
La crisi non abita più a Wall Street, almeno a guardare i bilanci delle regine del mercato che continuano a battere le attese. Se Jp Morgan ha chiuso il primo trimestre con utili in rialzo del 33% alla cifra record di 6,53 miliardi di dollari (pari a 1,59 dollari per azione, contro gli 1,4 dollari previsti in media dagli analisti), grazie in particolare ai buoni risultati ottenuti nel comparto mutui immobiliari, ma con ricavi che sono calati a 25,84 miliardi contro i 26,75 miliardi dello stesso periodo del 2012, a conferma che l’aumento dei profitti è stato legato soprattutto al taglio dei costi (spese legali -52%, remunerazioni -2%, servizi affidati all’esterno -3%, spese di marketing -13%), Goldman Sachs oggi ha fatto anche meglio.
Il colosso creditizio a stelle e strisce ha infatti chiuso i primi tre mesi dell’anno con un utile netto di 2,26 miliardi di dollari (4,29 dollari per azione) rispetto ai 2,11 miliardi scarsi (3,92 dollari a titolo) dello stesso periodo del 2012; numeri inferiori alla rivale, certo, ma il giro d’affari di Goldman Sachs anziché ridursi è salito (a 10,9 miliardi dai 9,95 miliardi di un anno prima). Battute anche in questo caso le attese di mercato, pari a 3,90 dollari di utile per azione e a un giro d’affari di 9,67 miliardi, ma a questo punto sembra già “normale” che debba andare così.
Oltre al taglio dei costi (calati nel periodo di 1,9 miliardi rispetto a un anno prima), con conseguente miglioramento degli indici di redditività (il Return on equity, o Roe, è salito al 12,4% dal 12,2% del primo trimestre 2012), sui conti di Goldman Sachs ha avuto un impatto positivo anche la crescita delle attività, in particolare i ricavi derivanti dalla sottoscrizione e intermediazione di bond e titoli azionari. Una crescita che ha beneficiato dell’uscita di scena di alcuni concorrente in un settore, quello dell’intermediazione, dove le dimensioni contano sempre di più e dove è da tempo in atto un processo di concentrazione del mercato nelle mani di pochi grandi gruppi.
*BRPAGE*
La banca guidata da Lloyd C. Blankfein si è tolta anche la soddisfazione di battere proprio Jp Morgan per quanto riguarda i ricavi delle attività di investment banking (cresciuti del 36% a 1,57 miliardi, contro gli 1,43 miliardi di Jp Morgan), mentre dal trading su titoli azionari sono arrivati 1,92 miliardi di fatturato (con un calo del 15% su base annua), altri 2,07 miliardi sono arrivati dall’attività di prestito e investimento e 1,32 miliardi dalle attività di investment management (+12% annuo). La parte del leone l’ha fatta ancora una volta la divisione Servizi alla clientela istituzionale, che ha chiuso il trimestre con 5,14 miliardi di ricavi (peraltro in calo del 10% rispetto al primo trimestre 2012, ma in rialzo del 18% rispetto al trimestre precedente).
Alla crescita del giro d’affari non ha corrisposto, grazie all’attenzione sui costi, un parallelo incremento delle spese operative, stabili a 6,72 miliardi di dollari come un anno prima (anche se del 36% superiori al quarto trimestre 2012). In particolare i compensi e benefit sono rimasti stabili a 4,34 miliardi, a fronte di uno staff in calo dell’1% rispetto a dodici mesi prima, mentre le spese non legate ai compensi sono rimaste sui 2,38 miliardi (stabili sull’anno, in calo del 19% rispetto al trimestre precedente). In frazionale calo il tax rate, risultato pari al 33% contro il 33,3% dell’intero 2012.
Luca Spoldi
