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Economia
Btp, la Bce congela la tempesta. Banche e assicurazioni: chi rischia

Un aiuto concreto all’Italia? E’ venuto, ancora una volta, dalla Banca centrale europea (Bce) più che dall’Eurogruppo. Decidendo di mandare in soffitta almeno fino a fine anno la regola della “capital key” (in base alla quale Eurotower acquista titoli sul mercato in base alla partecipazione di ciascuna banca centrale nazionale al suo capitale, dopo la Brexit per l’Italia pari al 13,8165%) e di non limitarsi ad acquistare titoli “investment rated” ma anche “junk” (come nel caso dei titoli di stato greci), la Bce ha già alzato dai 2,266 miliardi di febbraio a 11,855 miliardi a marzo gli acquisti di titoli di stato italiani, portando così il totale detenuto nei suoi forzieri a 382,461 miliardi.

Quanto basta non solo per tranquillizzare i mercati, con lo spread Btp-Bund che dal picco del 3,2% toccato il 18 marzo è tornato sotto il 2%, non così distante dall’1,6% attorno a cui oscillava a inizio anno prima che la pandemia di coronavirus esplodesse, ma anche e forse soprattutto le banche, da cui dipende concretamente il mantenimento di adeguati livelli di liquidità per le imprese italiane, aperte o chiuse per lockdown che siano.

Per capirci: a fine 2019 dei 2 mila miliardi di titoli di stato a breve (115 miliardi) e lunga scadenza (1.885 miliardi) in circolazione, 378 miliardi, pari al 18,9% del totale, in calo rispetto all’anno precedente e ormai al di sotto dello stock detenuto dalla Bce. Di questi circa un terzo (oltre 130 miliardi) sono detenuti dalle 10 maggiori banche italiane con Unicredit che resta il “forziere” per eccellenza con 45 miliardi di titoli del Tesoro italiano in cassa, seguito da Intesa Sanpaolo con 34,1 miliardi, Banco Bpm (15,5 miliardi), Mps (15,4 miliardi), Bper Banca (6,4 miliardi), Ubi Banca (6,4 miliardi), Credito Valtellinese (4 miliardi), Credito Emiliano (3,2 miliardi) e poi via via portafogli di minori dimensioni per Banco Desio, Popolare di Sondrio, Carige e tutti gli altri istituti.

Altri “forzieri” di titoli di stato sono poi le assicurazioni: solo Generali (60 miliardi in portafoglio), Unipol/UnipolSai (29 miliardi) e Cattolica Assicurazioni (17,7 miliardi) detenevano a fine 2019 quasi 107 miliardi di euro. Un’eventuale downgrade sovrano appare ormai poco probabile grazie agli acquisti di titoli di stato garantiti dalla reinterpretazione della “mission” della Bce e al raggiungimento di un primo compromesso nell’Eurogruppo che ha sbloccato i primi 540 miliardi di prestiti.

Diversamente si sarebbe rischiato un pesante impatto sia sulla redditività sia sulla solidità dei bilanci di molti istituti e assicurazioni che per reazione avrebbero inevitabilmente cercato di alleggerire i portafogli, rendendo più oneroso per lo stato italiano emettere nuovi titoli. Per questo gli sponsor più forti di una soluzione condivisa in sede europea sono stati ancora una volta i banchieri e la finanza in generale.

Finanza che dodici anni fa rappresentò l’epicentro della crisi mondiale e che questa volta pare aver imparato dagli errori del passato ed essere nelle condizioni di dare un contributo alla sua risoluzione. Ne è una prova la rapidità con cui le maggiori istituzioni finanziarie (italiane e mondiali) si sono attivate sia per erogare nuovo credito, sia per raccogliere fondi privati da destinare alle opportunità d’investimento che la pandemia di coronavirus sta nonostante tutto aprendo. Senza per questo essere corsi a scaricare miliardi di titoli di stato sul mercato.

Luca Spoldi

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