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Culture
Ventinove tribù ai confini del pianeta... Intervista al fotografo Jimmy Nelson
(Jimmy Nelson / teNeues)

di Marco Romandini

Ventinove tribù ai confini del pianeta. Le anime pure e inviolate dalla modernità di popoli che perpetuano tradizioni e costumi, restando quasi indifferenti allo scorrere del tempo. Il fotografo inglese Jimmy Nelson con il suo reportage ha voluto renderli visibili al mondo e dimostrare che la purezza dell’umanità esiste ancora: “È lì, tra le montagne, nei campi di ghiaccio, nella giungla, lungo i fiumi e nelle valli”. 

Un ”messaggero visivo”, come si definisce, che consegna immagini di culture dimenticate, legate alle nostre stesse origini, alla nostra natura. Un rapporto con la fotografia che incomincia appena diciottenne. Diventato calvo a sedici anni a causa dell’uso accidentale di un farmaco sbagliato, si è ritrovato a essere nella borghesia tradizionale inglese degli anni Ottanta improvvisamente un “diverso”. Una condizione che ferisce la sua sensibilità al punto che preferisce emarginarsi da quel mondo benpensante e dedicarsi alla ricerca del vero. Percorrerà a piedi il Tibet, immortalando tutto con la sua macchina fotografica. Ne verrà fuori un lavoro così ben realizzato da essere pubblicato: la fotografia l’aveva scelto.

La miccia che innesca l’avventura di “Before They Pass Away” prende fuoco quattro anni fa, quando Jimmy conosce un imprenditore olandese che sposa la sua visione artistica e decide di formare insieme una società per finanziare nuovi progetti. Il risultato è un libro dalle immagini spettacolari, talmente vivide da farti dar ragione alla superstizione che la fotografia ruba l’anima. Al di là dal pregevole lato artistico, il lavoro di Nelson regala una visione inedita di tribù fino a oggi quasi inavvicinabili. L’ho intervistato, facendomi raccontare i particolari di questa sua grande avventura.

Jimmy, come nasce l’idea di Before They Pass Away?
È un progetto che avevo in mente già a diciotto anni. Mi sono informato su libri, reportage, siti internet. Una volta ottenuti i finanziamenti, ho preso contatto con le autorità locali per capire quanto fossero accessibili veramente quelle tribù. Molti di quegli enti hanno deciso di fornirmi di guide e traduttori, anche se fondamentale è stata la mia passione a persuaderli. Ho viaggiato per tre anni con un cameraman, che ha filmato tutto, e un’assistente donna.

Per questo lavoro hai scelto una fotocamera grande formato 4x5. Quali considerazioni ti hanno portato a questa decisione?
Ho passato giorni a costruire un’apparecchiatura specifica per le mie esigenze. La scelta si è orientata sul grande formato sostanzialmente per tre motivi. Il primo è la luce, con esposizioni lunghe avrei avuto bisogno di un soggetto statico era non facile da ottenere in quelle condizioni; il secondo è la qualità pittorica della pellicola, superiore a quella di una digitale; Il terzo è la maggiore scala per dare ai soggetti la dignità che volevo comunicare. La fotocamera è stata realizzata in casa, assemblando ottiche tedesche e accessori.

La qualità è eccezionale. Come sei riuscito a ottenere quei colori e che peso ha avuto la post-produzione sull’effetto finale?
Tutte le immagini sono state realizzate su pellicola, che è poi stata sottoposta a scansione nel computer. C'è molta poca post produzione, a parte un bilanciamento occasionale della luce del cielo o piccoli interventi per rendere il fondo più scuro. In sostanza non è stato fatto molto di più rispetto alle classiche procedure da camera oscura. Solo in occasione dei ritratti multipli di una stessa tribù, le immagini sono state equilibrate in modo da renderle più omogenee. Gli effetti colore sono dati dall’uso del vecchio negativo sottoposto a climi difficili.

Parliamo delle tribù. Non deve essere stato facile convincerli.
Come per tutte le relazioni nella vita, la chiave del rapporto è la fiducia. Per il legame tra il fotografo e il suo soggetto vale la stessa cosa. In diverse occasioni, la gente era riluttante a lasciare che la fotografassimo. Siamo stati spesso accolti con molto scetticismo per le nostre intenzioni, e questo è comprensibile. Immaginate un gruppo di sconosciuti occidentali che vanno in un villaggio isolato e iniziano a chiedere alla gente del posto di posare per loro in una lingua che non parlano e per uno scopo che non capiscono. Non puoi certo aspettare che facciano salti di gioia, condividendo il tuo entusiasmo.

E come siete riusciti a farli partecipare?
Facendoci conoscere un po' meglio, tranquillizzandoli e mettendoli a proprio agio. La nostra visita al popolo Tsataan in Mongolia è un perfetto esempio. I primi giorni non stavamo ottenendo gli scatti che volevamo: gli Tsataan non erano interessati a mettersi in posa ore sotto il freddo pungente per un paio di sconosciuti. Abbiamo cercato di integrarci, partecipando alla loro vita sociale e domestica, ma senza ottenere alcun effetto. Dovevo andare oltre e così una sera ho deciso di unirmi a loro in un rituale a base di vodka.

