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Di Pasquale Diaferia e Flavia Fiocchi

 

Cioccolato? No Roth. La battuta viene facile appena entrati negli enormi spazi dell'Hangar Bicocca - in una Milano un po' defilata ma benedetta e rilanciata da Pirelli, con il supporto del Comune - ma bisogna aspettare la fine per capirla. Il nuovo curatore dell'Hangar, Vicente Todolì - giunto fino a noi direttamente dalla Tate Modern di Londra - lo dichiara subito, questa mostra è irripetibile, queste opere non sono adatte ad un museo, se si vuole vederle bisogna per forza venire qui. E così sia!

Per la prima volta circa 100 opere di Dieter Roth (Hannover, 1930 - Basilea, 1998) sono state riunite in una grande antologica in Italia, come dire tutta la sua vita, lui che l'aveva così intensamente fusa con il fare arte, in mostra.

Le parole di Marco Tronchetti Provera durante la conferenza stampa spiazzano: "Questa mostra mi ha trasmesso una sensazione che non dimenticherò. È qualcosa di unico che non ha precedenti". Che sia solo una cortese introduzione? Basta passare il sipario di velluto nero, per capirne la sincerità. La luce è soffusa, lo sguardo si perde negli interminabili metri quadri, oggetti, disegni, video, sculture, strutture, suoni, voci, alcool, sigarette, zucchero, cioccolato. Una macchinina radiocomandata che insegue i visitatori. Un barista che invita a servirsi. Le mele rotolano prima di venire addentate. È un banchetto innaffiato da immagini bukowskiane. È la vita e sa di esserlo. La performance è totale. Todolì ci aveva avvertito: "Le isole - Islands è il titolo della mostra - non sono abbastanza per contenere il lavoro di Roth, ci vuole l'oceano del caos e della distanza".

Un modo di fare arte che lascia il segno, l'opera è nello spazio della mostra e lo spazio è nell'opera; un modo di guardare l'arte che supera lo sguardo, in un momento non ci si sente più in un luogo espositivo ma nello studio di Roth, tra i suoi disegni e i suoi barattoli di colore, in una macchina del tempo, circondati dalla sua famiglia. Già, la famiglia, un team creativo, parte fondante della performance, cuore della produzione: la mostra è stata realizzata infatti dal figlio, Björn Roth, supportato a sua volta dai figli e da un gruppo di eccellenti collaboratori.

Collaboratori-animatori che vivono assieme al pubblico le opere, Economy bar (2004-2013) è un bar aperto, chiedete un boccale di birra e non vi verrà negato. Bevendo si può capire di più l'opera di Roth, non perché l'alcool dia alla testa, piuttosto perché è un gesto quotidiano, una calda familiarità.

I video in sequenza di Solo Szenen (Solo Scenes) ci fanno vergognare un po' meno dei diari che compilavamo da bambini, qui il "cosa ho fatto oggi" diventa narrazione, diventa introspezione, diventa esistenza. Sono i gesti che costruiscono le storie così come gli oggetti comuni, spesso destinati ad essere materiali di scarto, diventano testimoni del tempo, della natura effimera della nostra vita.

Il collezionare viene spesso letto come una mania, Roth apre uno spiraglio, in fondo ogni minima cosa, oggetto, pezzo di carta, ha una sua genesi, quasi una sua anima. E il cioccolato dell'inizio? È alla fine ma anche all'inizio, è un profumo forte che completa la mostra, è quel senso di vertigine permanente che la vita ci riserva. L'opera New York Kitchen vedrà impegnati gli studenti dell'Istituto professionale Vespucci di Milano a fondere più di 4 mila kg di cioccolato durante il periodo della mostra per colarlo in appositi stampi e trasformarlo in busti. Forse il busto non si vede bene a luci basse, di sicuro si annusa. Un morso alla barretta di cioccolato e si ritorna all'inizio, all'opera The relatively New Sculpture, prodotta in occasione della mostra, un ponte sospeso da cui spiare, un'opera fruibile in ogni sua parte, quasi un corpo da scoprire, girarci intorno, stupirsi dei particolari, catalogare tutti gli strumenti musicali posizionati tra scrivanie e luci, recuperati un attimo prima della discarica. "Musica per camaleonti", musica che non smette di suonare, che può venire anche da strumenti rotti, musica che non smette di piacere, come questa mostra, da cui non si andrebbe mai via, perché, tra la birra, il cioccolato, due battute con gli assistenti di Roth scambiate seduti al tavolo del bar, potrebbe sembrare una tranquilla serata tra amici in un autunno milanese.


 

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