Il numero uno della Bce, Mario Draghi, non è andato tanto per il sottile questa volta, facendo capire chiaramente che se necessario già nell’ultima riunione dell’anno, in calendario a dicembre, la Banca centrale europea è pronta a fornire ulteriori stimoli monetari, con una estensione del quantitative easing (che il mercato già prima delle parole dell’ex governatore di Banca d’Italia si attendeva poter essere di sei mesi almeno, rispetto alla scadenza finora fissata a fine settembre 2016) o anche con l’ulteriore taglio dei tassi sui depositi, già negativi, mentre resterebbero appena sopra zero quelli legati alle operazioni di rifinanziamento principali (0,05%) e marginali (0,20%).
Che i tassi potessero ancora calare il mercato obbligazionario aveva smesso di crederlo da tempo, così sono subito scattati nuovi acquisti e venerdì il Btp benchmark a 2 anni ha visto il rendimento scivolare sotto zero per la prima volta da sempre (-0,005%), con uno spread contro i Bund biennali (da tempo contraddistinti da rendimenti negativi) sceso dallo 0,37% di giovedì allo 0,34% circa. Pier Carlo Padoan e Matteo Renzi non possono che stappare lo spumante in anticipo rispetto a fine anno, visto che già martedì, quando il Tesoro emetterà fino a 1,75 miliardi di euro di Ctz agosto 2017 (l’asta dei Btp€i è stata cancellata), potrebbero essere registrati nuovi minimi storici in termini di rendimenti (finora il tasso più basso per questi titoli venne segnato a maggio con uno 0,062%, poi le tensioni estive legate alla crisi greca prima e alle incertezze cinesi poi hanno riportato i tassi sopra tale valore).
La mossa di “Super Mario”, però, non fa felice solo il Tesoro italiano ma anche i suoi principali creditori, ossia le banche, e se in borsa non si sono notati particolari strappi al rialzo delle quotazioni è perché, probabilmente, gli utili da trading che potrebbero essere segnati già in questo trimestre e nei prossimi sugli ampi portafogli di titoli di stato detenuti in primis dalle banche italiane, ma non solo, verranno utilizzati per compensare ulteriori “pulizie di bilancio” che gli stress test della Bce da poco conclusi e fatti pervenire in bozza ai singoli istituti (devono essere ufficializzati), sembrano avere già messo in moto. Tanto che per Unicredit si è tornati a parlare di una cessione di alcuni asset in Austria grazie alla quale l’istituto guidato da Federico Ghizzoni potrebbe incassare 800 milioni di euro circa e rafforzare la propria posizione patrimoniale.

In reltà la reazione più sorprendente sembra quella delle autorità tedesche, abituate per bocca del governatore della Bundesbank e membro del board della Bce, Jens Weidmann, a bacchettare puntualmente ogni decisione di politica monetaria eccessivamente favorevole agli ex Piigs del Sud Europa e in particolare all’Italia. Questa volta, almeno per ora, Weidmann, che ancora a metà settembre (prima che esplodessero scandali come quello che ha colpito Volkswagen, indebolendo l’immagine della Germania ligia alle regole più di tutti e sopra tutti) aveva ribadito che “la politica espansiva sta indebolendo la spinta riformista” europea, si è ben guardato dal criticare Draghi.
Il motivo potrebbe essere legato alla crisi manifestatasi anche in seno alla principale banca tedesca, Deutsche Bank, che dopo lo scandalo Libor e i maxi accantonamenti e svalutazioni del terzo trimestre sta pensando di accelerare la propria ristrutturazione e potrebbe varare ulteriori pesanti svalutazioni della divisione di investment banking e cedere sia Postbank (dopo soli cinque anni dal completamento dell’acquisizione dell’ex banca delle poste tedesche), sia la partecipazione nella cinese Hua Xia Bank (sulla quale potrebbero essere necessarie svalutazioni attorno ai 600 milioni di euro).
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Sempre in terra teutonica, Commerzbank dal canto suo dopo le parole di Draghi sembra aver visto scattare una nuova luna i miele con analisti che finora consigliavano di stare alla larga dal titolo, mentre ora Nomura ha alzato a 14 euro il target price sul titolo, Bnp Paribas a 13,5 euro e Hsbc a 14,5 euro contro i poco più di 10,25 euro attuali. Insomma, dopo anni di discussioni sui rischi che i mercati restassero “drogati” dai tassi a zero, che le riforme finissero in soffitta, che le virtù dell’austerità venissero dimenticate, si scopre che mercati, banche, aziende ed emittenti pubblici tutti non vogliono altro che restare attaccati il più a lungo possibile al seno delle banche centrali, per ridurre il costo sociale di trasformazioni che sono al tempo stesso inevitabili quanto naturali nel corso dell’evoluzione di qualsiasi sistema economico, ma non per questo meno spiacevoli.
Sarà anche per questo che la Cina ha subito preso la palla al balzo e annunciato a sua volta il taglio dal 4,6% al 4,35% del tasso d’interesse sui prestiti a un anno e dall’1,75% all’1,50% di quello sui depositi, limando inoltre di mezzo punto percentuale il coefficiente di riserva obbligatoria delle banche? Pechino in questo modo ribadisce di voler far crescere l’economia di almeno il 7% quest’anno nonostante le pressioni deflazionistiche, la sovracapacità produttiva esistente e la debole domanda mondiale.
Ma se Europa e Asia continueranno ad allentare le proprie politiche monetarie per sostenere l’espansione, la Federal Reserve se la sentirà di alzare i tassi o non preferirà anche lei restare ancora alla finestra? C’è il rischio che alla fine o le politiche monetarie perdano nel complesso la loro efficacia o, al contrario, improvvisamente i prezzi tornino a correre, obbligando le banche centrali a rialzare di corsa i tassi e causare quell’ulteriore violento shock (ciò di cui l’economia reale non ha certo bisogno). La risposta al momento non sembra avercela ancora nessuno, né analisti né investitori né tanto meno banchieri centrali.
Luca Spoldi
