Quarantasei scritti giovanili di Aldo Moro raccolti in un libro dedicato soprattutto alle nuove generazioni, per non dimenticare il pensiero di un leader politico che prima di essere tale è stato un giovane che ha creduto a tal punto nella democrazia da attribuire a questa scelta un valore morale superiore, più profondo rispetto all’adesione a qualsiasi partito o movimento.
La Vanità della forza, è il volume a cura di Lucio D’Ubaldo in cui sono raccolti gli articoli che Moro – prima di entrare nella democrazia cristiana – pubblicò tra il 1943 e il 1945 nella Rassegna, il settimanale politico fondato a Bari da Antonio Amendola, che riuniva un gruppo di giovani intellettuali di diversa estrazione politico-culturale.
Edito da Eurilink, nella collana Tempi moderni, la raccolta dei testi del giovane Moro è preceduta dalla presentazione di Valter Mainetti e dalla prefazione di Rosina Basso Lobello (postfazione di Giuseppe Fioroni).
Il libro è stato presentato nella sede di rappresentanza del Banco Popolare a Palazzo Altieri dal ministro della Giustizia, Andrea Orlando, dal Presidente della Commissione d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Moro, Giuseppe Fioroni, e dal giudice di Corte Costituzionale Giulio Prosperetti.
Il dibattito ha evidenziato quanto gli scritti giovanili dello statista rivelino il disagio e più ancora l’insoddisfazione per la fragilità della ripresa democratica, nonché la preoccupazione per la crisi spirituale e politica del Paese.
Di Moro sorprende soprattutto la chiarezza di analisi e autonomia di pensiero, al
punto di autodefinirsi un uomo dell’opposizione. Senza nascondere la critica a un certo modo di essere dell’antifascismo e non per un’ambiguità politico-intellettuale, ma per una esigenza di purezza e verità, la speranza di Moro è veder nascere una nuova democrazia fondata su rigore, coerenza e serietà.
Quel che sorprende in questi scritti, come messo in evidenza da Valter Mainetti, azionista di riferimento e A.D. di Sorgente Group che ha sostenuto la pubblicazione del libro, e che di Moro è stato allievo ed amico, è la “continuità di approccio”, cioè una linea di pensiero che, formatasi a cavallo tra adolescenza e gioventù, non subirà trasformazioni radicali, ma uno sviluppo e un accrescimento coerente con le origini. Per questo è importante capire il senso e il valore dei “primi passi” di Moro. ‘’Per lui governare – ha sottolineato Mainetti – voleva dire coordinare e non comandare.’’
Concetto ripreso anche dal Ministro Orlando. ‘’ Le forze politiche – ha rilevato – vivono distinzioni e contrapposizioni, ma occorre saperle riorganizzare per determinare quel processo di inclusione che caratterizza la lezione di Moro, secondo il quale la politica deve porre le basi sulla socialità e sul superamento delle esclusioni, altrimenti nasce fragile.’’
La vanità della forza è, infatti un’operazione culturale, etica e politica di grande valore, perché contribuisce a spostare il fuoco della riflessione dalla
drammatica vicenda dei 55 giorni di prigionia di Moro nelle mani delle Br alla stagione del suo pensiero e della sua azione politica. Sono infatti, quelli, anni decisivi per l’impostazione di un dibattito pubblico, oggi più vivo e necessario che mai, sui fondamenti di una nuova convivenza civile in Italia e nel mondo.
