Il 20 luglio 1985, come ogni mattina Mel si immerge. Il 20 luglio 1985, come ogni mattina Mel ci crede. Il 20 luglio 1985, come ogni mattina Mel ci prova. E il 20 luglio 1985 le bianche e assolate sabbie della Florida erano pronte a riservargli qualcosa di inimmaginabile. L’allevatore di polli del Midwest, il “pioniere” improvvisato, che per metà della sua esistenza nutrì come un forsennato la speranza che il suo profetico miraggio diventasse desiderosa realtà (a dimostrazione che il fallimento non è mai fatale; è il coraggio di continuare che conta), dopo che il magnetometro andò in tilt vide spuntare la prua di un vecchio rottame in legno a circa 180 metri dall’ancora, un Galeone, eroso dal tempo, sventrato dalla salsedine e dalla violenza degli oceani. Cos’era??? Colpo di fulmine. Difficile crederci. Era LEI! Il sensuale decolté della NOSTRA SIGNORA DI ATOCHA!

Il giro immenso – come dice il cantautore romano – era giunto a compimento.    

La reazione fu scioccante. Occorrerebbe mettersi nei suoi panni. Cuore a mille, la commozione si mescolò all’euforia e la gioia delirante prese il sopravvento. Trasalimento puro. Da infarto del miocardio.   

Nei giorni a seguire il gruppo di Fisher portò alla luce la bellezza di (udite udite): 40 tonnellate di oro e argento, 114 mila monete spagnole d’argento, monete d’oro, smeraldi colombiani, gioielli in oro e argento e 1.000 lingotti d’argento. Valore stimato: un soffio dal MEZZO MILIARDO di dollari che, al cambio valuta dei primi del 1600, equivaleva al Pil di mezz’Europa! Si comprese subito che la nave non resse all’urto e che si spezzò nell’impatto con la barriera corallina, la poppa (dov’era stipata l’altra parte del bastimento) prese il largo ed è ancora oggetto di incessanti ricerche. Ciò nonostante il ritrovamento della valanga di forzieri nella parte scoperta da Mel Fisher (la prua), risulta a tutt’oggi il più redditizio della storia dei ricercatori di tesori e/o della corsareria planetaria. Pochi i precedenti. E’ un Guinness, un evento straordinario, da industria cinematografica che, inspiegabilmente, ancora non si è decisa a farne un nuovo capitolo per Jack Sparrow. Inutile dire che il tam tam mediatico non tardò a lambire le orecchie sempre accorte degli enti governativi statunitensi, i quali – a stretto giro - intentarono una causa legale contro la sua compagnia. Otto anni di tribunali, un contenzioso terminato solo con la sentenza emanata dalla Corte Suprema che aggiudicava il 20% dell’ “Atocha Motherlode” (così venne rinominato) allo Stato, la restante nelle tasche del Re Mida venuto dalle fattorie del Nord.    

Ed è proprio a Key West, non lontano dal luogo (soprannominato poi dagli yankee “Bank ok Spain”) che l’illuminato Indiana Jones dei fondali diede vita ad un museo esponendo pubblicamente parte del ghiotto bottino. Ma la cosa non finì lì. Nel giugno del 2011, l’Atocha balzò ancora agli onori della cronaca. Questa volta però senza il suo condottiero, nel frattempo morto il 19 dicembre 1998 all’età di 76 anni. I subacquei della “M.F. Treasure” (figli ereditieri in primis), da lui fondata dopo il ritrovamento di parte del Galeone, hanno portato alla luce un antico anello con un enorme smeraldo che, da solo, è stato stimato qualcosa come (lira più, lira meno) 480 mila dollari. Parliamo di smeraldi provenienti dalla miniera di Muzo, nella regione di Boyaca in Colombia, i più rinomati al mondo.

1622 – 1985. Un favola lunga 363 anni, sorretta dalla vorace ricerca del fascinoso metallo idolatrato da tempo biblico e da una pazzesca e ammirabile forza di volontà al motto di “TODAY’S, THE DAY!” “OGGI E’ IL GIORNO, IL GRAN GIORNO!”, e quel giorno tanto agognato alla fine per Mel Fisher arrivò. Della seria, chi si ferma con i sogni è perduto!  

 

 

 

 

 

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