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Cronache

"Generale dalla Chiesa, che mondo complicato questo della mafia e dei politici collusi ! Forse, era meglio l'antiterrorismo". A Giorgio Bocca, piemontese come lui, che era piombato a Palermo, per intervistare il nuovo e ottimista, quasi spavaldo, "Prefetto Mori", meno di un mese prima di essere ucciso da Cosa Nostra, dalla Chiesa rispose : "In un certo senso, sì. Allora avevo dietro di me l'opinione pubblica, l'attenzione dell'Italia, che conta. I gambizzati erano tanti e quasi tutti negli uffici alti : giornalisti, magistrati, uomini politici. Con la mafia, è diverso, salvo rare eccezioni.

La mafia uccide i malavitosi, l'Italia perbene può disinteressarsene. E sbaglia". Qualche errore, nella sua carriera, anche il generale lo commise : l'iscrizione alla loggia P2 di Licio Gelli e il blitz, tanto clamoroso quanto privo di risultati, nel complesso dell'Università della Calabria, nella notte tra il 27 e il 28 giugno del 1979. "Sembrava che fossimo tornati ai tempi in cui la Gestapo - protestò, indignato, il Rettore, Pietro Bucci - faceva le retate per arrestare gli antifascisti e gli ebrei !". In genere, le forze dell'ordine chiedono l'autorizzazione al Rettore prima di fare questi interventi. Invece, quella volta, la collina di Arcavacata fu cinta d'assedio da un ingente schieramento di carabinieri, che impedirono a chiunque di passare, da una parte e dall'altra.

I contadini intorno stavano a guardare, non capendo cosa succedeva. Entrarono nelle case, sfasciando le porte : uno spiegamento impressionante di forze speciali, addestrate a catturare gente armata fino ai denti e subdoli fiancheggiatori dei terroristi. Pacifici studenti e impauriti docenti delle "maisonettes" assistettero, sgomenti, a quella invasione di tipo cileno, con i sequestri del libro "sovversivo" "Dall'operaio di massa al l'operaio sociale", scritto da Toni Negri, e della rivista "Metropoli", su cui vergava i suoi articoli un giovane assistente alla cattedra di Fisica, l'autonomo Franco Piperno. Queste furono le uniche prove dell' "eversione", che dalla Chiesa trovò all'Unical... Il generalone, in quella lontana contrada calabrese, l'aveva fatta grossa, anche se si viveva in un clima di leggi d'emergenza, 12 mesi dopo il sequestro e il martirio di Aldo Moro. La bufera non fu locale, ma di carattere nazionale. A poche ore dal blitz, nella tarda mattinata, si tenne una grossa assemblea nella sala "Pietro Mancini" della Camera di Commercio di Cosenza. Presiedeva l'avvocato Michele Cozza, socialista, ci furono grandi proclami di garantismo, interventi autorevoli, come quello del senatore Stefano Rodotà e di Ernesto D'Ippolito, penalista di rango, liberale, che censurarono il blitz.

L' allora Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, sollecitato da Giacomo Mancini, si attaccò al telefono e pretese immediati chiarimenti sulla "retata", e se vi fossero state le condizioni per un simile spiegamento di forze, all'allora Ministro degli Interni, il dc Virginio Rognoni, che nutriva scarsa simpatia per dalla Chiesa. E, qualche tempo dopo, Pertini visitò l'Ateneo. L'ex segretario del Psi-che, con il dc Riccardo Misasi, si era battuto per la realizzazione, vicino a Cosenza, dell'Università- parlò, apertamente, di "grave intimidazione politica" e "fatti oscurissimi", ricordando che neppure a Padova, in occasione degli arresti degli autonomi, ordinati dal giudice Calogero, il 7 aprile dello stesso anno, era stato deciso l'assedio notturno, con un così consistente impiego di carabinieri. Carcere ? Scontò ben 8 anni Fiora Pirri Ardizzone, figlia della seconda moglie del senatore del Pci, Emanuele Macaluso, prima compagna e poi contestatrice di Franco Piperno, accusata, con prove labili, di aver assaltato il centro meccanografico della Cassa di Risparmio di Calabria e di Lucania, come associata a un gruppo considerato terroristico. Fiora fu graziata, tra le polemiche, perché Pertini, insieme all'allora Guardasigilli, il dc Mino Martinazzoli, decise di liberare i presunti terroristi condannati, che non avessero commesso reati di sangue e avessero scontato metà della pena. Anche i fatti di Arcavacata contribuirono ad infiammare le discussioni tra due schieramenti.

Da una parte, il comunista Pecchioli, Craxi e settori della DC, i quali enfatizzavano la figura di dalla Chiesa, sottovalutando il fatto che un potere autoritario, anche quando si muove con buone intenzioni, determina eccessi, deviazioni, trasgressioni, dando ai "teoremi" maggiore rilevanza rispetto ai fatti accertati. Dall'altra parte, i manciniani del Psi, i radicali, giuristi, magistrati e docenti garantisti, come Gozzini e Rodotà, eletti nelle liste del Pci, molti liberali e non pochi dc sostenevano che le strutture dello Stato possono essere efficienti, anche non affidando superpoteri a generaloni e a Prefetti, ma utilizzando, bene, gli apparati repressivi. Come riuscì a fare don Emilio Santillo, prima coraggioso questore di Reggio Calabria, nei mesi della "rivolta", e poi Capo dell'ispettorato antiterrorismo. A dalla Chiesa, dopo i successi nella guerra alle BR, debellati soprattutto grazie ai "pentiti", l'uniforme dell'Arma, dove contava non pochi avversari, andava ormai stretta. Preferiva il ruolo di superprefetto alla Mori. E, in quelle poche settimane, a Palermo- a differenza del siciliano Falcone, sempre molto cauto e consapevole della pericolosità e della infida scaltrezza dei picciotti-si dimostrò convinto di poter debellare la mafia, in tempi brevi. E lo confidò a Giorgio Bocca, 20 giorni prima della strage di via Carini in cui, il 3 settembre 1982, il Prefetto di Palermo, la giovane moglie, Emanuela Setti Carraro- che stava guidando l'A112, diretta a un ristorante di Mondello-e l'agente di scorta, Domenico Russo, furono uccisi, con un fucile Ak-47, dallo spietato killer di Riina, Pino Greco, detto "scarpuzzedda", responsabile di 58 omicidi, e 3 anni dopo eliminato, per ordine di Zu' Totò, il presunto affettuoso "baciatore" di Giulio Andreotti. Ma quella è un 'altra, torbida storia dell' "Italia dei misteri e delle trame".

Pietro Mancini

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