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Cronache
Payback, la tassa che uccide la Sanità: rischio fallimento per i fornitori
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Le imprese del biomedicale pronte a scendere in piazza il 10 gennaio. Gennaro Broya de Lucia della PMI Sanità, coordinamento delle piccole e medie imprese del biomedicale: “Chi avrà i soldi si curerà nel privato, chi invece non avrà il denaro non troverà alternative”

Dal 15 gennaio, nel silenzio generale, migliaia di imprese del settore biomedicale rischiano di fallire a causa di una tassa sconosciuta chiamata “Payback”, messa in piedi dal governo Renzi nel 2015 e mai applicata fino al governo Draghi.

Parliamo di un settore industriale che, nel suo complesso, vale circa 16,2 miliardi di euro tra export e mercato interno e conta 4.546 aziende che occupano 112.534 dipendenti. Le stime dicono che con il “Payback” potrebbero chiudere tra il 70% l’80% delle imprese coinvolte, con un colpo mortale alla sanità italiana e l’entrata prepotente nel Belpaese delle multinazionali del biomedicale.

La legge del “Payback” sanitario costringe i fornitori di dispositivi medici (dalle garze alle siringhe, fino a strumentazioni molto complesse come stent, pacemaker, TAC, risonanze, pet, ecc), a restituire parte dei pagamenti ricevuti dalle Regioni, che hanno comprato i loro prodotti, se gli importi hanno ecceduto i tetti di spesa imposti.

Come funziona e cosa è accaduto?

Tramite gare d’appalto le Regioni hanno acquistato un numero definito di forniture dalle imprese che hanno vinto le gare e hanno così venduto i loro prodotti (effettuando già sconti di media del 50%). Ma le Regioni, per lo Stato, avevano una soglia che non dovevano oltrepassare, altrimenti sarebbero scattati possibili provvedimenti. Tutte le Regioni hanno sforato il tetto di spesa, dalla "virtuosa" Emilia Romagna al Friuli, dalla Toscana alla provincia autonoma di Bolzano. Forse perché la richiesta di cure è sempre più elevata, contemporaneamente la spesa non viene razionalizzata e gli sprechi non limitati in modo drastico? Ai lettori l’ardua sentenza.

L’assurdo è che i provvedimenti si scaricano non sulle Regioni ma sulle imprese private, grazie a questa norma. Infatti il cosiddetto “Payback” pone a carico delle aziende produttrici il 50% della spesa in eccesso effettuata dalle Regioni rispetto al tetto del 4,4% della spesa pubblica previsto per i dispositivi medici. Lo Stato quindi, attraverso le Regioni, sta chiedendo alle aziende di tutto il territorio nazionale la copertura di circa la metà delle spese extra budget per gli anni 2015-2018, per un totale cha va dai 2,2 miliardi ai 2,5 miliardi di euro, da corrispondere immediatamente, dal 15 gennaio prossimo.

Il rischio chiusura è reale se non ci saranno interventi governativi.

“Tutte queste piccole aziende riforniscono quotidianamente gli ospedali italiani e risolvono problemi grandi e piccoli che neanche si immaginano”, spiega ad Affaritaliani Gennaro Broya de Lucia della PMI Sanità, coordinamento delle piccole e medie imprese del biomedicale che stanno protestando.

Broya de Lucia: “Si sta creando una mostruosità giuridica, del welfare, della sanità e delle libertà costituzionalmente garantite. Le imprese così falliscono con una catastrofe per la sanità e l'occupazione. Le liste d’attesa da 3 mesi diventeranno di 9, anche per interventi che salvano la vita. Chi avrà i soldi si curerà nel privato, chi invece non avrà il denaro non troverà alternative. Oltre a voler far saltare lo stato di diritto si vuole far morire la sanità italiana a vantaggio di grandi multinazionali? Lo si dica!”.

Ma quello Draghi non era il governo dei “migliori”?

“Forse non c’era consapevolezza ma alcuni che sono al governo oggi c’erano anche con il governo Draghi. Ci sono imprese che fatturano 2 milioni di euro alle quali è stato chiesto di pagare 3 milioni di euro di tasse, siamo oltre l’iniquo”, si sfoga Broya de Lucia, “poco importa che alcune Regioni devono essere commissariate, in particolare la Toscana. Mi chiedo perché sono state commissariata la Campania, la Calabria e il Lazio e la Toscana non si può? Io sono campano, noi siamo pezzenti?”.

Il riferimento alla Toscana non è casuale. E’ una delle Regioni che ha sforato in modo significativo nella spesa ma che chiede con maggiore decisione alle imprese di versare le somme richieste dalla tassazione.

Il governo attuale ha preso tempo. Il precedente esecutivo lo ha messo in una sorta di cul de sac: devono scegliere se salvare le imprese o le Regioni o trovare le risorse per recuperare entrambe.

Le imprese del settore rischiano di fallire e alcune non sono già più in condizioni di fornire dispositivi medici ai sistemi sanitari regionali, visti i costi energetici attuali. Se la tassa passa senza colpo ferire si rischia l’effetto domino già visto in altri settori: le imprese in crisi verrebbero acquisite a poco e niente dalle multinazionali del biomedicale, con un abbassamento e “cinesizzazione” ulteriore dell’offerta ai cittadini italiani. Un processo progressivo ma che degraderebbe ulteriormente la sanità e renderebbe più misera la nostra capacità produttiva, uccidendo altre piccole e medie imprese del Belpaese.

Le aziende sono sul piede di guerra e si parla di una possibile manifestazione nazionale il prossimo 10 gennaio.

“Stiamo predisponendo una campagna informativa nelle stazioni ferroviarie per spiegare alle gente cosa sta accadendo”, racconta ancora Broya de Lucia, “questo è un suicidio, è come aver dato la pistola in mano a dei bambini. Da giovane ho studiato in un collegio militare, ho una formazione di questo tipo. Fino a ieri non avevo capito cosa volesse trasmetterci la nostra insegnante di greco alla Scuola militare di Milano dicendo ‘quando i cittadini di una nazione smettono di scendere in piazza, quella nazione non è più libera e i cittadini meritano leggi e governanti iniqui’, ora mio malgrado ne ho scoperto il significato”.

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Tags:
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