Il matrimonio bancario dell’anno, quello tra Deutsche Bank e Commerzbank, è saltato e subito tra gli azionisti della prima c’è chi ha espresso l’auspicio che la banca possa valutare le altre offerte ricevute, a partire da quelle di Bnp Paribas e Unicredit. Una notizia che non ha provocato reazioni particolarmente positive da parte di analisti e investitori che seguono il titolo italiano, data la complessità che l’operazione avrebbe ma non solo.

Dopo anni di continua pulizia di bilanci sotto la spinta delle autorità monetarie italiane ed europee, infatti, le banche tricolori se non fosse per l’esposizione al debito pubblico italiano, apparirebbero tra le più solide d’Europa dietro solo a quelle spagnole che peraltro hanno beneficiato tra il 2008 e il 2014 di 76 miliardi di euro di aiuti pubblici (di cui 41 miliardi girati dalla Ue), una cifra simile al costo complessivo stimato della crisi bancaria italiana salvo che per un paio di non indifferenti dettagli.
Nel caso italiano solo un terzo dei costi è stato sopportato dallo stato (tra i 12,5 e i 18,5 miliardi a seconda delle stime) e in Spagna fu varata una “bad bank” di sistema, di cui si parlò a lungo anche in Italia senza pervenire ad alcun risultato concreto, a cui vennero conferiti immobili per un valore nominale di 107 miliardi (una ventina di miliardi scarsi il valore di recupero stimato).

Che le banche italiane siano ora più solide, tra l’altro, di quelle francesi e tedesche non lo dicono i banchieri italiani, ma le statistiche della Banca centrale europea e della Banca d’Italia. Certo, le banche tricolori stanno ancora smaltendo lo stock accumulatosi negli anni di crediti deteriorati (“non performing loan” o Npl), a fine 2018 pari al 9,7% lordo dei crediti totali contro il 4,4% medio europeo e valori ancora più contenuti per le banche spagnole (4,3%), francesi (3%) e tedesche (1,3%).
Ma gli Npl stanno calando rapidamente in Italia: se si guarda ai dati del solo quarto trimestre 2018 gli Npl italiani rappresentavano l’8,3% lordo (il 4,1%) dei crediti totali, inoltre la formazione di nuovi Npl è fortemente rallentata ed è ora pari all’1,4% del nuovo credito erogato. A fronte di questa “eredità” negativa, le banche italiane sono rimaste sostanzialmente estranee al problema dei derivati “tossici”, non avendo così rilevanti attività di trading e investment banking come in Francia e Germania e infatti l’esposizione complessiva a tali asset “a rischio” rispetto agli asset finanziari totali è del 3,6% contro una media Ue del 8%, un 4,2% delle banche spagnole, un 9% di quelle francesi e addirittura un 12% di quelle tedesche.
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Se poi si confrontano i valori assoluti si scopre che di Npl nelle casse del sistema bancario europeo ne rimanevano a fine 2018 657 miliardi, mentre di derivati tossici ve n’erano più del doppio, ossia 1.450 miliardi. Ce n’è abbastanza per dire che se la qualità del credito è certamente un problema da risolvere in modo strutturale, perché legato all’attività tipica di una banca commerciale (prestare denaro e guadagnare dalla differenza tra tassi attivi e passivi), quello dei derivati è altrettanto un problema che non può più essere ignorato se non si vuole rischiare il collasso di una o più banche sistemiche quando scoppierà una nuova crisi sui mercati finanziari.

Ma non è tutto qui: proprio l’esigenza di procedere a corpose pulizie di bilancio, unita alla strategia di tassi sottozero portata avanti dalla Bce per evitare il collasso del mercato del credito in questi ultimi anni hanno causato un crollo della redditività delle attività bancarie europee.
Fare prestiti, mediamente, rende (in termini di Roe, ossia di ritorni sul capitale) in Europa il 6,9% all’anno, a fronte di un rapporto costi/ricavi (o cost/income ratio) del 65,6%.
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In Italia i due indici sono pari rispettivamente al 7,7% e al 63,4% dunque meglio in entrambi i casi. In Francia, invece, il Roe medio delle banche è pari al 6,9% e il cost/income al 73,1%, in Germania addirittura al 3,1% e all’81,3%, solo in Spagna la situazione è migliore con un Roe del 9% e un cost/income del 51,8%.

Cosa significano questi numeri? Che in Italia oltre che ripulire gradualmente i bilanci delle “scorie” accumulatesi con gli anni, le banche hanno proceduto a un’ampia ristrutturazione con riduzione del numero delle filiali ed espulsione di personale, tagliando i costi e non potendo incrementare i ricavi (che anzi sono solitamente scesi, complice un’economia che continua a non crescere).
Se le banche italiane sono mediamente più in salute delle loro concorrenti francesi e tedesche, non solo ci si dovrebbe aspettare cautela da parte dei nostri istituti nel procedere ad eventuali acquisizioni transfrontaliere, come effettivamente finora è stato, ma anche che il mercato valorizzasse di più gli istituti tricolori che non quelli francesi o tedeschi.

Così non è quasi mai, complice l’esposizione al “rischio Italia” (ossia al debito pubblico italiano): così mentre Deutsche Bank tratta ad un livello di prezzo pari ad oltre 567 volte l’utile per azione e Commerzbank ad 11,41 volte, Bnp Paribas esprime un multiplo di 8,07 volte e Credit Agricole di 8,72 volte, mentre Unicredit tratta 7 volte gli utili, Ubi Banca 7,21 volte e solo Intesa Sanpaolo arriva a 9,48 volte.
