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Economia
Arpe, l’ex prodigio ha perso il tocco. Le perdite milionarie del fondo Sator

Enasarco, Fondazione Montepaschi, Fondazione Roma ed Enpam: c’è grande malessere fra i quotisti del fondo Sator Private Equity, fondo giunto a scadenza e da liquidare, dopo la seconda proroga, entro il 5 marzo del 2022. Il motivo? C’è il rischio concreto di non recuperare più il capitale investito: oltre 200 milioni di euro.

Come analizzeremo sotto, a parte Banca Profilo (controllata col 62,4%), l’unico investimento fruttifero che corrisponde a circa il 70% del Nav, gli altri semi lanciati da Sator “il seminatore” (il nome del fondo in latino) saranno difficili da valorizzare: o perché il momento non lo consente (Aedes), oppure perché sono investimenti problematici (le piccole Autre Chose ed Extrabanca). Oppure, ancora, perché hanno già generato un clamoroso write-off (ePrice) o sono finiti nella morsa di una crisi conclamata, come News 3.0.

Riceviamo e pubblichiamo:

Gentile sig. Pavesi, è un piacere risentirla dopo gli anni dell’investimento del Fondo Sator ne Il Foglio. Ho letto il Suo articolo “Arpe, l’ex prodigio ha perso il tocco. Le perdite milionarie del fondo Sator” a firma congiunta con il collega Deugeni e Le segnalo che esso è frutto di un quadro informativo macroscopicamente distorto, parziale e volutamente denigratorio. Una verifica alla fonte, che nel suo mestiere si usa fare salvo non si voglia, Le avrebbe permesso di evitare di cimentarsi in argomentazioni semplicemente impossibili. 

Tra queste spicca la mia responsabilità nell’andamento del Fondo Sator tenuto conto che dal 2015, da oltre sei anni quindi, ho abbandonato qualsiasi carica gestoria rimanendone solo uno tra i principali investitori. Anche le affermazioni sulla performance del fondo, che diversamente da quanto riportato nel suo articolo ha all’attivo importanti plusvalenze, sono errate, omissive e volutamente denigratorie. 

Pertanto Le anticipo il deposito a strettissimo giro di querela a Lei, al Suo collega e alla testata giornalistica che ha ospitato il Suo articolo. Sarà anche forse utile che alle Sue fonti informative sia rinfrescata la memoria non solo sugli ultimi 6 anni ma anche su fatti più recenti.

A presto quindi,

Matteo Arpe

————————

Riceviamo la lettera del dott. Matteo Arpe e constatiamo che nella sua missiva non entra nel merito dei fatti contenuti nell’articolo. Sorprende poi che, al di là dei ruoli formali, Arpe faccia finta che Sator e il fondo di private equity non siano una sua creatura. Quanto alle performance degli investimenti fatti, le nostre valutazioni sono state tutte effettuate consultando i bilanci delle società citate e delle fondazioni quotiste. Confermiamo quindi quanto scritto, ribadiamo la correttezza del nostro operato avendo chiamato l'ufficio stampa prima della pubblicazione e ci rendiamo però disponibili a un confronto dialettico con Arpe.

Andrea Deugeni
Fabio Pavesi

Oppure, infine, perché rappresentano promesse incompiute come Tinaba, fintech che dopo 55 milioni di investimento non ha ancora visto quell’impennata dei ricavi core da crescita della base cliente tipica di una ex start up ormai entrata nella maturità e che resta attaccata a un contratto di fornitura di Profilo per i servizi bancari offerti.

Il risultato? Quasi nullo per tutti: l'outsourcing di Tinaba pesa così per tre milioni all’anno alla voce servizi digital della banca guidata dall’ex Capitalia Fabio Candeli, investimenti che dopo cinque anni continuano a non generare ancora ricavi. E, quindi, nessuno split delle commissioni fra Profilo e l’home boarding Tinaba che non imbarca nuovi correntisti. 

Mentre è in corso il processo di vendita dell’asset migliore, cessione assieme a Extrabanca su cui c’è anche il faro della Banca d’Italia per la perdita dei requisiti di onorabilità dell’azionista Arpe dopo la condanna definitiva nel 2019 per bancarotta nell'ambito del processo sul crac Ciappazzi, nell’ultimo investor meeting dell’8 marzo i quotisti sono stati messi di fronte a un rifiuto da parte di Sator dell’offerta di Banor Sim che valorizzava il 100% di Profilo 160 milioni, circa 100 milioni per la quota tutti cash e non differiti. Offerta in modalità gradita ai sottoscrittori e che, rivelano ad Affaritaliani.it alcune fonti vicine al dossier, era stata formulata sulla base di un contratto predisposto dal venditore e su cui l’acquirente aveva fatto pochissime modifiche. Proposta, ancora, fully funded che finanziava già l’Opa obbligatoria post-cessione, ma che è stata rispedita al mittente perché inferiore al target di una valutazione di 200 milioni, fissata dal comitato investimenti del fondo. 

