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Del Vecchio, quanto costerebbe comprarsi le quote Delfin? Il conto monstre: 200 milioni al mese

Simulando un rimborso in dieci anni, 22 miliardi all’1,75% costerebbero circa 24 miliardi. E una commissione ipotetica del 5% aggiungerebbe un altro miliardo abbondante

Del Vecchio, quanto costerebbe comprarsi le quote Delfin? Il conto monstre: 200 milioni al mese

Del Vecchio, quanto costerebbe comprarsi le quote Delfin?

C’è chi apre l’app della banca per controllare se questo mese riesce a pagare il mutuo. E chi, come Leonardo Maria Del Vecchio, prova a organizzare un finanziamento da 22 miliardi di euro per rilevare le quote dei familiari in Delfin, la cassaforte dell’impero paterno, o almeno il 75% di esse, cioè altre sei quote oltre la sua.

Obiettivo: aggirare lo stallo in cui si trova oggi la holding. Mettiamoci dunque al tavolo con la calcolatrice. 22 miliardi, dieci anni, tasso annuo fisso dell’1,75%, come è stato scritto in questi giorni, 120 rate mensili costanti, comprensive di capitale e interessi. Risultato: 199,98 milioni di euro al mese. Arrotondiamo pure a 200 milioni: a questi livelli nessuno dovrebbe offendersi per qualche spicciolo.

Con il piano a rate costanti, il conto complessivo arriverebbe a quasi 24 miliardi, dei quali circa due miliardi di interessi. Poi ci sono le commissioni. C’è poi la commissione da corrispondere a Citi: pare che sia intorno al 5%, cioè 1,1 miliardi di euro. Se pagata a parte, porterebbe l’esborso totale a circa 25,1 miliardi. Diciamo che anche l’istruttoria avrebbe una certa personalità.

Dentro la cassaforte

A rendere concepibili cifre simili è ciò che Delfin possiede. A cominciare da quella che continuiamo a chiamare Luxottica, ma che in Borsa è EssilorLuxottica: la holding ne detiene il 32,4%. Su una capitalizzazione indicata intorno a 85,9 miliardi alla chiusura del 2 novembre, il pacchetto vale circa 27,8 miliardi di euro.

Gli occhiali, almeno sulla carta, coprono già una bella fetta del panorama. Seguono Generali, con una partecipazione del 10,05%: prendendo una capitalizzazione di circa 65,8 miliardi, il valore è nell’ordine dei 6,6 miliardi. Il 17,5% di Monte dei Paschi, su una capitalizzazione di circa 33,2 miliardi, vale invece 5,8 miliardi. Infine il 28% di Covivio, che capitalizza quasi cinque miliardi, corrisponde a circa 1,4 miliardi. Quote e valori sono arrotondati; le valutazioni cambiano con le quotazioni.

Sommando queste quattro partecipazioni si arriva a circa 41,6 miliardi di euro, senza aggiungere il 2,7% di UniCredit. Attenzione: è il valore lordo dei pacchetti azionari considerati, non denaro immediatamente disponibile e neppure il patrimonio netto definitivo di Delfin. Per arrivare a quello occorre considerare anche liquidità, debiti e altre poste. E vendere partecipazioni significa modificare il patrimonio e gli equilibri che si vogliono conquistare.

I dividendi non bastano alla rata

C’è poi un’altra domanda, assai legittima: quanto entra ogni anno? Per il 2026 le previsioni indicavano circa 1,5 miliardi di dividendi dalle partecipate, contro gli oltre 1,2 miliardi incassati nel 2025. Un flusso imponente, che tuttavia resta inferiore ai 2,4 miliardi annui necessari per sostenere il rimborso decennale della nostra simulazione.

Persino destinando al prestito tutte le cedole attese dall’intero portafoglio, mancherebbero circa 900 milioni l’anno, prima di costi e commissioni. Anche una cassaforte così ricca, davanti alla rata, deve fare i conti. C’è poi un altro passaggio: i dividendi incassati da Delfin non finiscono automaticamente nelle tasche dei soci. A giugno l’assemblea ha mantenuto la distribuzione al 10% dell’utile 2025, circa 150 milioni complessivi, ossia 18,75 milioni per ciascuna quota del 12,5%, respingendo l’aumento all’80%.

Il precedente da 950 milioni

In questa storia c’è poi un numero che, per una volta, sembra quasi piccolo: 950 milioni. È l’esposizione complessiva indicata a settembre dal family office di Leonardo Maria, sommando perimetri che la stessa società chiedeva di distinguere: affidamenti personali, finanziamento di LMDV Capital e posizioni assistite da beni reali. La precisazione segnalava circa 500 milioni di affidamenti personali e dichiarava che non risultavano posizioni scadute e non onorate. Dunque sarebbe scorretto presentare tutti i 950 milioni come debito personale dell’erede.

Il punto finanziario resta questo: possedere una quota di un patrimonio miliardario e trovare ogni mese la liquidità per rimborsare un finanziamento sono due esercizi diversi. Il primo fa entrare nelle classifiche dei ricchi. Il secondo richiede dividendi, eventuali dismissioni o altre fonti di cassa, oltre a un piano che regga nel tempo. Per noi comuni mortali il promemoria della banca arriva sul telefono. Con una rata da 200 milioni, forse, conviene dedicargli direttamente una riunione del consiglio di amministrazione.

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