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Culture
"Troya City" al Litta di Milano. Torna il teatro e la ricerca della verità

Tutto torna. Si dice. Torna sempre irreparabilmente il mito greco, a fare da cornice alle vicende della vita. Nei secoli dei secoli. Con "Troya City, la verità sul caso Aléxandros", in scena al Teatro Litta di Milano (MTM Teatro) il 13 e 14 maggio, torniamo noi tra il velluto rosso delle poltrone, con la sensazione di chi ha perso la pazienza e freme per riprendersi un qualcosa che appartiene da sempre all'animo umano: il teatro. E possiamo tornare a scriverne, a parlarne. Può tornare a farlo uno spettatore - o un giornalista - che dopo il timido e breve periodo di ripresa durante la scorsa estate, adesso vede forse un po' di luce e ripartenza. La pandemia è ancora qui, con le mascherine, il distanziamento, il gel disinfettante ad ogni piccolo contatto. Ma quando le luci si spengono è un tuffo, se ne va anche l'emozione dell'insolito e i nervi del dover aver atteso tanto. 

Lo spettacolo è tornato? Forse sta davvero tornando insieme a un ancestrale mistero, quello assediato da sempre da un sentimento di svelamento ardente negli studiosi come quello rappresentato da Antonio Piccolo sul palco. E lui, protagonista della rappresentazione con la regia di Lino Musella, arricchita nei suoni da Marco Vidino, colpisce e rapisce. Manda in onda immagini come fosse un proiettore di ricordi, perché il mito greco è qualcosa che abbiamo tutti già dentro. Tu li vedi i personaggi che descrive e interpreta, ogni scenografia sembra superflua. Ma lui, lì a quella lavagna che è fisicamente presente sul palco, ti interroga. Solo nella mente, rispondi, anticipi, esaltato, ciò che il gesso sta per imprimere sul nero. Perché l'attore non lo dice mai nel corso della rappresentazione, ma tu facilmente fai familiarità con la sua voce e per tutto il tempo senti come se ti stesse ironicamente chiedendo: mica l'hai dimenticato? Non esiste tu possa scordare i nomi, gli intrighi, le gesta. Paride e Alessandro, Paride è Alessandro. Sono cose che sai, ma sorprendentemente Piccolo, verso la conclusione, lascia germogliare negli spettatori una domanda insolita: qual è la verità? Nelle sue metamorfosi, dallo studioso agli eroi che egli stesso, spogliandosi, impersona, ti mostra i fatti (degno di nota è un momento in cui il buio e la luce disegnano sul suo mezzo busto nudo la tipica statua di un antico combattente). 

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Chi ha davvero distrutto Troya City? La risposta che arriva è faticosa. Perché è come se, prescindendo dal linguaggio, non possa essere colpevole un nome proprio di persona. Può esserci in una parola, in un nome che rappresenta un'essenza, la verità? No. Eppure lo spettacolo racconta una verità, lo senti nelle viscere perché con quel linguaggio che rischia di risultare così inefficace ti dice "è vero". Distruggere. È l'epoca adatta (anche se forse lo è qualsiasi epoca) per chiedersi se può essere un solo "nome" causa di distruzione. Sappiamo tutti, in modo quasi innato, che non può essere così. La polvere, il fumo e il rivestirsi del narratore mettono il punto. "Un uomo capisce davvero chi è quando si compie il suo destino". 

Non si potrà mai scappare dalle domande sulla verità, perché le risposte, anche se non si sono ancora manifestate, sono già lì proprio all'interno del porsi quelle domande. Non stancarsi mai di interrogarsi vuol dire "restare". Unica, maledetta, possibilità di riuscire casomai anche a risorgere. Ci siamo, un forte applauso chiosa il momento. "È bravo!" bisbiglia il pubblico uscendo dalla sala, un'ordinata fila per due di persone che come in un puzzle cerca in questo periodo di ricomporre e sfruttare vecchi abbonamenti a cui il Coronavirus ha tolto significato. Ma c'è aria di soddisfazione. Proprio come nelle storie eterne raccontate in questa occasione da Piccolo, tornare a teatro è stato paradossalmente simile al rendersi conto, come accade dinanzi ad alcune domande, di non essere mai andati via.

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