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Togliatti 50 anni dopo. E quella volta che Napolitano sull’Ungheria…

di Pietro Mancini

Nei primi anni 60, Giuliano Amato era un giovane intellettuale della sinistra socialista. Ricorda il “Dottor Sottile” : “Pietro Nenni si trovò di fronte all’alternativa se restare al governo con la DC, o mollare, davanti al “tintinnar di sciabole”, come il grande giornalista romagnolo definì le trame golpiste del generale dell’Arma dei CC, Giovanni de Lorenzo. Pietro scelse di restare nell’esecutivo e di salvare la democrazia”.

Una fase cruciale e un comportamento, quello del leader del PSI, spesso sottovalutato da politici e storici, tanto più importante e sofferto, pagato con la scissione del PSIUP di Valori, se confrontato con quello di Palmiro Togliatti- scomparso il 21 agosto di 50 anni fa- che non capì che quella nenniana era la scelta giusta”. Amato ha un ricordo molto nitido di quel drammatico luglio del 1964 di 50 anni fa : “Vidi Nenni seduto su una panchina, alla Camilluccia, mentre aspettava le decisioni dello stato maggiore della DC. Mi tornano in mente l’umiliazione del leader socialista, il suo orgoglio interiore e la lungimiranza, che ha rafforzato la democrazia e ha preparato la strada alle riforme, che vennero negli anni 70”.

Anche Giacomo Mancini, allora ministro della Sanità nel governo Moro e amico dei dirigenti comunisti Alicata e Bufalini, approvò la scelta di Nenni. Il deputato calabrese era molto legato al leader e fu l’unico dei parlamentari socialisti a rifiutarsi di votare per Saragat, che bruciò Pietro, nella corsa al Quirinale, con i voti determinanti del Pci. E, alle elezioni del ’68, Mancini propose e ottenne il “disco verde”dalla direzione del PSI, dove non mancarono le voci contrarie, le candidature al Parlamento di Jannuzzi e Scalfari. Lino ed Eugenio, su “L’Espresso”, avevano documentato il “tintinnar di sciabole” e le trame golpiste, che lambirono il Quirinale, allora occupato da un doroteo di Sassari, Antonio Segni, maestro di Cossiga, padre di Mariotto e parente dei Berlinguer.

La rottura con il Pci pesò molto a Nenni, che con Togliatti aveva uno stretto rapporto personale, costruito negli anni dell’esilio e della opposizione al fascismo e poi cementato, nel 1946, con il patto di unità d’azione Pci-PSI. Quel l’alleanza socialcomunista provocò la prima scissione di Saragat e indusse i capi del Cremlino a conferire al leader socialista il premio Stalin per la pace. I primi, forti dissensi tra i 2 capi dei partiti della sinistra si manifestarono dopo la diffusione del rapporto segreto, al XX congresso del PCUS, di Kruscev, che denunciò i crimini di Stalin. Ed esplosero all’indomani della rivolta popolare e antisovietica di Budapest, nel 1956, stroncata da Mosca con l’invasione dei carri armati e l’impiccagione del leader della sollevazione, Nagy.

Mentre, il 25 agosto, con l’incontro, a Pralognan, in Savoia, tra Nenni e Saragat, si cominciò a porre le basi della riunificazione PSI-PSDI, che fallì, dopo la formazione della nuova maggioranza De Martino-Mancini-Lombardi, nel 1969, l’anno terribile della strage di piazza Fontana, a Milano, delle lotte operaie e della contestazione del movimento studentesco. Togliatti disprezzava i socialdemocratici, considerandoli come i “servi dei padroni” e il nemico maccartista, che mira a dividere la sinistra. Il 23 ottobre del ’56, giorno in cui esplode la rivolta, Nenni scrisse a Togliatti : è la storia a fornire buone carte alla socialdemocrazia, italiana ed europea. Per la prima volta, il Capo del PSI citò “la violenza della pressione operaia e popolare, che investe alcuni partiti comunisti e ne smaschera gli errori e, purtroppo, anche i delitti”. Sei giorni dopo, arrivò a Pietro l’ultima, lapidaria risposta di Togliatti. Secondo “Il Migliore”, nel PSI, “si sta percorrendo, molto rapidamente, la distanza, che passa tra il dissenso e l’ostilità”. In un estremo tentativo di conciliazione con il “caro compagno Ercoli”, nella Resistenza al nazifascismo, Nenni gli replicò : “Proprio perchè il nostro dissenso è molto grave, guai se intervengono, tra noi, motivi di frizione e, come scrivi tu, di ostilità”. Ma, solo 5 giorni dopo la lettera del segretario socialista a don Palmiro, i carri armati dell’Urss invasero l’Ungheria e i soldati sparano sugli insorti. Tra le macerie, oltre alla libertà degli ungheresi, finì anche l’unità della sinistra italiana, con Antonio Giolitti, che lasciò il Pci, e Giorgio Napolitano, che approvò l’invasione, sull’”Unità”, pentendosene solo 50 anni dopo, da Presidente della Repubblica. E, pochi anni dopo la fine del carteggio tra Nenni e Togliatti, il dirigente socialista, portando il PSI nella “stanza dei bottoni”, annunciò, sull’ “Avanti !”, con un titolo da giornalista di razza : “Da oggi, gli italiani devono sentirsi più liberi !”. Cominciava un’altra epoca.