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Culture
"Chiuso per Kindle", due librai raccontano le loro giornate in trincea

Insidiato dai negozi online e dai supermercati, minacciato dall’e-book e dalla crisi, il libraio resiste come un soldato che crede molto, moltissimo, nella sua missione: presentare ogni giorno ai lettori storie e idee in forma di libro, scegliendo con esperienza e passione tra le migliaia di proposte che affollano i cataloghi degli editori. Tra gli scaffali, Don Chisciotte e Maigret, libri di ricette e casi letterari nelle varie sfumature si spartiscono l’attenzione degli acquirenti senza risparmiarsi colpi bassi. Loro, i lettori, si difendono come possono, confortati dall’inserto del quotidiano di fiducia e da una sana diffidenza.
Chiuso per Kindle (in uscita per Bompiani) è un viaggio nella vita quotidiana di una libreria, un’irresistibile galleria di clienti raccontata da chi lavora dietro la cassa, la cronaca senza omissioni delle cattive abitudini dell’editoria nell’era del bestseller a tutti i costi. Ma è anche, e soprattutto, un atto d’orgoglio nei confronti di un mestiere insostituibile, che nessun tablet potrà sconfiggere.

LEGGI SU AFFARI ITALIANI UN ESTRATTO
(per gentile concessione di Bompiani)

