Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » News » Nepal, Grand Canyon, grandine e 40 gradi: la Terra si sta ribellando? I segnali dell’estate 2026

Nepal, Grand Canyon, grandine e 40 gradi: la Terra si sta ribellando? I segnali dell’estate 2026

Nepal, Grand Canyon, grandine e 40 gradi: la Terra si sta ribellando? I segnali dell’estate 2026

Prima il caldo che sembrava non finire mai. Poi grandine, raffiche di vento, nubifragi, frane e alluvioni improvvise. Dal Nepal al Grand Canyon, fino all’Italia, le immagini delle ultime settimane sembrano raccontare un pianeta che passa sempre più rapidamente da un estremo all’altro.

È facile dire che la Terra si sta ribellando.

È una frase suggestiva, quasi cinematografica. Scientificamente, naturalmente, il pianeta non si ribella a nessuno. Ma dietro quella sensazione esiste una domanda molto più seria: stiamo entrando in una fase in cui caldo estremo, siccità e fenomeni violenti diventano sempre più difficili da separare gli uni dagli altri?

Affaritaliani ha raccontato quotidianamente questa estate: anticicloni persistenti, temperature sopra i 40 gradi, città da bollino rosso, notti tropicali, siccità, incendi, mari molto caldi.

Ora stiamo osservando l’altro volto dell’estate estrema.

L’acqua. A volte tutta insieme.

E quello che è successo negli ultimi giorni tra Himalaya e Arizona impone di allargare l’inquadratura.

Nepal, oltre 900 morti: la montagna crolla e il fiume sale di nove metri in mezz’ora

Il caso più impressionante arriva dal Nepal.

La mattina del 26 agosto una gigantesca massa di ghiaccio e roccia si è staccata in alta quota nella regione himalayana al confine tra Tibet e Nepal.

Secondo le ricostruzioni basate sulle immagini satellitari, una parte consistente di un ghiacciaio situato a circa 5.200 metri di quota è precipitata per circa 1.200 metri sul fondovalle.

L’impatto ha generato una enorme valanga di ghiaccio, rocce e sedimenti.

I detriti hanno temporaneamente ostruito il corso del fiume. Poi lo sbarramento naturale ha ceduto.

A quel punto una massa gigantesca di acqua, fango, massi e ghiaccio è precipitata lungo il sistema fluviale verso il Nepal.

Il livello dei corsi d’acqua collegati al Bhote Koshi e al Trishuli sarebbe aumentato fino a nove metri in appena trenta minuti.

Villaggi, strade, ponti e centrali idroelettriche sono stati investiti dalla piena.

Al 31 agosto il bilancio è catastrofico: oltre 900 morti nel solo Nepal e migliaia di persone ancora disperse. Considerando anche il Tibet, le stime internazionali hanno superato le 950 vittime.

Tra i dispersi ci sono centinaia di turisti stranieri e moltissimi lavoratori delle centrali idroelettriche.

In almeno undici siti i soccorritori stanno cercando di raggiungere persone che potrebbero essere rimaste intrappolate nei tunnel sotterranei degli impianti.

Sono mobilitati esercito, polizia, squadre specializzate e tecnici provenienti anche dall’estero.

In alcuni tunnel si procede persino con esplosioni controllate per aprire passaggi tra fango e detriti.

Non è stata una normale alluvione provocata da un temporale.

Ed è proprio questo a rendere il caso Nepal particolarmente inquietante.

Il ghiacciaio che crolla senza che piova

Quando la piena è arrivata, in alcune delle aree interessate non stava nemmeno piovendo.

Le prime ipotesi avevano parlato addirittura di un terremoto.

Successivamente lo United States Geological Survey ha chiarito che il segnale sismico registrato era stato probabilmente prodotto dal gigantesco movimento franoso stesso. Il punto di partenza sarebbe dunque stato il collasso glaciale.

Gli scienziati stanno ancora studiando quanto il cambiamento climatico abbia contribuito direttamente a questo specifico evento e sarebbe scorretto attribuire automaticamente il disastro al riscaldamento globale.

Ma il contesto nel quale è avvenuto è noto.

