Un inizio anno così negativo sui mercati finanziari non lo si vedeva almeno dal 1995: a dare il via alle vendite sono stati due fattori che si sono tornati a sommare come in parte si era già visto in agosto. Anzitutto i mercati hanno reagito, in ritardo, al rialzo dei tassi deciso dalla Federal Reserve la settimana prima di Natale che ha portato la banda d’oscillazione da 0-0,25% a 0,25%-0,50%. Gli investitori si attendono ora almeno altri 3 rialzi (qualcuno parla di quattro) nel corso del 2016 che porterebbero la banda d’oscillazione sullo 0,75%-1%. I rialzi proseguirebbero poi gradualmente fino almeno al 2018 quando i tassi potrebbero essere attorno al 3%-3,5%.
Ma i tassi al rialzo fanno male ai Paesi emergenti che risentono dei rilevanti afflussi (quando i tassi calano) e deflussi (quando i tassi risalgono) di capitali denominati in dollari. Gli occhi erano dunque già puntati sugli emergenti quando ci si è accorti che Pechino, che intanto ha limato il target di crescita del Pil dal +7% del 2015 al +6,5% per il 2016, ha nuovamente svalutato il Reminbi nei confronti proprio del dollaro Usa, come già fatto in agosto. In otto giorni il tasso di cambio ufficiale è passato da 0,154 a 0,1517 dollari per reminbi con un calo dell’1,5% (dell’1,9% complessivo rispetto ai valori antecedenti il rialzo dei tassi Usa).
Questi due fattori hanno finito col fare crollare le borse cinesi e mondiali: da inizio anno l’indice Csi300 è caduto del 9,9% e il bilancio avrebbe potuto essere peggiore se non ci fosse stato un rimbalzo del 2% venerdì, mentre Piazza Affari cede il 5,5% e Wall Street è in calo del 4,8% circa. Variazioni pari a 20 volte quella dei tassi Usa e a 6 volte la svalutazione del reminbi la dicono lunga sulla volatilità dei mercati, ma perché Pechino ha preso questa decisione e cosa potrà succedere ora? Secondo Amundi, Pechino ha agito perché il momento era quello giusto, anzi la banca centrale cinese ha atteso qualche giorno in più del necessario, forse per non rovinare le feste di fine anno. A parte l’euro (+0,9%), la sterlina (+2,4%), lo yen (+2,6%) e il dollaro australiano (+3,4%), si erano già mosse al ribasso valute di paesi come Tailandia, Taiwan, Corea del Sud, Singapore, Canada, Turchia e Brasile (tra l’1% e il 3% di svalutazione), per non dire della Russia (-6,3%), del Sud Africa (-6,8%) e dell’Argentina (-41,6%).
La decisione della Fed ha dunque innescato un terremoto che non mancherà di pesare sulle principali economie emergenti, tanto che il giudizio quasi unanime degli analisti è di tenersi per ora alla larga da tali mercati. Pechino, che per un investitore di lungo corso e successo come George Soros attraverso la svalutazione sta scaricando sul mondo parte dei problemi legati alle difficoltà di trovare un nuovo modello di sviluppo, dovrebbe tuttavia confermarsi un elemento di stabilizzazione dell’economia mondiale più che di freno, almeno a medio termine (ossia da qui a fine anno prossimo), secondo gli esperti di Amundi. Su quali paesi e titoli si può investire approfittando del ribasso, se la situazione non degenera come non escludono del tutto gli analisti di Ubs, che parlano del possibile ingresso di Wall Street in una fase “orso” che porterebbe a perdite tra il 20% e il 30% rispetto ai recenti massimi entro fine 2016-inizio 2017, o peggio, come sostiene Soros, che faccia rivedere situazioni di panico già vissute a cavallo del 2008 e 2009?
*BRPAGE*
Per il Credit Suisse le migliori occasioni dovrebbero rimanere in Europa, dato che il basso costo dell’energia e un allentamento della politica fiscale che non accadeva dal 2006 dovrebbero rafforzare la crescita specie nei paesi del Sud Europa come l’Italia, tanto più se la Bce dovesse ulteriormente intervenire con misure straordinarie per cercare di far ripartire un’inflazione che rischia di rimanere ancora a lungo vicino a zero e dunque ben distante dal 2% annuo fissato come obiettivo. Morale della favola: sarà meglio restare leggeri e corti di duration sui mercati obbligazionari, limitandosi a parcheggiare liquidità su strumenti a breve termine (fondi monetari o Bot a 6-12 mesi) anche a costo di non vedere alcun rendimento o quasi ed evitando quasi del tutto le obbligazioni societarie e bancarie.
Sull’azionario lontani dagli emergenti nella prima parte dell’anno, mentre nel secondo semestre Natixis suggerisce che si potrebbe vedere una nuova sovra performance di cui i più coraggiosi potrebbero approfittare, approfittando di eventuali ulteriori “tonfi” che si fossero verificati da qui ad allora. Per gli investitori meno inclini al trading, tutto sommato giocare in casa alleggerendo eventuali posizioni sui titoli finanziari, che nel 2015 hanno corso molto, e acquistando titoli ciclici e di servizi di pubblica utilità. I nomi? Fiat Chrysler Automobiles potrebbe recuperare sfruttando il buon andamento delle vendite in Europa e negli Usa, Snam, che da qualche tempo sta tornando a piacere agli analisti che si attendono utili in crescita nel biennio 2016-2017, Autogrill (e Atlantia), dato che se la crescita si rafforzerà crescerà il traffico autostradale, ferroviario e aereo in tutta Europa, Italia compresa, Telecom Italia, che dovrebbe beneficiare sia delle attese di una ripresa del mercato sia degli sviluppi della rete in fibra ottica.
Oltre a questi potrebbero essere interessanti alcune delle Ipo attese per i prossimi mesi, a partire da quella di Enav, anche se occorrerà stare attenti alle valutazioni e alla prospettive in termini di crescita organica. Visto che la volatilità pare destinata a rimanere a lungo, la lista potrà cambiare più volte nel corso dell’anno, per cui se non volete continuamente rivedere il portafoglio potreste puntare su uno strumento ad indice, ad esempio un Etf come iShareas Ftse Mib Ucitis ad accumulazione, evitando invece Etc a leva a meno che non amiate il rischio e non vogliate sfruttare la volatilità per fare trading. In questo caso ricordate che gli Etc “short” guadagnano quando i mercati scendono, quelli “long” quando i mercati salgono e che la leva indica quante volte dovete attendervi che l’Etc che avete scelto moltiplicherà la variazione dell’indice che riproduce.
Luca Spoldi