Non sono un grande bevitore e dopo un po’ sono svenuto sul pavimento coperto di pelliccia del nostro tepee. Quando mi sono svegliato qualche ora dopo, avevo un gran bisogno di urinare. Ancora piuttosto ubriaco, ho deciso di non provare ad alzarmi, ma rotolare su un lato della tenda, sollevare la copertura e fare il mio lavoro a -40 gradi. Strisciando tra i vicini che russavano, ho raggiunto la destinazione e provato a slacciare le varie cerniere dei miei otto strati di vestiti. Serviva troppo tempo. Ubriaco e con il freddo che penetrava nelle mie parti basse, alla fine me la sono fatta addosso. Poi mi sono riaddormentato.

Pensavo che nessuno l’avrebbe scoperto, e invece a un certo punto siamo stati svegliati brutalmente. La tenda era stata invasa dalle renne e il soffitto era crollato, il tutto nel bel mezzo di una bufera di neve. Come ho saputo solo dopo, le renne sono naturalmente attratte dall’urina umana per il suo contenuto di sale. E così mentre i miei compagni urlavano e tentavano di rimettere la copertura, io cercavo disperatamente di allontanare una renna che puntava verso il mio inguine. Guardando quella scena, gli altri si sono resi conto di ciò che era successo e sono scoppiati a ridere. Nonostante il danno, l’episodio è servito a rompere il ghiaccio: gli Tsataan avevano capito che ero un ragazzo semplice come loro. Insieme abbiamo ricostruito la tenda, finito la vodka, e il giorno dopo sono riuscito a scattare tutte le foto che volevo. Una delle grandi lezioni che ho imparato è quanto sia importante lasciare tutta la tua arroganza quando hai bisogno di avvicinare gli altri. Solo spogliati di ricchezza, di classe e disparità di cultura può esserci vera comunicazione. E la mia vulnerabilità in quel caso era diventata la chiave.

In altri casi è bastato l’entusiasmo a fare da catalizzatore. La nostra passione era contagiosa e la gente del posto decideva di partecipare spontaneamente. Quando i membri delle tribù mi vedevano in difficoltà, capivano che dovevano fare meglio anche loro: più mi concentravo e luccicava di sudore la fronte, più i soggetti si sentivano importanti e orgogliosi. Con un teleobiettivo e senza quella partecipazione non avrei mai avuto la possibilità di fare certe foto.

L’episodio che ti è rimasto più impresso?
Quello che mi è capitato nella foto dei cacciatori kazaki con aquile, ripresi sui loro cavalli, sulla montagna e sotto il sole che sorge. Abbiamo dovuto aspettare due giorni per le giuste condizioni. Quando al terzo tentativo avevamo finalmente la luce adatta, ho preso i guanti e ho iniziato a scattare, ma era così terribilmente freddo che le mie mani si sono ghiacciate in pochi secondi. Non riuscivo più a sentirle e ho iniziato a piangere. Per il dolore, ma soprattutto per la frustrazione: proprio di fronte a me c’era l'immagine avevo sempre sognato e non l’avrei mai scattata. Due donne che ci avevano seguito sulla montagna mi si sono avvicinate. Con un incredibile gesto, quasi soprannaturale, una di loro ha aperto la giacca, mentre l'altra ha afferrato le mie mani e le ha messe sul petto dell’amica. Le hanno tenute strette lì per diversi minuti, canticchiando preghiere nell’ululato del vento, mentre gli uomini sui loro cavalli restavano immobili. Quando ho sentito di nuovo le dita, le donne le hanno lasciate e sono riuscito a scattare le mie immagini. Queste persone forse non riuscivano a capire cosa volevo, ma sentivano quello che mi serviva.


Quale aspetto pensi che possa accomunare tutte queste tribù?
Tutte avevano una profonda conoscenza e passione per la natura in cui vivevano. Le comunità erano molto simili a quelle tribali viste nel film hollywoodiano “Avatar”. Erano consapevoli della tecnologia, dei progressi dell’uomo moderno, ma quando vivi così a contatto con la natura preferisci una splendida ingenuità felice e ti accontenti di quello che hai.


Un viaggio del genere può cambiare la vita o perlomeno il modo di vedere le cose.
A me ha fatto capire che la purezza dell’umanità esiste. E 'lì in montagna, nei campi di ghiaccio, nella giungla, lungo i fiumi e nelle valli. E che il mondo non deve mai dimenticare com’era. Tribù e culture dimenticate ci possono insegnare aspetti dell’umanità come l'amore, il rispetto, la pace, la sopravvivenza e la condivisione. C'è una bellezza pura nei loro obiettivi e nei legami familiari, nella loro fede nelle divinità e nella natura, nella loro volontà di fare la cosa giusta per curarsi quando c’è bisogno. Sia in Papua Nuova Guinea o in Kazakistan, in Etiopia o in Siberia, le tribù sono gli ultimi luoghi della semplicità naturale.

Tags:
jimmy nelsonbefore they pass away
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