L’area dell’Hindu Kush-Himalaya si sta riscaldando rapidamente. I ghiacciai della regione hanno perso ghiaccio a un ritmo sensibilmente superiore negli ultimi decenni e il ritiro glaciale può rendere più instabili alcune pareti montane e aumentare la formazione di accumuli d’acqua.

Prima del crollo, inoltre, le osservazioni satellitari avevano individuato condizioni insolitamente calde e una riduzione della copertura nevosa intorno al ghiacciaio coinvolto.

Non è ancora una prova di causalità.

È però un segnale che gli scienziati stanno studiando con grande attenzione.

Grand Canyon, due morti e una quindicina di persone ancora da rintracciare

Pochi giorni dopo, a quasi 12mila chilometri di distanza, un’altra immagine.

Questa volta siamo negli Stati Uniti.

Sabato 29 agosto il Grand Canyon è stato investito da una violentissima alluvione lampo nella zona di Bright Angel Canyon e Phantom Ranch.

Qui la dinamica è completamente diversa da quella del Nepal.

A provocare la piena sono stati temporali monsonici molto intensi caduti su un territorio in parte già bagnato dalle precipitazioni precedenti.

In circa venti minuti sarebbero caduti tra 12 e 25 millimetri di pioggia su pendii rocciosi caratterizzati da dislivelli enormi.

L’acqua è precipitata verso il fondo del canyon trasformando il Bright Angel Creek in una massa di acqua, fango, rocce e detriti.

Il bilancio aggiornato al 31 agosto è di almeno due morti.

Circa quindici persone risultano ancora disperse o non rintracciate.

Oltre 60 escursionisti sono stati evacuati, molti in elicottero.

Quasi tutti i ponti pedonali sul Bright Angel Creek sono stati distrutti e circa il 40% della Transcanyon Waterline, la condotta fondamentale per l’approvvigionamento idrico del parco, risulta danneggiato o distrutto.

Le autorità hanno chiuso Phantom Ranch, Bright Angel Campground e il North Kaibab Trail e sospeso i pernottamenti in diverse strutture.

Anche qui ciò che impressiona è la velocità.

Alcuni escursionisti hanno raccontato di aver visto comparire cascate dove pochi minuti prima non esistevano.

Il Grand Canyon ricorda brutalmente una caratteristica delle flash flood: non serve che piova per ore.

In determinati territori sono sufficienti pochi minuti.

Tigullio, la bomba d’acqua di agosto: 200 millimetri in poche ore e quasi 40mila fulmini sulla Liguria

Poi c’è l’Italia.

Non serve attraversare oceani o guardare alle montagne dell’Himalaya per capire quanto rapidamente possa cambiare il volto di un territorio.

Il 20 agosto 2026 il Tigullio è stato investito da una violenta bomba d’acqua che ha trasformato in poche ore l’estate ligure in uno scenario da piena emergenza. La perturbazione ha colpito soprattutto Chiavari, Lavagna, Sestri Levante e Rapallo, con temporali autorigeneranti, grandine, raffiche di vento e migliaia di scariche elettriche.

Secondo i dati diffusi da ARPAL e Protezione Civile, a Chiavari sono caduti 103 millimetri di pioggia in appena un’ora, mentre in alcune zone del Tigullio si sono raggiunti accumuli vicini ai 200 millimetri nell’arco dell’evento. Un’intensità tale da mettere sotto pressione soprattutto tombini, sottopassi e piccoli corsi d’acqua, più che i grandi fiumi.

Le immagini raccontano auto costrette ad avanzare dentro veri e propri fiumi d’acqua nelle strade cittadine, sottopassi completamente allagati e decine di interventi dei Vigili del Fuoco tra Chiavari e il Levante genovese. A Lavagna e Sestri Levante la bomba d’acqua ha provocato numerose chiamate ai soccorsi, mentre a Chiavari una persona è stata salvata dopo essere rimasta bloccata all’interno del proprio furgone durante il nubifragio.

