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Culture

Ciò che stiamo vivendo non è abituale: piú di cinque anni di stagnazione, se non di decrescita, del tenore di vita di tutto il mondo industrializzato, cui si aggiunge un balzo della disoccupazione e della precarietà. Mai, a partire dagli anni Trenta, abbiamo assistito a un'evoluzione simile. Certo, negli anni Ottanta e Novanta l'Europa è stata caratterizzata da episodici peggioramenti della disoccupazione, ma il contesto era piú amichevole, se così si può dire. I sistemi di protezione sociale funzionavano ancora a pieno regime, portando aiuto e sollievo alle persone rimaste vittima degli incidenti della vita. E anche se il pieno impiego non era piú la vera priorità, erano attivi dispositivi ingegnosi in grado di lenire le piaghe della disoccupazione. Il ragionamento «le casse sono vuote» serviva da alibi meno spesso di oggi.

Il contesto attuale è radicalmente diverso. Per ideologia — la marcia trionfale verso l'economia di mercato — o per costrizione, molti governi si sono adattati a una mutazione lenta ma inesorabile delle società di cui avevano la responsabilità: esplosione delle disuguaglianze, declino delle classi medie e impoverimento delle categorie piú fragili della popolazione. A partire dalla crisi dei debiti sovrani, altri governi sono venuti, con ancora maggior veemenza, a peggiorare la situazione. Quei tre mali sociali a cui sembra che i governi si adattino sono francamente ignobili e ci fanno ripercorrere a ritroso il corso della storia: hanno come conseguenza la perdita di
autonomia della maggioranza della popolazione, una regressione della libertà e una percezione inquieta dell'avvenire. Si fatica a scoprire quel che resta di democratico in un tale ambiente. Un tempo, alcuni sostenevano che fosse meglio essere disoccupati in Europa che lavoratori malpagati negli Stati Uniti. Che mancanza di senno! Un quarto di secolo piú tardi, abbiamo disoccupati che godono di pochissime indennità in molti Paesi europei e il numero dei lavoratori malpagati cresce dappertutto.

Stiamo regredendo anche intellettualmente? Continuiamo a manipolare il concetto di riforma strutturale come se indicasse il bene, mentre troppo spesso significa maggiore insicurezza economica per la piú parte delle persone. Pensiamo veramente di risolvere il problema della disoccupazione moltiplicando il numero dei salariati che in realtà non possono piú vivere del loro lavoro? Vogliamo ridurre le tutele nel momento in cui le persone hanno bisogno come non mai di essere protette e i rapporti di forza non hanno mai favorito tanto i potenti. Perché la formidabile crescita delle disuguaglianze significa per prima cosa questo: non c'è modo di negoziare un equilibrio tra quanti hanno il futuro assicurato e coloro che sono ossessionati dalla paura del domani. Quel po' di empatia e compassione che sarebbe necessario per condurre una buona politica sembra aver lasciato il posto all'unica volontà di soddisfare i vincoli di una pseudo virtú.

Da dove viene questa pusillanimità che ci fa compiacere - noi e i mercati' - dell'assenza di un piano di austerità negli Stati Uniti e al tempo stesso dell'esistenza di politiche di rigore da noi? Verità al di qua dell'Atlantico ed errori oltreoceano, o semplice confusione mentale?

Opterei per la seconda ipotesi. Le questioni europee sono talmente complesse da diventare confuse. Ma volendo trattare un problema costituzionale come se fosse soltanto un problema economico se ne ritarda la soluzione, mettendo a rischio l'Unione. Si continua a ripetere che si farà di tutto per invertire la curva della disoccupazione, ma per il momento si fa di tutto per ridurre il deficit pubblico. Si cerca la crescita, ma conducendo politiche che non le lasciano la minima possibilità. Presto si applaudirà al dinamismo dell'economia americana e si deplorerà la sclerosi europea, attribuendola a società riluttanti alla riforma piuttosto che a cattive politiche.

Questione di illuminazione, ci dice questo libro. Non c'è niente da invidiare al dinamismo economico degli Stati Uniti se ne approfitta soltanto 1' i per cento piú ricco della popolazione. Questa non è una buona pratica e bisogna evitare di importarla. In compenso, quando la Fed si dà un obiettivo di disoccupazione (meno del 6,5 per cento) piuttosto che di inflazione (la cui minaccia oggi è illusoria), rafforza in modo significativo la credibilità della lotta per l'impiego. Si tentano di importare pratiche specifiche alla storia di un Paese, alle sue strutture, alla sua antropologia, alle miriadi di convenzioni sociali che vi si sono stabilite, invece di utilizzare gli strumenti «universali» per la riduzione della disoccupazione: le politiche monetarie e di bilancio. Peggio ancora: ce le vietiamo, cosi da imputare i nostri mali all'inadeguatezza delle nostre strutture.

La crisi finanziaria ha scosso con forza il capitalismo, ma l'economia di mercato, che è il nome politicamente corretto che gli si dà oggi, resta insormontabile all'orizzonte. E necessaria una maggiore elasticità perché i mercati possano funzionare meglio, ci viene detto, come se gli errori dovuti alla troppa elasticità lasciata ai mercati finanziari non ci avessero insegnato niente. Affrontiamo il futuro con gli occhi rivolti a fasci di luce che provengono dal passato: una teoria cosí «moderna» da essere quasi mummificata, obiettivi di politica economica che la crescita delle disuguaglianze ha pressoché svuotato di senso, metriche inadatte a misurare quel che conta veramente per le popolazioni — il benessere e la sostenibilità — e cosí via.

Questo libro può apparire eccessivamente pessimista, ma in realtà non lo è. Ciascun capitolo ha tentato di identificare i problemi e contemporaneamente di mostrare che le loro soluzioni sono semplici. La buona notizia è che abbiamo imparato molto; abbiamo imparato quel che mancava ai mercati finanziari per adempiere alla loro missione; quel che mancava all'Europa per affrontare la tempesta; quel che mancava ai nostri sistemi di misurazione per consentirci di definire le politiche migliori. Le turbolenze che il mondo ha attraversato a partire dal 2007 hanno soltanto rivelato fino a qual punto eravamo smarriti in un universo parallelo irrigidito da altre dottrine, altre metriche e altri sistemi politici, che molto semplicemente non sono quelli che reggono l'universo in cui viviamo.
 

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