Niente colpo di scena: la Bce– come ampiamente previsto- ha deciso di alzare di 25 punti base i tre tassi di interesse di riferimento, portando il tasso sui depositi al 2,50%, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,65% e quello sulle operazioni di rifinanziamento marginale al 2,90%, con effetto dal 16 settembre 2026. Ma come dobbiamo interpretare questa decisione? Una mossa precauzionale per contenere il rischio di una nuova fiammata inflazionistica oppure può essere l’inizio di un nuovo ciclo restrittivo? E quanto ha inciso l’aumento dei prezzi dell’energia?
Per Saverio Berlinzani, Senior Analyst di ActivTrades, “il rialzo deve essere interpretato principalmente come una mossa precauzionale e di gestione del rischio, piuttosto che come l’inizio di un ciclo restrittivo aggressivo e prolungato. Questo grazie al fatto che il rialzo ormai scontato dai mercati, deve dare un freno ad una inflazione che possa radicarsi ben al di sopra del 2%. Sono quelli che la stessa Bce ha definito gli effetti di secondo round, cioè il rincaro dei servizi e dei salari. Peraltro a conferma di ciò c’è il fatto che gli aggregati macro nel vecchio continente rimangono fragili, e un rialzo prolungato rischierebbe di soffocare ulteriormente consumi e investimenti, un errore da evitare. E in questo quadro, il prezzo dell’energia, sta incidendo in modo decisivo sulle scelte della banca centrale”.
E quanti ulteriori aumenti dei tassi sono realmente plausibili da qui alla fine dell’anno? Il mercato sembra scontare una politica monetaria ancora più restrittiva: quali variabili, tra inflazione, energia, crescita e salari, potrebbero modificare rapidamente queste aspettative? “Da qui alla fine dell’anno sono ipotizzabili al massimo uno o due ulteriori rialzi dei tassi, per un totale di 25-50 punti base aggiuntivi. Secondo molti economisti, potremmo anche pendere per una pausa prolungata dopo settembre. Se le tensioni geopolitiche in Medio Oriente, in particolar modo il conflitto che coinvolge l‘Iran, dovessero intensificarsi, spingendo stabilmente il petrolio sopra i 100 dollari e i futures sul gas a livelli record, la Bce si vedrebbe costretta a prolungare i rialzi anche a ottobre e dicembre per contenere gli choc d’offerta. Una stabilizzazione o un ripiegamento dei prezzi energetici smonterebbe istantaneamente le aspettative di nuovi rialzi, confermando la natura temporanea di questa fiammata inflazionistica”, spiega sempre Berlinzani.
Spostando l’attenzione verso il settore immobiliare. Quali saranno gli effetti più immediati del rialzo deciso oggi sui mutui e sul costo del credito? In particolare, quanto può pesare l’aumento sulla rata di un mutuo a tasso variabile e che cosa consiglierebbe oggi a chi deve accendere un nuovo mutuo o rifinanziare un finanziamento? “Il costo dei mutui variabili è legato all’Euribor a 1 o 3 mesi, l’indice interbancario che recepisce quasi istantaneamente i movimenti della Bce. Prendendo come riferimento un simulato di mutuo standard capitale residuo di 100.000 € e durata residua di 20 anni, la rata mensile subirebbe un incremento immediato di circa 15-20 euro al mese. Su base annua, questo si traduce in una spesa extra di circa 220 euro. Per chi dovesse voler optare per un nuovo mutuo, la scelta dovrebbe ricadere su un tasso fisso. Tra le opzioni c’è anche quella di valutare un tasso variabile con un tetto massimo. Se si preferisce la flessibilità del variabile nella speranza di futuri cali strutturali, è fondamentale inserire una clausola di Cap tetto massimo al 4% o 4,50% per blindare la rata dagli scenari peggiori”, rimarca l’analista.
E se la Bce dovesse mantenere i tassi elevati ancora a lungo, quanto potrebbe pesare questa fase su famiglie e imprese? Dobbiamo aspettarci un rallentamento dei consumi e degli investimenti oppure l’economia europea può assorbire condizioni finanziarie più restrittive? “Una fase prolungata di tassi di interesse elevati rappresenta un rischio concreto di forte rallentamento economico per l’Eurozona, come dimostrano anche i cali recenti dei principali aggregati macro, specie dal lato dei consumi. L’economia europea non possiede attualmente una solidità strutturale sufficiente per assorbire un costo del denaro stabilmente alto senza subire danni rilevanti.
Se il PIL del blocco ha mostrato una parziale resilienza nel breve termine, un mantenimento dei tassi attorno al 2,50%-3,00% per un periodo esteso innescherà possibili condizioni recessive su famiglie e imprese”, sottolinea ancora Berlinzani.
Infine, dopo la decisione di oggi, qual è il principale rischio per la Bce: fare troppo poco e lasciare riaccendere l’inflazione oppure fare troppo e frenare eccessivamente la crescita? E quale scenario vede per tassi, inflazione e crescita nei prossimi dodici mesi? “La Bce si trova in una condizione di equilibrio precario, e per ora il board ha dimostrato di voler propendere per una azione aggressiva verso l’inflazione. Ciò ovviamente potrebbe generare effetti collaterali, come deprimere consumi e investimenti in paesi che già crescono a ritmi d ridotti. Tutto si gioca, nelle prossime settimane, sull’andamento dei prezzi dell’energia, petrolio e gas in primis. Considerato tutto, però, riteniamo che ad oggi il rischio maggiore sia causare recessione attraverso manovre eccessivamente restrittive, specie dopo la pubblicazione dei dati tedeschi sul calo delle importazioni, che evidenziano un netto calo della domanda interna”, conclude Berlinzani.