Ma a rendere ancora più impressionante quella giornata è stato il cielo. In poche ore sono stati registrati oltre 37mila fulmini sull’intera Liguria, dei quali più di 20mila sulla sola area genovese. Fulminazioni così intense hanno provocato problemi anche alla rete ferroviaria e alle infrastrutture, mentre il passaggio del fronte temporalesco ha costretto ARPAL a innalzare l’allerta da gialla ad arancione per il centro levante della regione.

Il giorno successivo il maltempo ha continuato a colpire la Liguria con nuovi nubifragi. Nel Tigullio sono stati allontanati diversi lavoratori dello stabilimento Fincantieri per gli allagamenti dei piazzali, una tromba d’aria ha danneggiato alcuni stabilimenti balneari a Rapallo e nel Ponente un violento downburst ha scoperchiato strutture e trascinato cabine, lettini e ombrelloni. Nessun evento, preso singolarmente, può essere sovrapposto a quello del Nepal o del Grand Canyon. Ma il filo conduttore restano il caldo e la straordinaria concentrazione dell’energia meteorologica in tempi sempre più brevi, capace di trasformare una normale giornata estiva in un’emergenza nel giro di pochi minuti.

Prima 40 gradi, poi cambia tutto: l’estate 2026 raccontata giorno dopo giorno

Come detto, c’è infatti un filo che attraversa questa estate 2026. Il caldo.

Affaritaliani lo ha seguito praticamente giorno dopo giorno: città da bollino rosso, notti tropicali, anticicloni persistenti, temperature percepite soffocanti e la domanda ricorrente dei lettori: quando finirà?

La sensazione di un’estate eccezionale trova ora riscontro anche nei dati.

Secondo il Copernicus Climate Change Service, giugno e luglio 2026 considerati insieme sono stati i due mesi iniziali dell’estate più caldi mai registrati nell’Europa occidentale nella serie ERA5.

La temperatura media è stata di 21,62 gradi, ben 2,79 gradi sopra la media climatica 1991-2020.

Il precedente record del 2022 si fermava a 20,73 gradi.

Quasi nove decimi di grado in meno. In climatologia è una distanza enorme.

I record hanno interessato gran parte di Francia, Spagna, Belgio, Svizzera, Inghilterra e Galles e porzioni di Germania, Italia settentrionale, Irlanda, Portogallo e Paesi Bassi.

Copernicus individua una delle cause meteorologiche nella persistenza di vaste aree di alta pressione: i cosiddetti blocchi atmosferici hanno favorito cieli sereni, scarsità di precipitazioni e permanenza dell’aria calda.

A questo si è aggiunta la risalita di masse d’aria dal Nord Africa. Caldo. Siccità. Evaporazione. Terreni sempre più asciutti.

Poi, quando la configurazione atmosferica cambia, temporali. Non significa che il caldo “provochi” automaticamente l’alluvione successiva. Ma significa che il sistema nel quale gli eventi meteorologici si sviluppano è diverso.

La domanda decisiva: che cosa succede quando aggiungiamo energia all’atmosfera?

Qui bisogna separare la suggestione dalla scienza. Un’alluvione non dimostra da sola il cambiamento climatico.

Una grandinata non dimostra il riscaldamento globale.

Un singolo downburst nemmeno.

E sarebbe scientificamente scorretto sostenere che il collasso del ghiacciaio in Nepal, l’alluvione del Grand Canyon e un temporale italiano abbiano tutti la stessa causa.

Non ce l’hanno.

Quello che possiamo fare, però, è osservare il contesto nel quale oggi avvengono.

Una delle relazioni fondamentali della fisica atmosferica ci dice che un’atmosfera più calda può contenere più vapore acqueo.

In termini indicativi, circa il 7% in più per ogni grado Celsius di aumento della temperatura.

Questo non significa che pioverà sempre di più.

Può accadere esattamente il contrario: alcune aree possono sperimentare periodi siccitosi più lunghi.

Ma quando si creano le condizioni per precipitazioni intense, la maggiore disponibilità di umidità può contribuire a renderle più abbondanti.

È uno dei paradossi apparentemente incomprensibili del nuovo clima.

Più siccità e più alluvioni possono esistere nello stesso territorio e perfino nella stessa stagione.

