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Economia
Buona scuola , Renzi a lezione di spending . Nell'istruzione l'Italia investe poco e male

Per inciso, la media di spesa per l’istruzione in rapporto al totale degli investimenti pubblici nei 27 paesi esaminati dall’Ocse è il 12,9%, come dire che ll'Italia se non si vuole rassegnare ad un declino strutturale fatto di una popolazione sempre più vecchia impiegata in lavorazioni sempre meno specializzate e innovative (con tutti i rischi che ne conseguirebbero in termini di aleatorietà delle prospettive di impiego), dovrebbe incrementare di un 30% i suoi investimenti sulla pubblica istruzione, ceteris paribus, solo per riportarsi in media coi propri principali concorrenti mondiali. Si potrebbe obiettare: la spesa per l’istruzione pubblica in Italia non è aumentabile più che tanto per vincoli di bilancio, ad esempio a causa di una spesa superiore a quella di molti altri paesi per due voci difficilmente comprimibili come la previdenza e la sanità pubblica (anche detto: non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, almeno non tutte le sere).

Il ragionamento sarebbe corretto, ma guardiamo alla principale voce di costo, quella degli insegnanti: ancora una volta i dati Ocse indicano che, fatto 100 il livello dei salari degli insegnanti del 2005, nel 2012 (ultimo dato ad oggi disponibile) in Italia si era calati a 96, contro una media Ocse salita a 101. Come dire che negli ultimi sette anni gli insegnanti italiani hanno visto in media peggiorare di un 5% il proprio salario rispetto a quello medio dei propri colleghi nei paesi Ocse. Certo, c’è a chi è andata peggio: in Giappone (paese che però sta attraversando da anni una continua deflazione) i salari 2012 rappresentavano solo il 93% dei salari 2005, la stessa cosa è capitata in Portogallo, in Francia e in Spagna si era al 95%, in Corea come in Italia al 96.

Peggio di tutti è andata agli insegnanti ungheresi, che hanno visto crollare i propri stipendi al 65% di quanto guadagnavano sette anni prima, ai colleghi greci (scesi al 77%) e agli islandesi (calati all’87%). In compenso i “fortunati” insegnanti neozelandesi hanno visto i propri stipendi salire al 110% del livello di partenza, al pari dei colleghi norvegesi e lussemburghesi, gli irlandesi hanno segnato un +12%, gli israeliani un +14%, i polacchi (che certo partivano da basi più basse) un robusto +20%. Di fronte a queste cifre una domanda sorge spontanea: non sarà che più che il livello assoluto (e in rapporto alla spesa complessiva) quella italiana sia una spesa per la pubblica istruzione mal gestita?

Non sarà che troppi fondi europei vengono spesi in programmi poco funzionali, magari mentre vi sono carenze di investimenti strutturali in edilizia scolastica, in borse di studio, in bonus per gli insegnanti migliori (posto che a decidere cosa si intenda per “migliore” e chi possa esser così definito sia un sistema condiviso e non un meccanismo che possa far proliferare nuove clientele e “amicizie” varie)? Il dubbio quanto meno viene, anche senza entrare nella polemica se la riforma della “buona scuola” sia veramente funzionale a garantire maggiori prospettive ai nostri giovani (e ai nostri docenti) oppure no.

Luca Spoldi

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