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Culture

Il primo film di Valeria Golino è un azzardo ben riuscito. Non è scelta facile quella di cimentarsi col tema della morte per esordire da regista, questione sempre troppo scivolosa, limite stesso della pensabilità, eterna sfida all’umana comprensione. Eppure proprio  puntando in alto talvolta si colpisce il bersaglio. Miele è un film profondo, pensato, ben interpretato, ben diretto, che si assume tutti i rischi di affrontare una questione estremamente delicata. Infatti, non è soltanto un film sull'eutanasia, non accampa pretese di natura etica o politica su quel gesto pietoso verso un altro sofferente, né si limita a raccontare con tono partecipe la sempre dolorosa scomparsa delle persone care, solleva piuttosto un coraggioso interrogativo intorno alla nostra relazione, intima e segreta, con la soglia dell'esistenza, con la nostra stessa morte.


 

Miele (che ha il volto intenso e il corpo leggero di Jasmine Trinca) è un personaggio complesso, perché sceglie con piglio professionale di portare la morte lì dove la vita diventa insopportabile, e pur interrogandosi continuamente sul senso stesso del suo agire, non smarrisce la convinzione che la morte dei deboli, di coloro che, afflitti dalla sofferenza e dalla malattia, si trovano sull'orlo ultimo dell'esistenza, possa e debba essere dolce, dolce come il miele.
 

Accade però che ella sia costretta, da un incontro con un uomo complesso e impegnativo (uno straordinario Carlo Cecchi), ad affrontare l’inatteso e sgradito incontro con il desiderio stesso di morte, con qualcuno che cerca lucidamente un suicidio assistito, una morte inferta a sé senza violenza, una fine incruenta inseguita con determinazione perché l’esistenza può divenire intollerabile indipendentemente dalla sofferenza fisica e dall’afflizione inferta da una malattia, insostenibile e illogica anche per una persona sana. Tuttavia, non è la sua la vicenda di un depresso, come lei a un tratto lo apostrofa, quanto di un uomo che instaura con questo “angelo della morte” apparentemente algido una relazione umana che rivela in lui una residua disponibilità al contatto e che lo condurrà, come forma estrema di rispetto nei suoi confronti, a optare proprio per il finale che avrebbe voluto evitare cercando il suo aiuto.
 

Questa contemporanea “accabadora” (come la protagonista dell’omonimo bellissimo romanzo di Michela Murgia, silente dispensatrice di pace eterna), pur avendo confidenza con la morte, che amministra in situazione con discrezione e competenza, ne tollera la possibilità solo quando essa rappresenta la fine di un’aggressione mossa dalla malattia al corpo, e i corpi dei suoi “pazienti” sono di solito ormai inevitabilmente contigui ad una condizione di naturale disfacimento. Ma non può rassegnarsi – come tutti noi – alla dissoluzione di un fisico sano, cultrice com’è della salute e della bellezza del proprio corpo, che modella e leviga con un’indefessa e impegnativa attività sportiva. Imparerà Miele, che pure si era illusa di poter invertire la rotta intrapresa da quell’uomo, che la vertigine, il fascino oltraggioso della morte può divenire assillo di una mente, anche quando essa abita un corpo sano e che non sempre l’esistenza può reinventarsi, a volte essa sa solo porre fine a se stessa. Lei, che sino a quell’incontro è una giovane donna che nasconde e si nasconde, che mente e dissimula e che su questa esistenza parallela ha strutturato anche un’economia di sopravvivenza, si farà sorprendere dall'ing. Grimaldi che, con una movenza di puro affetto, dopo aver infranto la sua corazza difensiva che la distanzia dalla vita vera, la libererà da ogni responsabilità.


 Un film delicato e lieve, privo di pietismi e sdolcinatezze, che affronta con audacia l’aspetto più inaccettabile e gravoso della humana conditio, la vulnerabilità fisica, psicologica, ontologica degli esseri umani, il cui destino segnato viene a rivelarsi impietosamente nella fragilità costitutiva delle loro vite eternamente precarie.

Francesca R. Recchia Luciani

Filosofa (Università di Bari “Aldo Moro”)

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“miele”valeria golino
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