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Buona scuola, Renzi a lezione di spending. Nell’istruzione l’Italia investe poco e male

Buona scuola, Renzi a lezione di spending. Nell’istruzione l’Italia investe poco e male
giannini ape
Da tempo divampano le polemiche attorno alla riforma della “buona scuola” portata avanti dal governo Renzi. A guardare le cifre fornite dall’Istat e dall’Ocse una sola cosa appare certa: in Italia si investe poco e male nell’istruzione pubblica, che andrebbe potenziata. Il problema non sembrano essere gli insegnanti, che negli ultimi anni hanno visto costantemente calare i propri stipendi in termini reali. Semmai bisognerebbe migliorare la qualità dell’utilizzo dei fondi italiani e comunitari

La “buona scuola”di Matteo Renzi fa discutere, ma quanto costa e come è organizzato il sistema educativo negli altri paesi europei? Anzitutto un dato: in Italia si investe ancora troppo poco in istruzione, col rischio che anche ora che la recessione sembra alle spalle la ripresa vada a premiare maggiormente quei paesi in grado di formare lavoratori con maggiori competenze. Secondo l’Istat, ad esempio, nel 2014 l’Italia ha speso per la pubblica istruzione (dunque la scuola dell’obbligo) il 4,6% del Pil, contro il 7,9% della Danimarca, il 6,4% della Gran Bretagna, il 6,2% dell’Olanda, il 6,1% della Francia, il 5,5% di Spagna e Portogallo e il 5,5% della Germania. Per non parlare degli Usa, che spendono nell’istruzione (pubblica) il 6,9% del Pil, dell’Australia (5,8%) o persino del sempre più “anziano” Giappone, che con un Pil più che doppio di quello italiano spenda il 5,1%.

Non sta messa meglio neppure l’università, per la quale si investe in Italia l’1% del Pil contro una media europea pari all’1,5%, nonostante puntualmente le statistiche su lavoro, istruzione e retribuzioni confermino che la laurea, specie in alcune professioni tecniche, comporta un incremento sia delle retribuzioni sia delle occasioni d’impiego, in Italia e all’estero. Neppure l’inversione di rotta notata proprio nel 2014 (anno in cui il bilancio della pubblica istruzione è tornato a crescere, di uno 0,6%, dopo tre anni di continui tagli) è stata sufficiente a colmare il gap, che anzi ha continuato a crescere visto che l’incremento medio europeo è stato dell’1%, con alcuni paesi che hanno puntato ancora di più sul futuro dei propri giovani, come Turchia (dove la spesa per l’istruzione pubblica è salita del 7%), Lettonia (+6,9%) e Irlanda del Nord (+5,1%).

Anche l’Ocse ha provato ad analizzare il fenomeno di recente, scoprendo che in rapporto al totale degli investimenti pubblici l’Italia è l’ultima tra i 37 paesi analizzati, dedicando all’istruzione l’8,6% della spesa pubblica, contro il 9,1% del Giappone, il 10,2% della Francia, il 10,5% della Spagna, l’11% della Germania, l’11,9% dell’Olanda, il 12,2% della Gran Bretagna, il 13,6% degli Stati Uniti, il 15,2% della “solita” Danimarca, il 15,7% della Svizzera, addirittura il 19,2% del Brasile, il 20,5% del Messico, il 21,6% della Nuova Zelanda. Che forse continueranno ad avere un motivo se si chiamano (e si chiameranno ancora per decenni) “economie emergenti”, visto quanto investono nel futuro dei propri giovani.

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Per inciso, la media di spesa per l’istruzione in rapporto al totale degli investimenti pubblici nei 27 paesi esaminati dall’Ocse è il 12,9%, come dire che ll’Italia se non si vuole rassegnare ad un declino strutturale fatto di una popolazione sempre più vecchia impiegata in lavorazioni sempre meno specializzate e innovative (con tutti i rischi che ne conseguirebbero in termini di aleatorietà delle prospettive di impiego), dovrebbe incrementare di un 30% i suoi investimenti sulla pubblica istruzione, ceteris paribus, solo per riportarsi in media coi propri principali concorrenti mondiali. Si potrebbe obiettare: la spesa per l’istruzione pubblica in Italia non è aumentabile più che tanto per vincoli di bilancio, ad esempio a causa di una spesa superiore a quella di molti altri paesi per due voci difficilmente comprimibili come la previdenza e la sanità pubblica (anche detto: non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, almeno non tutte le sere).

Il ragionamento sarebbe corretto, ma guardiamo alla principale voce di costo, quella degli insegnanti: ancora una volta i dati Ocse indicano che, fatto 100 il livello dei salari degli insegnanti del 2005, nel 2012 (ultimo dato ad oggi disponibile) in Italia si era calati a 96, contro una media Ocse salita a 101. Come dire che negli ultimi sette anni gli insegnanti italiani hanno visto in media peggiorare di un 5% il proprio salario rispetto a quello medio dei propri colleghi nei paesi Ocse. Certo, c’è a chi è andata peggio: in Giappone (paese che però sta attraversando da anni una continua deflazione) i salari 2012 rappresentavano solo il 93% dei salari 2005, la stessa cosa è capitata in Portogallo, in Francia e in Spagna si era al 95%, in Corea come in Italia al 96.

Peggio di tutti è andata agli insegnanti ungheresi, che hanno visto crollare i propri stipendi al 65% di quanto guadagnavano sette anni prima, ai colleghi greci (scesi al 77%) e agli islandesi (calati all’87%). In compenso i “fortunati” insegnanti neozelandesi hanno visto i propri stipendi salire al 110% del livello di partenza, al pari dei colleghi norvegesi e lussemburghesi, gli irlandesi hanno segnato un +12%, gli israeliani un +14%, i polacchi (che certo partivano da basi più basse) un robusto +20%. Di fronte a queste cifre una domanda sorge spontanea: non sarà che più che il livello assoluto (e in rapporto alla spesa complessiva) quella italiana sia una spesa per la pubblica istruzione mal gestita?

Non sarà che troppi fondi europei vengono spesi in programmi poco funzionali, magari mentre vi sono carenze di investimenti strutturali in edilizia scolastica, in borse di studio, in bonus per gli insegnanti migliori (posto che a decidere cosa si intenda per “migliore” e chi possa esser così definito sia un sistema condiviso e non un meccanismo che possa far proliferare nuove clientele e “amicizie” varie)? Il dubbio quanto meno viene, anche senza entrare nella polemica se la riforma della “buona scuola” sia veramente funzionale a garantire maggiori prospettive ai nostri giovani (e ai nostri docenti) oppure no.

Luca Spoldi