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Culture
Torino, in mostra i quadri di Cosimo Cavallo

Per la maggior parte dei torinesi è soltanto uno “che strilla nei parchi”; ed erano in pochi finora a sapere che fosse anche un pittore. Perché Cosimo Cavallo, in arte Fabio Elettroni, appartiene a quella schiera di uomini che ovunque ci si affretta a liquidare come “matti”. E quella parola, nell’occidente postmoderno, equivale a vivere in una forma senza sostanza: significa, cioè, che il mondo circostante sottrae sistematicamente senso a tutto ciò che il matto dice e fa. E non è forse un caso se uno dei motivi che più ossessivamente ritornano nei suoi quadri ricorda, al contrario, una sostanza senza forma: una serie di volti densi e scontornati, tratteggiati a volte con una semplice biro. Materia in movimento, che si addensa nel centro e si disperde sui lati, proprio come gli elettroni di quel bizzarro nome d’arte.

Da giovedì sera, una ventina di quei volti sono esposti nella galleria “Rizomi - Art brut” di Torino, per una mostra intitolata “Dagli occhi rotti alle metamorfosi: l’arte di Cosimo Cavallo”. A organizzarla, insieme a Nicola Mazzeo di Rizomi, è stato Luca Atzori del Torino Mad Pride, il collettivo che ogni anno da vita all’omonima parata dell’orgoglio dei folli. Atzori ne ha curato anche il catalogo, “Un uomo dagli occhi rotti”, che verrà presentato alle 18 di questa sera (sabato 13 settembre): una monografia di 80 pagine che del pittore, oltre che vita e opere, illustra dialetticamente il delirio. “Cosimo - si legge nel volume- è un pazzo generoso. Recita la sua parte fino in fondo. Non vive l’arte come sport, produzione di oggetti di chiacchiera, redentrice di silenzi. Il suo progetto non è monetizzabile, perché il suo fine è religioso”. I torinesi, comunque, sembrano apprezzare: per l’inaugurazione, la galleria ha fatto il pieno di visitatori, divisi tra signore di mezza età, attivisti dell’antipsichiatria e giovani appassionati d’arte.

Secondo Atzori, prima ancora che un artista o un matto, Cosimo Cavallo è “un mistico contemporaneo”. “È barbuto, ha lo sguardo profondo - scrive - somiglia a un patriarca antico testamentario, così come possiamo immaginarcelo”. A chi lo senta gridare nel parco del Valentino, proprio dove il fiume taglia la città in due, Cavallo potrebbe forse ricordare il Giovanni Battista di Zeffirelli. Lui però si definisce un buddista, “con una certa aggressività” spiega “e una certa cautela artistica”: e nella sua vicenda, in effetti, si ravvisa un forte elemento karmico. Nato nel 1968 da genitori di origine pugliese, a 20 anni Cosimo si innamora della pittura surrealista. Dopo il diploma all’Accademia albertina, con una tesi sul concetto di superficie nel cinema di Fellini, si mantiene lavorando come educatore con i pazienti psichiatrici. “Lavorava soprattutto con gli schizofrenici, - racconta Aztori - finché, a un certo punto, proprio mentre diventava padre, ha imboccato lui stesso il sentiero della follia”.

Cosimo Cavallo oggi ha 46 anni, una ex moglie che non vede più e una figlia di 15 anni che giovedì scorso era presente tra il pubblico dell’inaugurazione. Smessi i panni dell’educatore, ha rescisso ogni legame con la psichiatria e dunque non ha mai ricevuto una diagnosi: “la mia retta vita - spiega - non è la conoscenza, ma il caso”. In realtà, nulla sembra casuale nella sua vita. Dopo la separazione dalla moglie, ha scelto ostinatamente di vivere in strada, rifiutando dormitori e servizi sociali: “a un certo punto - ricorda - ho avuto la sensazione di perdere la luna. Non ho avuto più la forza che avevo prima con la religione, e questo è frustrante”. Quella stessa luna deve averla poi inseguita parecchio, perché è diventata un altro dei motivi ricorrenti della sua arte: la dissemina ovunque, dipingendola su tele, tovaglioli, fogli da disegno e tavolette di legno scheggiato. “Tendenzialmente - spiega Atzori - i suoi lavori vengono ascritti alla corrente dell’Art Brut, la pittura grezza che in passato era prodotta proprio tra le mura dei manicomi. In realtà si tratta di un errore di valutazione: Cosimo è estremamente rigoroso e ha un’enorme preparazione accademica, i cui riferimenti spaziano da Duchamp a Caravaggio. Il problema è che in pochi riescono a capire il suo modo di intendere l’arte. Ha accettato la sua condizione, consapevole del fatto che molto di ciò che vive è frutto di un’allucinazione. E la sua ricerca artistica viaggia di pari passo con la sua storia personale”. “Dagli occhi rotti alle metamorfosi” resterà aperta fino a domenica 5 ottobre nella galleria “Rizomi Art Brut”, in via Sant’Agostino 28.

Fonte: www.redattoresociale.it

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