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Economia
Mps e Carige a caccia di soldi. Ecco il conto salato della Merkel a Renzi

di Luca Spoldi

Altro che Eurolandia, la vicenda degli stress test della Banca centrale europea è stata l’ultima e per alcuni definitiva prova che ormai il blocco dell’euro è un impero germanico di cui l’Italia è una provincia malandata, bisognosa dell’appoggio di Berlino più di quanto Berlino non abbia bisogno di Roma. Non sarà un caso che gli uomini di Mario Draghi (che continua ad essere indicato come ai ferri corti con le autorità tedesche dentro e fuori il board di Eurotower) abbiano deciso di usare differenti “pesi” per le banche italiane rispetto a quelle tedesche, francesi o persino spagnole senza che si levasse alcun rilievo da parte né del governo italiano né dell’Abi e che, una volta noti gli esiti del test, Angela Merkel sia intervenuta con una “moral suasion” decisiva presso l’uscente Commissione Barroso affinché all’Italia venisse concesso il “beneficio del dubbio” e dopo una correzione minima di una manovra inviata solo in bozza, e per questo in altri tempi ancor più attaccabile da Bruxelles, ottenesse il disco verde per la Legge di Stabilità 2015.

 Il settore bancario è infatti, in tutta Europa, un settore strategico e particolarmente “vicino” al mondo politico sia a livello nazionale sia locale ed era dunque inevitabile che ogni paese cercasse di difendere i propri interessi, prima e durante gli “stress test”. Come ha ricordato la stessa Banca d’Italia, in base ai dati Eurostat il sistema bancario tedesco ha potuto beneficiare di 250 miliardi di interventi pubblici, quello spagnolo di 60 grazie alla “bad bank” finanziata coi fondi europei, l’Irlanda e i Paesi Bassi hanno visto erogati circa 50 miliardi di aiuti la “malandata” Grecia 40 miliardi, 19 miliardi il Belgio e l’Austria, 18 miliardi il Portogallo“. Mentre in Italia le banche hanno dovuto trovare sul mercato capitali per 43 miliardi dal 2008 a oggi godendo solo di 4 miliardi di aiuti pubblici.

Perché allora tanta severità con Mps e Carige, che si trovano ora a dover raccogliere fino a 3 miliardi di mezzi freschi in poco tempo? Perché il problema delle banche italiane è duplice: soffrono di conti ancora squilibrati a causa di un eccesso di prestiti concessi in passato, squilibrio a cui si sta “rimediando” continuando a tagliare il credito nonostante la crescita dei depositi ma che comporta una crescita progressiva delle sofferenze su crediti (anche se a tassi che stanno finalmente rallentando), e sono particolarmente esposti ad eventuali crisi del debito sovrano dato che nei loro forzieri sono detenuti oltre 400 miliardi di euro di titoli di stato (su poco più di 1.800 miliardi in circolazione).

Mentre per il primo aspetto Roma avrebbe potuto ottenere, come di fatto hanno ottenuto la Germania e gli altri governi europei, che Draghi non calcasse troppo la mano o quanto meno non indagasse troppo sulle banche popolari (che come le Landesbank sono particolarmente vicine alla politica locale e potrebbero aver qualche peccatuccio da farsi perdonare quanto a “politiche del credito” di qualche anno addietro), per il secondo aspetto Roma ha dovuto scegliere: accettare una “bacchettata” da Eurotower, che tranquillizzasse i mercati sulla “severità” del test europeo, e poter poi godere di un aiuto nel momento in cui la discussione sarebbe passata alla manovra correttiva dei conti pubblici.

Manovra che essendo moderatamente espansiva quest’anno non tenterà di ridurre il debito, anzi tendenzialmente lo incrementerà sperando di avviare una ripresa che consenta “spontaneamente” un incremento delle entrate fiscali ma preparando pesanti “clausole di garanzia” per il 2016 e 2017 nel caso in cui così non fosse. Nel tentativo di rimettere in qualche modo in moto il paese Renzi avrebbe dunque accettato che Banca Carige e Mps (ma anche Banca popolare Vicentina e Bpm, “salvate” dal rapporto di Banca d’Italia che ha poi tenuto conto delle ricapitalizzazioni e di altre misure varate in corso d’anno, dalla validazione dei modelli interni di stima del rischio alla rimozione degli “add on” sul capitale) pagassero pegno, pur di avere un aiuto dalla Merkel sulla finanziaria.

Col che in fondo Matteo Renzi può puntare a prendere due piccioni con una fava. Da un lato può cementare nuovamente l’asse con la Merkel, dopo le “sparate” di queste settimane che sembrano avere un sapore più propagandistico per l’elettorato italiano che sostanza, e sperare che la Germania ricambi ulteriormente il favore ad esempio intervenendo sulla Thyssen-Krupp per sbloccare la vicenda della Ast di Terni (quanto meno riducendo i potenziali esuberi rispetto ai 537 licenziamenti finora annunciati). Dall’altro si può togliere un sassolino dalla scarpa lasciando che Mps, “roccaforte” del “vecchio” Pd senese, finisca o in mano a un cavaliere bianco straniero, come vorrebbero Draghi e forse lo stesso Alessandro Profumo (il nome che circola con maggiore insistenza è quello di Bnp Paribas, che in Italia già possiede Bnl, ma non si esclude un interesse di Banco Santander, che Mps conosce bene avendogli venduto, con profitto, l’Antonveneta pochi anni fa), o integrata con qualche altro istituto italiano.

E Carige? Se a Siena l’opposizione al disegno di cui sopra sembra venire dalla Fondazione Montepaschi, che si è già detta pronta a sottoscrivere fino a 50 milioni di un eventuale aumento di capitale, così da non scendere sotto il 2,5% anche nel caso di un aumento da 2 miliardi di euro che pare comunque escluso (essendo più probabile un mix fatto di slittamento del rimborso dei Monti bond, cessioni di asset non strategici e di crediti problematici, che ridurrebbe a un miliardo le necessità di mezzi freschi), a Genova la Fondazione Carige viene “tirata per la giacchetta” dal Sindaco Marco Doria che ha già auspicato che voglia mantenere saldo il legame con la banca. Per Carige, dopo la cessione delle assicurazioni al fondo Apollo Management, potrebbe bastare l’aumento da 650 milioni di euro massimi già messo in preventivo e garantito da Mediobanca e dunque non si intravede la necessità di un “cavaliere bianco” se non per una quota di minoranza.

Ma anche a Genova qualche rischio rimane: la Fondazione a giugno, dopo l’ultimo aumento di capitale (da 800 milioni) ha già ridotto la sua quota (un tempo pari al 46%) al 19%, di cui il 7% è già in pegno a Mediobanca a causa di debiti pregressi. Partecipare a una nuova ricapitalizzazione potrebbe dunque costare dagli 80 ai 120 milioni di euro a seconda che la Fondazione punti a conservare una quota del 12% o del 19%. In entrambi i casi il conto sarebbe molto più salato che per Siena e non è detto che questo non porti all’ingresso in campo di qualche nuovo soggetto (si è parlato di Investindustrial, ma Andrea Bonomi vorrà avere maggiori garanzie di quanto non ne abbia ottenute nell’infelice partita in Bpm). Il tutto mentre le Landesbanken tedesche (ma anche l’acciaccata Commerzbank) per ora vedono allontanare i riflettori dei mercati, guadagnando tempo e potendo sistemare qualche partita “locale” lontano da occhi indiscreti.

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