Non si tratta solo di integrazione, di comprensione di culture differenti o di politica, i Rom hanno un ruolo fondamentale per comprendere la società contemporanea. La “questione Rom” viene per la prima volta affrontata da un punto di vista filosofico da Michel Eltchaninoff (professore di teoretica associato a Paris 1) sulla nota rivista francese di cui è curatore, Philosophie, per arrivare alla conclusione che la società di oggi, così convinta di avere poco in comune coi nomadi, in realtà ne è piena espressione e, proprio per questo motivo, varrebbe la pena soffermarsi di più su quella che potrebbe essere nuova icona della postmodernità. Secondo il filosofo l’analisi sociologica del nomadismo spesso si riduce al concetto generico di “stile di vita molto diverso dal nostro”, motivo per cui i Rom “non possono essere integrati”. Ma non può e non deve essere solo questo. I Rom rappresentano una svolta nell’analisi del concetto di alterità nella società postmoderna: di fatto sono espressione della liquidità che caratterizza i rapporti di oggi, simbolo dell’instabilità e della necessità di cambiamento che rende anche le nostre generazioni sempre meno legate alle proprie radici.
Paradossalmente i nomadi si rivelano molto più radicati dei giovani di oggi, pronti ad abbandonare e rinnegare le proporie origini in nome della scoperta dell’altro. La tradizione che per noi spesso sembra non avere più senso ne acquista uno molto forte per un popolo la cui dimora è più fissa di chi vive da trent’anni sotto lo stesso tetto. Anche l’atteggiamento nei confronti della civiltà e la tendenza a considerarla come nemico o elemento esterno e aggressivo è diventato specchio dell’apatia contemporanea verso la collettività e i fini comuni. L’insieme di queste caratteristiche, sempre secondo Michel Eltchaninoff, riconduce a ciò che Gilles Deleuze e Felix Guattari chiamavano “rhizome“. Al contrario del simbolo dell’albero, con radici ben consolidate questa pianta che nasce sull’acqua ha mille radici sotterranee che si intrecciano e danno vita a una rete vegetale infinita: simbolo per i due filosofi di una civiltà multipla, sfuggente, polimorfa, come quella nomade, ma anche come quella postmoderna analizzata da Bauman.

