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Bank of China sopra il 2% di Eni ed Enel. Faro del mercato sulle nomine

Sarà una coincidenza, ma l’articolo sul Wall Street Journal e la salita nel capitale di Eni ed Enel (al 2%) della People’s Bank of China, la Banca Centrale Cinese, dopo che giorni fa BlackRock ha fatto il tris nelle banche italiane (Mps, Intesa e UniCredit), indicano che c’è grossa attenzione degli investitori internazionali sulle blue chips italiane. E soprattutto, in queste ore, sui destini e le performance dei due colossi dell’energia controllati dal Tesoro e guidati rispettivamente da Paolo Scaroni e Fulvio Conti, manager in scadenza di mandato e non ancora riconfermati.

“Il governo italiano vuole fare pulizia nelle società italiane e gli investitori nelle società controllate dallo Stato dovrebbero fare attenzione al fatto che anche le regole più ben-intenzionate non finiscano per legare le mani dei consigli delle società“, è l’attacco dell’editoriale del blasonato quotidiano statunitense che sembra farsi interprete delle preoccupazioni degli investitori internazionali che stanno parcheggiando la loro copiosa liquidità nel capitale delle blue chips italiane. Il WSJ  fa riferimento alla lettera inviata dal Ministero dell’Economia alle più grandi aziende partecipate, tra cui Eni ed Enel, chiedendo loro di votare per modificare i propri statuti in occasione delle loro prossime assemblee”. “La proposta – rileva il WSJ – obbligherebbe i consigli a rimuovere consiglieri coinvolti in varie tipologie di accuse finanziarie, fiscali e di corruzione in una fase relativamente precoce, quando cioè un giudizio preliminare determina che su un’inchiesta si può costruire un processo”. 

Secondo il quotidiano, “schiacciare il ruolo del Cda nel giudicare come e quando rimuovere i consiglieri coinvolti in questi casi è un modo singolare per rafforzarli nelle loro funzioni di custodi della corporate governance. Un consiglio – specifica il quotidiano finanziario statunitense – può scegliere di mettere la rimozione di un consigliere al voto degli azionisti ma questo potrebbe, attualmente, essere pesantemente influenzato dal voto del governo. Il governo nomina già i due terzi dei consiglieri di aziende come Eni ed Enel. Tale misura, quindi, può rafforzare le preoccupazioni circa l’influenza della politica italiana sulle più grandi aziende italiane”. “Il governo Renzi ammette – conclude l’editoriale – che sono necessari cambiamenti di lungo termine, tra cui la riforma della giustizia. Consigli di amministrazione più forti e indipendenti, responsabili di fronte agli azionisti, sarebbero un modo migliore per ripulire la cultura d’impresa in Italia”.

Con quest’editoriale, il WSJ intende richiamare il governo Renzi a non eccedere troppo nello zelo di voler voltar pagina rispetto a vicende come quelle di Finmeccanica, quasi dimenticando una logica garantista, impostazione che rischierebbe di non consentire agli investitori internazionali, che si muovono secondo logiche di lungo periodo, di avere visibilità e di poter contare su un management stabile alla guida di società su cui hanno riposto la loro fiducia.

E così, dopo un lungo percorso di contatti iniziati prima con i viaggi di Tremonti in Cina, proseguiti poi con quelli di Vittorio Grilli (ministro dell’Economia del governo Monti) e portati avanti dal governo Letta con l’ex ministro dello sviluppo economico Flavio Zanonato, l’Italia è riuscita a convincere i liquidi investitori cinesi a mettere un chip nelle grandi aziende di Stato. Dagli aggiornamenti delle comunicazioni rilevanti sul sito della Consob si è infatti appreso che Bank of China è salita sopra il 2% del capitale di Eni ed Enel. In particolare, la banca cinese detiene il 2,102% del capitale dell’ex monopolista degli idrocarburi, e il 2,071% di quello dell’energia elettrica. Quote che corrispondono a oltre 2 miliardi di euro (circa 1,36 miliardi in Eni e circa 785 milioni in Enel).