L’Italia fragile: il 94,5% dei comuni esposto a dissesto

Poi c’è una seconda metà del problema. Il clima.

Ma anche il territorio sul quale quel clima scarica i propri effetti.

Secondo il quarto Rapporto ISPRA sul dissesto idrogeologico in Italia, relativo al 2024, il 94,5% dei comuni italiani è esposto al rischio di frana, alluvione, erosione costiera o valanga.

Tra il 2021 e il 2024 la superficie classificata a pericolosità da frana è aumentata del 15%, passando da 55.400 a 69.500 chilometri quadrati.

Parliamo di circa il 23% dell’intero territorio nazionale.

ISPRA precisa però un elemento importante: una parte significativa dell’aumento deriva anche da studi più dettagliati e dall’aggiornamento delle mappe da parte delle Autorità di bacino e delle Province autonome.

Non significa quindi che in tre anni il territorio italiano sia materialmente diventato del 15% più franoso.

Significa anche che oggi conosciamo meglio aree di rischio che prima non erano state mappate con lo stesso dettaglio.

Ma il risultato per cittadini e amministrazioni non cambia: sappiamo con crescente precisione quante persone, abitazioni e infrastrutture sono esposte.

E non possiamo più dire di non saperlo.

Cemento, asfalto e acqua: il problema italiano che il clima non può spiegare da solo

È qui che l’inchiesta sul clima diventa inevitabilmente un’inchiesta sul modo in cui abbiamo costruito il territorio.

Perché un evento meteorologico è una cosa.

Il danno che produce è un’altra.

L’acqua che cade su un bosco, su un’area agricola permeabile o su un terreno naturale non si comporta nello stesso modo dell’acqua che cade su asfalto, cemento, parcheggi e superfici impermeabili.

L’Italia ha progressivamente artificializzato una parte significativa del proprio territorio.

Più superficie impermeabile significa minore capacità di infiltrazione e maggiore quantità d’acqua che deve essere raccolta rapidamente da tombini, canali, torrenti e sistemi di drenaggio.

Quando le precipitazioni sono molto concentrate, la capacità delle infrastrutture può essere superata.

Il cambiamento climatico, quindi, non può diventare un alibi.

Dire “è colpa del clima” dopo ogni allagamento rischia di nascondere metà del problema.

La domanda deve essere anche: abbiamo costruito nei posti giusti? Abbiamo mantenuto i corsi d’acqua? Abbiamo aggiornato le reti di drenaggio? Abbiamo lasciato sufficiente spazio all’acqua?

Legambiente: 82 eventi estremi in cinque mesi

Anche l’Osservatorio Città Clima di Legambiente registra una successione significativa.

Nei primi cinque mesi del 2026 sono stati censiti 82 eventi meteorologici estremi in Italia, tra allagamenti provocati da piogge intense, danni dovuti al vento ed esondazioni.

Il numero preso da solo non basta a dimostrare una tendenza climatica: la banca dati registra eventi e impatti e dipende anche dalla metodologia utilizzata.

Ma restituisce molto bene la dimensione del problema con cui amministrazioni e Protezione civile devono confrontarsi.

Non è più soltanto il grande fiume che esonda dopo giorni di pioggia.

Sono anche temporali violentissimi, grandinate, raffiche, downburst e allagamenti urbani che possono svilupparsi in tempi estremamente brevi.

Grandine e “bombe d’acqua”: perché abbiamo l’impressione che siano ovunque?

“Bomba d’acqua” non è un termine scientifico.

È però diventato il modo giornalistico con cui descriviamo un’immagine ormai familiare: il cielo diventa nero, arriva una raffica di vento e in pochissimo tempo precipita una quantità enorme d’acqua.

Poi la grandine.

Altre volte il downburst, una corrente d’aria violentissima che dal temporale precipita verso il terreno e si espande orizzontalmente, producendo raffiche potenzialmente distruttive.

Sono fenomeni che sono sempre esistiti.

La questione interessante non è quindi chiedersi se “una volta grandinasse”. Ovviamente grandinava.

