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Culture
Lazzaro, Roberto Pazzi e il desiderio di sollevare il mondo dai despoti
Roberto Pazzi

Sono molte le verità e le leggende che raccontano di come il dittatore spagnolo Francisco Franco sia entrato in possesso di una reliquia di Teresa di Gesù, al secolo Teresa Sánchez. Cioè Santa Teresa. E non una reliquia delle tante, ma della sua mano sinistra. Roberto Pazzi - scrittore capace di origliare gli spifferi della storia, dettagli delle epoche che invece hanno fatto la differenza - ne resta impressionato. Attratto, folgorato, ispirato. Entra in sintonia con un'idea: innestare, grazie all'illuminazione di questa vicenda, un romanzo che avesse a che fare col desiderio di purificare il mondo dai despoti, che avesse come necessità (letteraria e forse anche personale) quella di distruggere la presunta onnipotenza del potere. "Corro verso il futuro con la stessa ignoranza che mi tutelava prima di desiderare quello che temevo".

Lazzaro (Bompiani, pagg. 220, prezzo 17,00 euro) è uscito da pochissimi giorni ed è già destinato a far discutere, a solcare la coscienza dei suoi lettori. L'ultimo romanzo di Pazzi oltre ai tratti, propri dello scrittore ligure di nascita e ferrarese di adozione, di originalità e affabulazione, porta con sé una evidente esigenza di liberazione dell'autore di Cercando l'Imperatore. Quella di annullare le distanze tattiche tra i personaggi della storia e chi è chiamato a rappresentarli: il contrasto fortissimo tra Alberto Cantagalli (il redentore) e Leo Bonsi (il despota, in cui si intravvedono abbastanza nitidamente le sembianze di Silvio Berlusconi) è destinato ad annullarsi, i due destini a sovrapporsi, a intersecarsi. E la vendetta si fa missione, il delirio di onnipotenza si fa bisogno. "Tempi cupi - osserva Leo -. Non mi lasciano più andare in giro per il paese. Quanto mi piaceva il guizzo del desiderio negli occhi delle donne, l'ammirazione nello sguardo dei maschi. Ubriacato dalle folle, mi sentivo eterno".

Lazzaro (al solito un titolo fortemente evocativo per Pazzi) è un brillante pretesto per raccontare l'evoluzione di una storia che a suo modo parla anche di redenzione, ma soprattutto di peccato. Anzi di magma dell'umanità, che per l'appunto è fatta di peccato. E quindi di Roma, di una città eterna e proprio per questo eternamente peccatrice. Simbolo di una resurrezione tardiva, proprio come la chiamata a cui risponde Cristo nei confronti di Lazzaro: un po' esitata, un po' stentata. Perché? Affaritaliani.it ha intervistato lo scrittore Pazzi in esclusiva, prima del suo lungo tour promozionale in giro per l'Italia e l'estero. Ecco cosa gli abbiamo chiesto.

Lazzaro roberto pazzi (1)Lazzaro, copertinaGuarda la gallery

Pazzi chi è veramente "Lazzaro"? Un resuscitato dalla modernità o dalla disperazione? Perché ha sentito il bisogno di riportare, al centro della sua narrativa, una figura così discussa del Vangelo?
"Lazzaro è una figura che mi accompagna da quando scrivo, e che spesso è emersa nei miei venti romanzi (soprattutto ne L’ombra del padre) e nelle mie otto raccolte di versi. Credo sia la curiosità di conoscere “il paese dai cui confini nessuno è tornato”, per dirla con Shakespeare. In questo romanzo sono partito dalla constatazione di uno strano ritardo a intervenire del Cristo, che gli viene quasi rimproverato da una delle sorelle di Lazzaro. Il romanzo risponde alla domanda perché ha tardato tanto? Non lo svelerò se non nelle ultime pagine".

La ripubblicazione di tutta la sua opera, quasi per intero da Bompiani, sembra averle (ri)donato tenacia e poetica. E' possibile parlare, come stanno scrivendo alcuni giornali e blog, di "resurrezione letteraria" anche di Pazzi?
"A dir la verità non sono mai scomparso come narratore, l’anno scorso ho accompagnato in tre Paesi le traduzioni di alcuni miei romanzi. L’Egitto, dove è uscito La stanza sull’acqua. La Corea, dove esce Cercando l’Imperatore e il Brasile dove erano già usciti La principessa e il drago nonché Conclave. Raccolgo quel che ho seminato, ho passato la vita a scriverla, come diceva Pirandello, 'la vita o la vivi o la scrivi'".

Da "Vangelo di Giuda" a "Conclave", da "La principessa e il drago" a "Cercando l'imperatore" lei ha sempre cesellato i suoi romanzi con titoli straordinari. Gli Editori le sono mai stati veramente grati del fatto che li ha sempre sottratti al più antipatico degli editing, quello sui titoli appunto?
"In generale sì, con Marietti, Garzanti, Longanesi, Frassinelli e Bompiani, sui titoli non ho mai avuto contrasti, li metabolizzavano subito. Li rumino anni a volte, a volte nascono prima del romanzo e se lo trascinano dietro, come Conclave. A volte li sogno di notte, come Dopo primavera, che nacque da un sogno su una donna amata, che si chiama Vera. Prima e dopo Vera, sognai queste parole su un prima e un dopo l’amore per lei, e il titolo nacque".

La Roma che emerge da "Lazzaro" è una città incline al pecccato, eroticamente proiettata verso le debolezze dell'umanità. Si può dire che rappresenta la chiave comunicativa più urgente del suo nuovo stato di grazia?
"E’ nella natura del Cattolicesimo la tensione pasoliniana al dualismo peccato della carne/ansia di redenzione, peccato e grazia agostinianamente si inseguono, si rincorrono, si cercano. Penso al film La dolce vita di Fellini, che di Roma esprime l’anima così carnale eppure così estetizzante, così aerea e onirica. La statua berniniana dell’estasi di Santa Teresa, protagonista femminile di Lazzaro, esprime tutto di questa Roma sensuale e mistica".

L'io narrante di "Lazzaro" attraversa confessioni, auspici e proiezioni di una vita, all'interno di una trama fitta di riferimenti e circostanze davvero suggestive. Che momento è per Pazzi? Il momento dei bilanci?
"Che momento è? Cotidie morimur, diceva Seneca, non ho un sentimento della morte e della vita diverso da quello che avevo a 20 anni. Ho sempre avvertito che la Morante aveva ragione quando diceva che la morte è un uccellino che canta sulla spalla dei poeti e loro vengono scrivendo quel che canta. Tutta la Letteratura è una dichiarazione di amore alla Vita, e una protesta contro la morte, nell’unico atto di religiosità laica in cui io abbia fede, “la gioia di scrivere /il potere di perpetuare/ la vendetta di una mano mortale” (da Waslawa Szymborska)."

Lei è uno dei pochi narratori italiani che, al netto delle nuove proposte più o meno valide, pare destinato a sopravvivere. Insomma a diventare un "classico". Questa eventualità la spaventa, la rallegra, che effetto le fa?
"E' un grande impegno continuare a credere nella Vita che vince, sempre, anche quando non ci saremo".

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