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Culture
La battaglia della Scapigliatura contro le convenzioni in mostra a Lecco

Non è semplice allestire una mostra sulla Scapigliatura. Il movimento artistico lombardo degli anni sessanta-ottanta dell’Ottocento fu la complessa espressione di una “filosofia” che considerava le diverse discipline espressive come “sorelle”, contaminando tra loro linguaggi e ispirazioni di pittura, letteratura, musica, scultura, architettura, persino giornalismo. E tutte trovano la loro verità nell’uomo, nell’introspezione, nelle incertezze dell’anima, nella resa dei sentimenti, in sintonia con le istanze europee più avanzate. Una combinazione decisamente complessa da ridurre nei saloni di un’esposizione.

Ancora più complesso se la si intitola La Scapigliatura. Una generazione contro. Non perché quel manipolo di pittori, scrittori, musicisti, architetti, tuttologi, figli della borghesia alla sua prima crisi dopo la rivoluzione industriale e delle speranze deluse dal Risorgimento non esprimesse un’autentica voglia di mettersi fuori dagli schemi e di trovare un nuovo paradigma artistico. Bensì perché – a grandi linee quanto si vuole – sarebbe necessario esporre anche ciò a cui Cremona, Ranzoni, Grandi, Rovani e gli altri si opponevano, quel mainstream artistico dell’Ottocento, che, è necessario affermarlo, di volta in volta traspare e quasi predomina anche le loro opere, specie quelle minori.

La mostra con quel titolo si inserisce nel percorso di ricerca e approfondimento che la città di Lecco da qualche tempo sta attuando con serietà nella sede espositiva del centralissimo Palazzo delle Paure, nome che gli deriva dall’esser stato sede del catasto e della dogana, un po’ gli equivalenti di inizio secolo scorso della nostra “beneamata” Agenzia delle Entrate. Le 80 opere, tra tele, acquerelli, disegni, di quegli artisti “pieni d’ingegno quasi sempre; più avanzati del loro tempo; indipendenti come l’aquila delle Alpi; pronti al bene quanto al male; irrequieti, travagliati...” (parole di Cletto Arrighi nel romanzo La Scapigliatura e il 6 febbraio, titolo da cui il movimento ha preso il nome) sono un piacevole excursus tra molte delle tematiche a loro care.

Non riescono però a dare l’idea della combinazioni tra le arti, dalla scultura pittoricista alla musica muta o pietrificata dell’architettura, né è proposto un minimo di confronto con la “normalità” contemporanea per offrire parametri di paragone che non siano quelli nella memoria dello spettatore.

Detto questo, comunque funziona e piace. In primis perché la grandissima parte delle opere viene da collezioni private e quindi sono di rara visibilità, anche se molte erano esposte a Pavia nel 2016. Poi perché il percorso tematico prescelto (comprensivo giustamente di una sala dedicata al legame che la Scapigliatura ebbe con il territorio lariano, sia lecchese con le figure di Antonio Ghislanzoni e Amilcare Ponchielli, sia comasco con il punto di ritrovo della villa Pisani-Dossi, opera di Luigi Conconi e proprietà dello scrittore Carlo Dossi) funziona egregiamente, ben supportato da pannelli esplicativi chiari e mai logorroici.

I temi, di relativo impegno contenutistico e tratti dalla vita quotidiana, vanno dai ritratti introspettivi e psicologico-narrativi alle macabre visioni, dalle passioni amorose, con frequente presenza della figura femminile, alla “revisione” di argomenti accademici, come i soggetti storici oppure le scene di genere. Guida i protagonisti Tranquillo Cremona, capofila del movimento e diventato famoso grazie alle stampe oleografiche delle sue opere idilliache che vennero diffuse in tutta la regione e furono apprezzatissime dalla gente, nonostante non abbia mai dipinto in vita sua un paesaggio (affidò l’unico che appare in una sua tela, Faust e Margherita nel bosco, all’amico Eugenio Gignous). Poi gli altri due della “comunità dei nani giganti”: piccoli di statura, dicevano di formare insieme la bestia infernale, quando, ciascuno con due candele in mano, giravano Milano di notte con Daniele Ranzoni che portava sulle spalle Cremona e Giuseppe Grandi, lo scultore che morì a 51 per la fatica di realizzare il magnifico monumento alle Cinque Giornate, tutt’oggi mirabile al centro dell’omonima piazza di Milano. E ancora, racchiusi tra quelli di antesignani come Faruffini e Piccio e di epigoni come Troubetzkoy e Medardo Rosso, Pellizza da Volpedo e Segantini, troviamo lavori di Conconi, Virgilio Ripari, Eleuterio Pagliano, Roberto Fontana e vari altri.

Nessun capolavoro senza tempo, ma numerose “chicche” dalla Giovinetta inglese di Ranzoni a Le curiose di Cremona, da Le amiche di Francesco Didioni a La preghiera di Bartolomeo Giuliano di quel “linguaggio nuovo, impostato sulla definizione luminosa della forma, attraverso la quale un oggetto o una figura nello spazio non sono che illusione di ombre in movimento che interagiscono con l’ambiente per riflettere le emozioni provate dall’artista” (Annie-Paule Quinsac).

Furono loro i bohèmien italiani, tant’è che in molti morirono giovani. Artisti totali della Lombardia post-unitaria, “personificazione della follia che sta fuori dai manicomi; serbatoio del disordine, della imprevidenza, dello spirito di rivolta e di opposizione a tutti gli ordini stabiliti” (altra definizione “ufficiale” di Arrighi), ma soprattutto intenti a ridefinire il senso della stessa “istituzione arte”, a promuovere il rinnovamento ideologico del mondo culturale italiano.

 

 

La Scapigliatura. Una generazione contro

Palazzo delle Paure – piazza XX settembre n.22, Lecco

Fino al 10 gennaio 2021

Orari: lunedì e martedì chiuso; mercoledì 14-18; giovedì e venerdì 10-13 e 14-18; sabato e domenica ore 10-18

Ingresso euro 8; ridotto euro 6 (ragazzi dai 14 ai 18 anni, over 65, gruppi)

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