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Economia
Apple punta sul cinema e sulle serie tv per lanciare il suo servizio streaming

Come molti analisti prevedevano, anche Apple si dà al cinema (oltre che alla produzione di serie televisive) entrando in un’arena già affolata di grandi nomi, da Walt Disney a Time Warner, da Netflix ad Amazon. La settima musa interessa chi come la casa della mela vuole provare a ritagliarsi un suo spazio sul mercato, ricco, della distribuzione di contenuti video in streaming fin qui dominata da Netflix, che dalla sua può fare leva su una library di oltre 400 titoli, contando anche serie televisive prodotte per diverse stagioni.

Il produttore di iPhone e Watch per recuperare il tempo perduto (controbilanciando un sempre più evidente rallentamento nelle vendite dei suoi smartphone) e dotare la sua Apple Tv Plus di contenuti appetibili e tali da farla preferire alla concorrenza, non solo offre un anno di abbonamento gratuito a chi acquista un nuovo Mac, iPhone o Apple Tv ma intende attrarre registi di grido a cui far dirigere i suoi film e serie televisive e per questo, secondo il Wall Street Journal, avrebbe già nominato Greg Foster, già a capo delle attività di intrattenimento di Imax, come consulente per portare avanti il progetto.

Uno dei primi nomi registi dovrebbe essere Sofia Coppola (figlia di Francis Ford Coppola), consideratra tra i più interessanti registi emergenti del cinema americano e vincitrice di un Oscar per Lost in Transition, cui sarebbe stata affidata la regia di On the Rocks, film con Rashida Jones e Bill Murray tra i protagonisti che dovrebbe sbarcare nei cinema a metà 2020. In attesa delle nuove pellicole cinematografica al debutto, il prossimo primo novembre, Apple Tv Plus (4,99 dollari al mese il costo del servizio), dovrebbe contare su nove tra show, serie televisive e documentari.

Si partirà con l’attesa serie fantascentifica See (un gruppo di umani cerca di sopravvivere in un mondo dove l’umanità sembra essere scomparsa) di Jason Momoa, The Morning Show (incentrato sulle vicende di uno show televisivo) con Jennifer Aniston, Reese Witherspoon e Steve Carell, For All Mankind (altra serie fantascientifica di Ronald D Moore, già produttore esecutivo di Battlestar Galactica), Dickinson (ambientato ai tempi di Emily Dickinson, interpretata da Hailee Steinfeld, Helpsters (serie ideata dai creatori di Sesame Street), Snoopy in Space (dedicata alle avventure di Charlie Brown e Snoopy), Ghostwriter (quattro ragazzi che proveranno a dar vita a personaggi per i propri romanzi), The Elephant Queen (un documentario sull’estinzione degli elefanti) e un nuovo show di Oprah Winfrey.

Cinema e televisione costano caro oltre oceano e così Apple ha aumentato a un miliardo, secondo indiscrezioni rilanciate da Bloomberg, il budget per la realizzazione di contenuti per Apple Tv Plus. Una cifra non proprio irrisoria, ma ancora pari a un quarto di quello che spende ogni anno Walt Disney. La speranza è che i contenuti originali (a differenza di quanto fatto a suo tempo da Amazon,  Apple non sembra contare sulla distribuzione di contenuti su licenza, almeno all’inizio) consentano di far decollare rapidamente il business raggiungendo 50 miliardi di dollari di vendit4e entro fine 2020, rispetto ai 265,6 miliardi complessivi registrati da Apple nel 2018.

Non sarà una passeggiata, perché oltre a Neflix anche Walt Disney per il suo servizio Disney Plus può contare su una library sconfinata di contenuti già molto amati (basti pensare alle trilogie di Guerre Stellari o ai film dei supereroi targati Marvel), così come Time Warner per Hbo Max (forte di oltre 10 mila ore di contenuti e serie come Sex and the City, I Soprano, Il Trono di Spade o Friends). Ed una library ampia garantisce di soddisfare l’appetito del pubblico mentre nuove serie e film vengono prodotti, dando maggior respiro a manager e creativi, mentre Apple dovrà partire dalla scomoda posizione di chi è costretto subito a inseguire e cercare di ridurre i tempi necessari per far arrivare le nuove serie e film al cinema e sulla sua piattaforma.

Non è detto che il gioco valga la candela: nelle sue critiche alla fusione tra At&t e Time Warner il fondo Elliott Management di Paul Singer (in Italia presente nel capitale di Telecom Italia oltre che del Milan Ac), di recente divenuto socio del colosso telefonico americano investendo 3,2 miliardi per l’1%, oltre a criticare la confusione che ancora regna a livello di strategie a tra anni dopo che la fusione era stata annunciata, ha suggerito di non impelagarsi ulteriormente in un business che ha poco a che fare con ciò che storicamente At&t sa fare meglio.

Singer ha suggerito al management di At&t di puntare semmai a riconquistare la leadership in termini di innovazione, investendo nel 5G e lasciando che i colossi di Silicon Valley si scannino tra loro per il dominio del mercato dei contenuti in streaming. Un consiglio non del tutto disinteressato, visto il legame tra Singer e Donald Trump e la battaglia da quest’ultimo intrapresa a favore delle leadership tecnologica delle aziende statunitensi rispetto ai rivali cinesi (Huawei in testa), ma che molti a Wall Street hanno giudicato sensato.

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