Si tramanda una storiella secondo la quale il secondo volume stampato da Johann Gutenberg – l’inventore della stampa a caratteri mobili – riguardasse la morte del mondo editoriale: subito dopo aver inventato il libro moderno – più o meno come lo conosciamo oggi – ne avrebbe decretato la fine. Per fortuna si è trattato di una falsa previsione: dopotutto il libro è ancora un giovanotto, ha poco più di cinquecento anni. E non ci si venga a raccontare che si tratta di un oggetto ingombrante o scomodo, perché da Aldo Manuzio in poi – colui al quale dobbiamo l’introduzione del formato tascabile, molto tempo prima che Oscar Mondadori venisse concepito dalla mamma – si è cercato di adattarlo a tutte le esigenze: ce ne sono alcuni che stanno in un palmo di mano. Nella sua breve vita il libro è sopravvissuto, spavaldo, ai numerosissimi accidenti che lo hanno minacciato: incendi, devastazioni, alluvioni, guerre, censure. Al di là dei casi più drammatici – si pensi ai libri di autori ebrei dati alle fiamme dai nazisti – in molte altre occasioni il fuoco si è confermato il nemico più temibile: negli anni trenta, Furore, opera dell’americano John Steinbeck, provocò non poche controversie per via delle descrizioni della dura vita dei contadini del profondo Sud, costretti a emigrare in California. Il romanzo fu accolto dal fuoco dei contadini californiani – anche da quelli di Salinas, città natale di Steinbeck – i quali anni dopo si scusarono con l’autore per averlo fatto. Più di recente, nel 1973, trentadue copie di Mattatoio Numero 5, di Kurt Vonnegut, furono incenerite dal bidello di una scuola americana, dopo che il consiglio scolastico ne aveva decretato il contenuto come pornografico. Senza dimenticare altri tentativi, simbolici e all’interno di considerazioni interpretative, di ridurre in cenere questo o quell’autore: dobbiamo bruciare Sade, si domandava Simone de Beauvoir? Certo, ci sono stati anche casi eccezionali: Kafka visse, o almeno morì, col desiderio di bruciare i suoi libri, anche se poi, a dire il vero, dopo averli scritti, affidò l’esecuzione dell’autodafé all’amico Max Brod, che lo aveva preventivamente avvertito che non si sarebbe preso tale incombenza. Talvolta sarebbe meglio, poi, non scherzare col fuoco e lasciare che le fiamme facciano il loro dovere. Ne sa qualcosa Gulliver, che a Lilliput, dopo aver domato con mezzi di fortuna (copiosa e abbondante pipì) un incendio provocato da un libro blefuscudiano avidamente letto a lume di candela, viene in un primo momento trattato da eroe, ma poco dopo il nobile gesto gli si ritorce contro “essendo stato capace di spegnere l’incendio inondando d’orina il palazzo di sua maestà (fatto orribile a ricordarsi) avrebbe potuto un’altra volta, con lo stesso mezzo, inondare il palazzo e tutta la città”. Di tutti questi eventi che hanno mutato il corso della storia, il libro ha continuato a essere il vettore, esso stesso principale protagonista della cultura mondiale. Ora, come se non bastassero crisi economiche, una scuola latitante e scarsa presenza della questione libraia nell’agenda della politica, è minacciato da un nemico accattivante, attraente, destinato a scalzarlo in tempi rapidissimi. Stiamo parlando del libro elettronico e di tutti i suoi dispositivi di lettura, primo fra tutti il famigerato Kindle: rivale potentissimo, sapientissimo, capientissimo, (insomma issimo), il tutto racchiuso in soli 170 grammi. La sua realizzazione la dobbiamo al visionario Jeff Bezos, presidente e amministratore delegato di Amazon. Personaggi innovatori e pionieri dello sviluppo tecnologico parteciparono alla creazione di Nell, Miranda, Turing – nomi in codice utilizzati per riferirsi al Kindle durante la fase di sperimentazione – l’e-reader oggi più venduto. Nel Lab126 – luogo segreto in cui operavano gli sviluppatori – Jeff Bezos finanziava e nutriva con frittelle e ciambelle (il venerdì birra) coloro che consentirono al Kindle di presentarsi al mercato mondiale il 19 novembre del 2007. Per sostenere le novemilanovecentonovantanove opere che è in grado di racchiudere non avremo neanche più bisogno del palmo della mano, ma saranno sufficienti due sole dita, le stesse con cui prima banalmente – vecchi e antimoderni che non siamo altro a non capire l’eccezionale funzionalità di due dita – sfogliavamo l’amato libro. Lo schema è sempre lo stesso: l’obiettivo di qualsiasi innovazione tecnologica è quello di presentarsi come quid unicum, come qualcosa cioè che determinerà un tale cambiamento per cui nulla dopo la sua comparsa sarà come prima. Anche il caso del libro digitale non fa eccezione, anche se con qualche particolarità rispetto ad altre rivoluzioni digitali. È evidente, infatti, come sia difficile parlare o anche descrivere l’esperienza della lettura di e-book, senza fare inevitabilmente riferimento a caratteristiche proprie del libro: si pensi alla maneggevolezza e alla facilità di trasporto, si pensi poi del tentativo, peraltro ben riuscito, di rendere la lettura digitale quanto più simile al libro con schermate che replicano l’“effetto carta”. Addirittura la simulazione dell’esperienza olfattiva indotta utilizzando dei fantasiosi prodotti da spruzzare direttamente sul supporto digitale. Un esempio per tutti, burla in cui sono incappati anche giornalisti esperti, è proprio “Smell of Books”, sito online che propone la commercializzazione di bombolette spray da utilizzare con tutte le tipologie di e-reader. Ora: che non ne sia possibile l’acquisto è evidente dalla prima schermata del sito, ma ciò che avrebbe dovuto far pensare subito a un fake è dato dalla stravagante tipologia di fragranze degli spray: muffa, aroma di pancetta croccante, aroma di libro nuovo, aroma di sensibilità. Anche in questo caso il lavoro prezioso dei librai ci sembra insostituibile, non trovate? Questa importante rivoluzione toccherà inevitabilmente tutti i mestieri del libro, per primo, e per noi pietra angolare del mercato editoriale, quello del libraio: di colui, cioè, che permette al libro di uscire dall’anonimato, che gli consente di presentarsi all’universo fantastico e variegato dei lettori. Se ne parla periodicamente su quotidiani e periodici, e tutti ma proprio tutti sostengono la propria tesi a favore o contro questa sorprendente rivoluzione: editori, scrittori, distributori, critici, filologi, linguisti, semiologi, pellai e acconciatori. Ora anche noi, librai, abbiamo intenzione di dire la nostra: sul libro, sul libro elettronico, sulle librerie, sugli editori, sugli scrittori, sui best seller, sui mega seller, sul self-publishing e svelare tutti i segreti di un mestiere faticoso sì, poco remunerativo sì, che richiede aggiornamenti quotidiani sì, ma affascinante e unico, quello del libraio. Suona strano, ma la libreria ha un’origine meno nobile e poetica di quanto si possa immaginare. I librai nascono schiavi! Andiamo a Roma antica, dove esistevano biblioteche pubbliche, importanti luoghi di incontro e socializzazione, dove gli aspiranti scrittori, non ancora pubblicati – empirismo dei romani per risolvere la faccenda degli esordienti – potevano declamare brani delle proprie opere e presentarsi così al grande pubblico. I cittadini più ricchi, quelli con case di un certo livello, poi, possedevano biblioteche private, e molti, oltre agli addetti alla casa, alla cucina e alla pulizia, avevano due particolari categorie di schiavi: anagnostae e librarii, praticamente gli antenati di noi librai. L’anagnostae era addestrato a leggere ad alta voce, mentre il librarius sapeva scrivere sotto dettatura. Inizialmente venivano impiegati nella copiatura di opere celebri per i loro padroni, ma gradualmente – anche per il fatto che a Roma si leggeva molto – si arrivò a una vera e propria specializzazione e alla nascita del mestiere di editore-libraio.

(continua in libreria)

ChiusoperKindle
 

 

 

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