
Ottocento emendamenti sono troppi, così il governo Letta ha deciso di porre la fiducia sul decreto legge “del fare”, approvato lo scorso 22 giugno dal Consiglio dei ministri, sulla base del testo uscito dalla Commissione Bilancio e Affari costituzionali, fatte però salve le correzioni “in extremis” relative alla liberalizzazione del wi-fi e al tetto sugli stipendi ai manager (entrambe confermate dopo aver corso “il rischio” di saltare). Ma cosa cambierà in concreto per gli italiani? Di fatto si tratterà dell’ennesima “stretta” fiscale, compensata da una serie di misure al margine relative alla spesa e ad alcune voci “popolari” come le reti wi-fi e la casa.
Iniziamo da queste ultime: nella versione che sarà votata oggi si prevede che l’offerta di accesso alla rete internet al pubblico tramite tecnologia wi-fi non richieda l’identificazione personale degli utilizzatori quando non costituisca “l’attività commerciale prevalente del gestore del servizio”. Vengono così a cadere una lunga serie di adempimenti burocratici per bar, pub e hotel che di fatto avrebbero impedito la liberalizzazione dell’allacciamento alla rete. Per una notizia buona per il settore internet, ne arriva però anche una meno positiva: i 20 milioni di euro promessi alle televisioni private locali vengono infatti sottratti al fondo già istituito dal dl “Crescita” del governo Monti la cui dotazione (150 milioni previsti finora) doveva servire a finanziare il completamento del Piano nazionale banda larga. Per i più critici questo significa salvare le “televendite” al costo di un perdurante gap tecnologico con gli altri paesi europei in fatto di internet veloce.
Sul fronte della casa, in particolare dei mutui sulla prima abitazione, il testo prevede che in caso di mancata restituzione del debito contratto, se il creditore è Equitalia qualora il bene immobile sia l’unico bene di proprietà del debitore e sia adibito ad abitazione principale (non deve tuttavia trattarsi di un immobile di lusso), questo non possa essere pignorato. Il pignoramento da parte di Equitalia resta possibile invece nel caso delle seconde case, ma solo se il debito contratto risulta superiore a 120mila euro (contro il limite minimo di 20 mila previsto finora).
E’ inoltre previsto un tempo minimo di sei mesi tra l’iscrizione dell’ipoteca e la possibilità da parte di Equitalia di passare all’esproprio effettivo. Chiaramente dato che il testo fa riferimento solamente ad Equitalia, nel caso che il creditore sia una banca rimane inalterata la possibilità per gli istituti di credito di richiedere l’esproprio di un bene immobile a prescindere dalla tipologia (quindi anche una prima casa). La banca potrà però risolvere il contratto di mutuo e chiedere il pignoramento solo in caso di un ritardo nel pagamento delle rate del mutuo pari almeno a 7 volte, non necessariamente consecutive.
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Passando dagli immobili privati a quelli pubblici, il decreto prevede che se lo Stato trasferisce un immobile a un Comune e questo successivamente lo vende, il 25% della somma incassata debba essere utilizzata per abbattere il debito pubblico. L’Anci (Associazione nazionale comuni italiani), peraltro, teme che la norma possa prestarsi a un’interpretazione non univoca e favorisca di fatto l’introduzione di un nuovo prelievo “forzoso” su tutto il patrimonio immobiliare dei comuni, anche quello già esistente prima dell’entrata in vigore del decreto e dei successivi trasferimenti di immobili dallo Stati ai Comuni.
Fa discutere anche l’estensione del “tetto” dei 300 mila euro agli stipendi dei manager pubblici, limite già introdotto dal dl “Salva Italia” del governo Monti ma di fatto finora applicato a una manciata di casi. Letta si era impegnato a estendere il limite e il testo del decreto oggi in discussione alla Camera lo fa, ma molto limitatamente: non potranno ricevere oltre 300 mila euro di compenso annuo solo i manager di società che “non svolgono servizi di interesse generale anche di rilevanza economica”, ad esempio Sace, mentre se le società “svolgono servizi di interesse generale”, come le Poste o le Ferrovie, piuttosto che l’Anas, andranno determinati dal ministero dell’Economia e Finanze “d’intesa con le amministrazioni vigilanti” dei criteri in base ai quali fissare un tetto, anche se già ora la norma prevede che non si potranno comunque assegnare bonus e premi nel caso di bilanci in perdita (meglio tardi che mai, verrebbe da aggiungere).
Quasi da “tradizione”, infine, l’ennesimo aumento dell’aliquota delle accise su benzina e gasolio per autotrazione, aumento che in teoria dal 2014 dovrebbe produrre un maggior gettito fiscale di 75 milioni di euro l’anno. Gli ultimi numeri prodotti dal Centro Studi Promotor mostrano però che il gettito di tali accise sta calando da mesi, proprio a causa dei continui rincari d’imposta intervenuti negli ultimi due anni che hanno fatto schizzare il prezzo di benzina e gasolio a livelli sempre più distanti dalla media europea.
E’ il cosidetto “effetto-Laffer” che porta ad un calo del gettito anche per beni la cui domanda è tradizionalmente considerata “anelastica”, ossia poco sensibile agli incrementi di prezzo, a causa di un eccesso di tassazione (che si somma, in questo caso, al costante calo del reddito disponibile degli automobilisti italiani). In teoria questo aggravio concorrerà, con le altre coperture previste dal decreto, a bilanciare una serie di sgravi fiscali, come una sorta di nuova “Legge Sabatini” tramite l’intervento della Cassa Depositi e Prestiti a favore di imprese che acquistino, nel triennio 2014-2016, macchinari ed impianti produttivi, piuttosto che alla copertura del mancato gettito legato dal rinvio della Tobin Tax e al finanziamento del credito d’imposta per il cinema, piuttosto che alla riduzione/eliminazione della tassa di stazionamento per imbarcazioni da diporto in precedenza voluta dal governo Monti.
Insomma: “nuove” tasse per coprire il venir meno o la rimodulazione di “vecchie” tasse, sventata “de-liberalizzazione” del wi-fi compensata da minori fondi alla banda larga, parziali tetti ai compensi dei manager di stato, parziale maggior tutela dei proprietari di casa nei confronti della sola Equitalia. Più che un decreto del “fare” sembra un gioco di equilibrio, ma questo è ciò che al momento può passare (non senza fatica) il governo, letteralmente.
Luca Spoldi