Il responso ha lasciato di sasso molti quotisti, non solo perché non interpellati sulla vendita finale del principale asset del fondo, ma anche perché rappresentava l’”offerta perfetta” in questa fase: in primis, l’advisor Lazard ha contattato tutti i soggetti italiani ed esteri potenzialmente interessati, nessuno escluso, contest che ha prodotto una valutazione di 160 milioni non lontana dall’obiettivo e in cui Banor, corrispondendo il prezzo tutto cash a pronti, si accollava interamente il rischio del mantenimento delle masse in gestione del gruppo di Candeli. 

In più, quanto messo sul tavolo quotava Profilo in linea con il patrimonio, quando oggi in Italia nessuna banca passa di mano a una volta il capitale netto. Infine, aver saltato questa finestra temporale significa, tra autorizzazioni e Opa, essere sul punto di non riuscire a perfezionare la vendita in tempo per la scadenza del fondo, esponendo i quotisti alla distribuzione pro-quota delle azioni della banca. Uno scenario inviso alle varie Enasarco, Fondazione Montepaschi, Fondazione Roma ed Enpam che dopo oltre 10 anni vogliono valorizzare i denari impiegati.

Anche se nell’ultimo meeting sono state date rassicurazioni sul tentativo di migliorare quanto messo sul tavolo dalla Sim guidata da Massimiliano Cagliero (nel frattempo l’offerta è giunta a scadenza) o che sarebbe proseguita la ricerca di altri potenziali acquirenti, a questo punto difficili da trovare, a molti dei quotisti sono iniziati a non tornare conti e gestione e il rischio di non veder tornare indietro il capitale investito è sempre più concreto.  

Senza dubbio in questi anni gli investimenti di Sator sono andati male. Tinaba (This is not a bank), la creatura su cui Matteo Arpe ha puntato di più, si è rivelata finora un colossale flop. Pensata già nel 2013, in cinque anni di vita non è mai uscita dallo status di start up.

Di fatto, la banca digitale pensata dall’ex banchiere di Lehman e Capitalia non ha ricavi mentre supporta costi elevati. Nel 2018 i ricavi si sono fermati a 62 mila euro; saliti a 392 mila euro nel 2019 (ultimo bilancio disponibile). Forse nel 2020 saranno pure cresciuti, ma certo non in modo tale da pareggiare gli alti costi.

Le perdite negli anni sono andate cumulandosi superando abbondantemente i 20 milioni di euro. Solo nel biennio 2018-2019 il rosso di Tinaba è stato di oltre 15 milioni di euro. E c’è una sorta di rapporto incestuoso tra Tinaba e Banca Profilo, su cui pare che la Vigilanza abbia acceso un faro. La banca si fa carico di almeno metà dei costi complessivi, spesando come accennato sopra ogni anno circa tre milioni di euro nei conti di Profilo per sostenere Tinaba.

Non solo, negli anni il canale digitale ha lanciato numerosi aumenti di capitale riservati per le continue erosioni del patrimonio. A corto di risorse il Fondo Sator, Banca Profilo e Sator spa hanno risposto alla chiamata alle armi trovandosi a sottoscrivere gli ultimi aumenti e incrementando la quota di capitale in loro possesso (15% a testa, il restante 70% al fondo).

E c’è un contratto di outsourcing sui servizi che lega la banca private a Tinaba, alla cui tolda di comando c’è Arpe. Senza quel contratto Tinaba probabilmente non sopravviverebbe. L’offerta di Banor Sim da 160 milioni cash su Banca Profilo prevedeva l’estensione ulteriore del contratto solo per due anni. E forse a questo punto uno dei motivi del niet di Arpe alla cessione di Profilo che apre le porte all’assegnazione delle azioni ai quotisti lasciando intatto lo status quo industriale Profilo-Tinaba.

matteo arpe
 

Anche l’investimento su ePrice (ex Banzai), dove Sator possedeva il 21% del capitale, è stata una Caporetto. Nel corso del tempo, la società guidata da Paolo Ainio ha cumulato perdite milionarie. Solo nel 2019 sono state di 40 milioni, a fronte di un fatturato che crollava anno su anno. Nel primo semestre del 2020 le perdite sono continuate e sono state di 11 milioni.

Negli ultimi cinque anni, secondo la banca dati di S&P Global Market Intelligence, le perdite cumulate da ePrice hanno sfiorato i 90 milioni di euro. Matteo Arpe ha fortemente criticato la gestione Ainio-Scott Jovane chiedendo discontinuità. Una discontinuità che non è avvenuta e che ha indotto Sator a non partecipare all’ultimo aumento di capitale, diluendo così la sua quota al 3%. Ma intanto la frittata è stata fatta. Il titolo in Borsa ha di fatto quasi azzerato il suo valore: oggi quota sei centesimi, quando nel 2015 superava i due euro.

(Segue...)

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