E’ noto che la corte di Cassazione ha annullato la sentenza della corte d’Appello di Roma che riconosceva l’associazione mafiosa al gruppo criminale capeggiato dal capo delle coop rosse romane Salvatore Buzzi e dall’ex Nar e componente della banda della Magliana Massimo Carminati.
Quella che secondo la procura di Roma era una mafia a tutti gli effetti, per natura originaria, nessi organizzativi, capacità di intimidire, condizionare e determinare affari e politica a Roma, non sarebbe mafia, ma una criminalità comune mischiata a un sistema di tangenti (semplifico).
Al di là delle specificità in questi casi bisogna anche fare i conti con la cultura della giustizia italiana che difficilmente associa il termine mafia, con tutte le aggravanti penali previste, a gruppi di provenienza diversa da quelli campani, siciliani e calabresi. Accade tutt’ora con la mafia cinese, con quella nigeriana o con pezzi di quella russa, per quanto ce ne sia presenza nelle relazioni annuali della Dda. Figuriamoci se poi si può parlare di una mafia ligure, veneta o romana. Eppure il dubbio resta.
L’elenco sarebbe lungo tra configurazioni di gruppi che si connettono l’uno con l’altro o dove le storie dei singoli locali mettono in piedi nuovi gangli di altre organizzazioni. E’ stato addirittura difficile sostenerlo per molte città del Nord, in un emisfero differente da quello del Sud Italia, figuriamoci per altri gruppi culturali. Così come intervenire in quel sottobosco informe che pervade da decenni territori in cui il segmento del sangue, le faide e gli ammazzamenti, non si manifesta. La cronaca anche minuta ne è invece la regola così in automatico per le piccole realtà dove il termine mafia sia più facile da usare. Eppure, come dimostra la storia recente e numerose inchieste giudiziarie, la criminalità organizzata insegue gli asset delle grandi opere pubbliche e vi si inserisce. Il 75,5 per cento dei 285 miliardi di euro stanziati per queste dagli ultimi governi arrivano nelle regioni del Centro-Nord e solo il 24 per cento nel Mezzogiorno. Dove sarà mai la mafia?
A luglio nella Sala del Refettorio di Palazzo San Macuto, a Roma, l’Associazione di enti locali Avviso pubblico ha raccolto l’elenco dei Comuni italiani sciolti per mafia, 249, compresi un capoluogo di provincia e cinque aziende sanitarie: 115 casi in Calabria, 108 in Campania, 79 in Sicilia, 15 in Puglia e 11 nel resto delle regioni.
Ma perché i Comuni che vengono sciolti sono soprattutto al Sud, quando il grosso del denaro in circolazione é al Nord? Perché a Nord sono più rari gli scontri a sangue e c’è maggiore efficienza amministrativa. Dove il crimine non si palesa nelle modalità cruenti, resta una sottile macchina che aggredisce l’economia e i servizi funzionano, è più difficile mettere i riflettori.
E poi vi sono i cognomi, i legami parentali e i gruppi culturali. Avere un cognome di origine calabrese, campano o siciliano fa immediatamente accendere la lampadina. Viceversa il signor Brambilla, Gibertini o Maniero non destano immediati sospetti. Solo in seguito verranno fatte le valutazioni e le indagini dei singoli casi, come hanno potuto constatare molti enti pubblici. Le numerose archiviazioni di Comuni sciolti (in più ripretto ai 249 quindi) hanno dimostrato un uso della richiesta di scioglimento piuttosto discrezionale. Infatti per giungere allo scioglimento di un Comune non è necessario che siano stati commessi reati perseguibili penalmente ma è sufficiente che emerga una soggezione degli amministratori locali alla criminalità organizzata. Per questo motivo in molti Comuni del Sud non si vota da anni. Con il paradosso, più grave per i Comuni sciolti con fondamento, che i politici vengono sempre estromessi andando a casa ma i funzionari, che invece detengono le redini degli enti, quasi mai.
