Economia
"Energia e bollette, l’Italia paga più di tutti: servono gas nazionale e nuove fonti”. La strategia per la vera indipendenza
Macrì (Estra): “In Italia livello di stoccaggi solidi, ma si acceleri su rinnovabili, gas nazionale, biodigestori e nucleare di nuova generazione. Il Piano Mattei una leva strategica per l’indipendenza energetica”

Energia, stop Ue al gas russo dal 2027. Ecco la roadmap da seguire
Con lo stop definitivo al gas russo dal 2027, l’Europa entra in una fase nuova e decisiva della sua politica energetica. Una svolta che chiude un’era di dipendenza e impone scelte responsabili: guardare in faccia i numeri, rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti e accelerare, senza ambiguità, verso una vera strategia comune. Per capirne di più, Affaritaliani ha interpellato Francesco Macrì, presidente di Estra, multiutility toscana, oltre che consigliere di amministrazione di Leonardo e vicepresidente di Confindustria Cisambiente con delega all’Energia.
Presidente Macrì, lo stop al gas russo può essere considerato una vera svolta storica. Ma partiamo dai dati: qual è oggi il livello degli stoccaggi di gas in Europa e in Italia?
Il dato degli stoccaggi è sicuramente rilevante per il sistema Paese. Dalle fonti più autorevoli emerge che, a livello europeo, siamo intorno al 40%, quindi sotto i livelli dello scorso anno. Detto questo, non drammatizzerei: la fase di riempimento entra ora nel vivo durante l’estate. L’Italia, da questo punto di vista, si trova in una condizione più stabile e serena: siamo vicini al 60% di riempimento degli stoccaggi. È il frutto di una maggiore prudenza e di una presenza industriale solida su questo fronte, che storicamente ci ha portato ad essere più previdenti rispetto ad altri Paesi europei.
Quale roadmap energetica dovrebbe seguire oggi l’Europa per garantire sicurezza e competitività?
L’Europa parte da una condizione di fragilità comune, legata a una forte dipendenza energetica dall’estero. In passato si è affidata molto al gas russo e, seppur in misura ormai residuale, lo fa ancora. L’Italia, invece, è stata tra i primi Paesi a interrompere le forniture, avviando una diversificazione importante già tra il governo Draghi e il governo Meloni, grazie anche al lavoro di figure come Descalzi e Cingolani. Detto questo, la vera indipendenza energetica non può coincidere solo con la diversificazione delle fonti. Oggi una parte crescente degli approvvigionamenti arriva dagli Stati Uniti sotto forma di Gnl, ma è noto che si tratta di una soluzione più costosa, anche per via dei processi di trasformazione. Serve quindi una visione più ampia e strutturale.
Come si è attrezzata l’Italia in questo nuovo scenario? Oltre al gnl americano, quali opportunità arrivano dal Mediterraneo e dall’Africa, anche nel quadro del piano Mattei?
I canali di approvvigionamento italiani sono oggi ben diversificati. Abbiamo il corridoio sud con l’Azerbaijan e il Tap, l’Algeria resta un partner fondamentale, si è attivato recentemente anche il canale norvegese, senza dimenticare il contributo dei rigassificatori. Questa pluralità di fonti ci consente di essere sufficientemente tranquilli dal punto di vista della sicurezza degli approvvigionamenti. Il vero nodo resta il costo dell’energia, che in Italia paghiamo più di altri. Inoltre, continuiamo a ragionare prevalentemente nella “logica del tubo”: se non diversifichiamo anche il vettore energetico, restiamo strutturalmente deboli. In questo senso il Piano Mattei è uno strumento strategico importante: rafforzare il posizionamento dell’Italia nel Mediterraneo e nel Nord Africa significa garantirsi un ruolo influente e una maggiore stabilità energetica nel lungo periodo.
Quali strumenti dovrebbero mettere in campo aziende energetiche e multiutility per ridurre la dipendenza dall’estero?
Dobbiamo correre su più fronti. Prima di tutto aumentando la produzione di energia “in house”, favorendo lo sviluppo delle rinnovabili compatibili con l’ambiente e con il territorio. Allo stesso tempo, senza barriere ideologiche, è necessario tornare ai massimi livelli di estrazione del gas nazionale, considerandolo per quello che è: un vettore di transizione. Non possiamo puntare tutto sull’elettrificazione dei consumi quando siamo ancora debolissimi dal punto di vista infrastrutturale. Investiamo troppo poco sulle reti elettriche di media e alta tensione. C’è poi un tema logistico enorme: l’energia solare si produce prevalentemente nel Sud Italia, mentre i grandi poli industriali sono al Nord. Dobbiamo garantire la tenuta delle reti per trasferire l’energia dove serve, esattamente come la Germania sta affrontando il problema opposto con l’eolico offshore.
Il presidente di Confindustria Orsini, solo pochi giorni fa, ha ricordato che l’Italia è tra i Paesi europei con l’energia più cara. Che cosa serve davvero per calmierare i prezzi?
Oggi paghiamo una serie di distorsioni strutturali. C’è un differenziale tra le borse elettriche europee, manca una vera politica industriale dell’energia a livello Ue e subiamo lo scarto tra il nostro punto di scambio, il PSV, e il TTF olandese, che resta il riferimento principale e ci penalizza. A questo si aggiunge un tema tutto italiano: il sovraccarico fiscale in bolletta. L’energia è diventata un vettore fiscale e questo pesa enormemente su famiglie e imprese. Serve sterilizzare queste distorsioni e costruire finalmente una politica energetica europea comune, con sistemi compatibili tra loro.
Guardando avanti: dopo gli aumenti di inizio anno, che cosa dobbiamo aspettarci sulle bollette nel 2026?
La vera tutela per famiglie e imprese passa dalla produzione di energia in Italia. Dobbiamo valorizzare le infrastrutture esistenti, sviluppare la ricerca sull’idrogeno e su tutti i gas alternativi, e utilizzare al meglio le risorse che già abbiamo. Penso, ad esempio, ai biodigestori: se gestissimo correttamente la frazione organica dei rifiuti attraverso la biodigestione anaerobica, potremmo coprire fino al 9% del fabbisogno nazionale, pari a 6-7 miliardi di metri cubi di gas. Eppure oggi servono dai 5 ai 10 anni per autorizzare un impianto.
Il nucleare potrebbe rappresentare una chiave di "svolta"?
Il nucleare rappresenta una delle sfide più importanti dei prossimi decenni. Parliamo di tecnologie di quarta e quinta generazione, con impatti ambientali ridottissimi e standard di sicurezza elevatissimi. Gli Small Modular Reactor possono essere una risposta concreta in termini di flessibilità e continuità energetica. C’è sicuramente un tema culturale da affrontare, ma non siamo più di fronte alle tecnologie del passato. L’importante è che il sistema industriale non anteponga il proprio modello di business alla libertà energetica del Paese. L’innovazione va perseguita a 360 gradi, anche guardando a soluzioni off-grid e a un mix energetico realmente equilibrato.