La domanda è un’altra: come stanno cambiando intensità, distribuzione geografica e condizioni favorevoli alla formazione degli eventi più violenti?

Ed è proprio su questo terreno che la ricerca climatica continua a lavorare.

Nepal e Grand Canyon non sono la stessa cosa. Ed è proprio questo il punto

Il Nepal è stato colpito da una catena di eventi iniziata con un gigantesco collasso di ghiaccio e roccia in alta montagna.

Il Grand Canyon da precipitazioni monsoniche concentrate su un territorio ripidissimo.

Camogli nel 2023 fu investita da un temporale capace di scaricare oltre cento millimetri in un’ora.

Sono tre fenomeni differenti.

Metterli nello stesso articolo non significa sostenere che abbiano una causa meteorologica comune.

Significa osservare qualcosa di più grande.

Un ghiacciaio che perde stabilità in una delle regioni montane che si stanno riscaldando più rapidamente del pianeta.

Un canyon dove una precipitazione violentissima trasforma un torrente in pochi minuti.

Una regione mediterranea nella quale possono alternarsi settimane di caldo, siccità e temporali estremamente intensi.

La parola che li unisce non è “causa”. È “vulnerabilità”.

Il grande ritardo dell’adattamento

Ed è probabilmente questo il vero tema politico dei prossimi anni. Non possiamo più discutere soltanto di quanto aumenterà la temperatura nel 2050 o nel 2100. Dobbiamo discutere di ciò che accade adesso.

L’Italia ha un Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici. Ha mappe sul rischio alluvionale. Ha mappe sulle frane. Ha dati sul consumo di suolo. Ha sistemi di allerta meteorologica. Ha una Protezione civile tra le più strutturate d’Europa.

La conoscenza, insomma, c’è.

La domanda è quanto velocemente stiamo trasformando quella conoscenza in opere, prevenzione, manutenzione, pianificazione urbanistica e sistemi di allerta sempre più precisi.

Perché nel Grand Canyon abbiamo appena visto quanto possa essere breve il tempo tra l’inizio della pioggia e l’emergenza.

In Nepal una scuola è riuscita a evacuare oltre 900 studenti e 16 membri del personale con circa quattordici minuti di anticipo, dopo aver ricevuto un avvertimento informale proveniente da monte.

Poco dopo il passaggio dell’ultimo autobus, il ponte è crollato.

Quattordici minuti.

Forse è questa una delle immagini più potenti di tutta questa storia.

La Terra non si sta ribellando. Ci sta costringendo a fare i conti con il rischio

“La Terra si sta ribellando” funziona come titolo. Ma la realtà è persino più interessante.

La Terra non si ribella. Reagisce alle leggi della fisica.

L’atmosfera si scalda.

I ghiacciai cambiano.

I mari accumulano calore.

I terreni possono seccarsi.

L’aria può contenere più umidità.

E nel frattempo noi continuiamo a costruire città, strade, case, centrali, campeggi e infrastrutture dentro territori che hanno caratteristiche e vulnerabilità precise.

In Nepal oltre 900 persone sono morte dopo il collasso di una massa glaciale.

Nel Grand Canyon almeno due persone sono morte mentre l’acqua cancellava ponti e sentieri.

In Italia ISPRA ci dice che il 94,5% dei comuni è interessato da almeno una delle principali forme di dissesto considerate dal rapporto.

E tutto questo arriva alla fine di un’estate durante la quale Affaritaliani ha raccontato giorno dopo giorno caldo estremo, anticicloni, siccità, temporali e grandinate.

Forse la vera notizia dell’estate 2026 non è più il singolo record.

Non è il giorno da 40 gradi.

Non è l’alluvione.

Non è il temporale.

Non è nemmeno il ghiacciaio che crolla.

La notizia è la velocità con cui stiamo passando da un estremo all’altro e quanto poco tempo abbiamo, spesso, per reagire.

Il clima del futuro non è più soltanto una previsione dentro un rapporto scientifico.

In molti casi è già qui.

La domanda adesso non è se la Terra si stia ribellando.

La domanda è se noi ci stiamo adattando abbastanza in fretta.