ETS, David Chiaramonti ad Affaritaliani: “Basta logica punitiva, serve una transizione realistica”
Mentre in Europa si discute di una possibile revisione dell’ETS, il sistema di scambio delle quote di emissione di CO₂, il nodo è trovare un equilibrio tra obiettivi climatici, costi dell’energia e competitività delle imprese. Da una parte, il meccanismo può incentivare l’innovazione e la decarbonizzazione, dall’altra rischia di penalizzare le aziende quando mancano tecnologie mature, finanziamenti adeguati e tempi realistici per adeguarsi.
Ma la questione non riguarda soltanto il prezzo dell’energia: in gioco ci sono il futuro della manifattura europea, il rischio di delocalizzazione delle produzioni e la capacità dell’Unione di competere con le altre economie globali. Sospendere o rivedere l’ETS aiuterebbe davvero le imprese italiane? Quanto è concreto il pericolo di carbon leakage? E come ridurre strutturalmente i costi energetici senza compromettere la transizione ecologica?
A fare il punto è David Chiaramonti, professore ordinario presso il Politecnico di Torino e presidente della CEM Biofuture Platform, che ad Affaritaliani analizza le criticità del sistema europeo e le possibili soluzioni per conciliare la riduzione delle emissioni con la tutela dell’industria.
L’ETS fa davvero aumentare il costo dell’energia in Italia? Quanto incide sui prezzi e quanto pesano altri fattori, come il costo del gas?
In base alle mie competenze, che riguardano soprattutto le tecnologie di decarbonizzazione, la rimozione del carbonio e i biocombustibili sostenibili (dalla produzione della materia prima alla conversione e all’impiego), ritengo essenziale valutare non soltanto il costo della transizione, ma anche quanto gli strumenti adottati contribuiscano a ridurre strutturalmente la dipendenza dai combustibili fossili e a rendere le imprese europee più competitive, valorizzando in particolare le tecnologie europee.
Rivedere o sospendere l’ETS aiuterebbe davvero le imprese italiane? Quali benefici e quali rischi comporterebbe per la competitività industriale e gli investimenti?
Dobbiamo distinguere tra revisione e sospensione. Il sistema EU ETS ha un impatto rilevante sulle imprese soggette, ma può anche rappresentare una leva di cambiamento e innovazione, se attuato in modo corretto ed economicamente sostenibile.
L’ETS è innanzitutto uno strumento di conformità normativa e di politica climatica, non un programma di ricerca e innovazione come Horizon Europe e l’Innovation Fund. La sua efficacia dipende anche dalla disponibilità di tecnologie mature, finanziamenti, infrastrutture e tempi realistici per gli investimenti.
Il problema nasce quando gli obblighi di riduzione delle emissioni non sono accompagnati da condizioni tecniche ed economiche adeguate. Non possiamo chiedere alle imprese di adottare su larga scala soluzioni non ancora mature o disponibili a costi sostenibili, rischiando di compromettere gli investimenti e la produzione europea.
Poiché il costo della defossilizzazione ricade sulla collettività, occorre lasciare al mercato la selezione delle soluzioni più competitive, orientandolo con incentivi mirati e privilegiando le riduzioni e le rimozioni delle emissioni ottenibili ai costi inferiori. Ai programmi di ricerca e innovazione spetta invece portare su scala industriale le tecnologie con un livello di maturità più basso.
Per questo ritengo necessaria una revisione mirata dell’ETS: non per rinunciare agli obiettivi climatici, ma per renderli più realistici, sostenibili e compatibili con la competitività industriale.
Quanto è concreto il rischio di carbon leakage? L’ETS riesce a evitare che le produzioni si trasferiscano fuori dall’Europa, dove i vincoli ambientali sono meno stringenti, oppure servono strumenti aggiuntivi come il CBAM?
L’Europa, con circa 450 milioni di abitanti, è la seconda potenza economica per PIL nominale nel 2026, con 23 mila miliardi di dollari, secondo le previsioni del FMI, dopo gli Stati Uniti (32 mila miliardi) e prima della Cina (21 mila miliardi). Può e deve quindi essere un importante motore del cambiamento, ma è complesso imporre misure in un mondo con oltre 8 miliardi di persone ed economie potenti e interconnesse. Il tasso di crescita dell’UE è dell’1,4%, contro il 7% circa dell’India, il 4,5% della Cina e il 2,2% degli Stati Uniti.
Il CBAM nasce per proteggere la competitività europea, gli investimenti e i posti di lavoro, ma la sua attuazione è complessa a causa delle interconnessioni industriali con le regioni extraeuropee. In diversi settori, inoltre, le imprese europee lamentano condizioni di concorrenza sbilanciate rispetto ai concorrenti extra-UE, anche per ragioni legate alla disciplina degli aiuti di Stato.
Ritengo necessario riesaminare le principali politiche dell’UE alla luce dei cambiamenti geopolitici e della concorrenza delle economie emergenti. L’ETS, la direttiva sulle energie rinnovabili e la regolamentazione delle emissioni di CO₂ hanno infatti implicazioni non solo ambientali, ma anche industriali. Per questo servono competenze integrate, con un ruolo adeguato nella definizione delle politiche europee.
Il rischio di carbon leakage e di trasferimento della produzione esiste. Contenerlo è possibile, ma complesso. Una revisione sarebbe quindi necessaria per proteggere le imprese e le fasce più deboli della popolazione europea.
Come abbassare strutturalmente i costi dell’energia senza frenare la transizione ecologica? Quali interventi dovrebbe adottare l’UE per tutelare la manifattura e favorire la decarbonizzazione?
Le risorse ETS raccolte dai diversi settori dovrebbero essere reinvestite prioritariamente negli stessi comparti, per innovare i processi produttivi e sostenere chi sopporta il peso maggiore della transizione. Accanto agli obiettivi, occorre definire una roadmap condivisa con i settori produttivi, con interventi tecnicamente realizzabili, tempi certi e percorsi chiari.
È necessario passare da una logica «punitiva» a una «propositiva», facendo della transizione un’opportunità per rafforzare la competitività. Se servisse rallentare il ritmo di riduzione delle emissioni, sarebbe preferibile un percorso realistico rispetto a uno difficilmente attuabile, con pesanti conseguenze socioeconomiche. Fissare obiettivi e sanzioni senza garantire alle imprese tempi e risorse adeguati rischia infatti di indebolire l’industria, compromettere la coesione sociale e ostacolare lo stesso percorso di decarbonizzazione.
Una transizione tecnologicamente aperta è essenziale per mantenere l’UE competitiva. Un esempio è l’agricoltura, finora esclusa dall’EU ETS ma destinata a essere interessata indirettamente dall’ETS2. Il settore rappresenta circa il 10-11% delle emissioni europee, ma costituisce anche un importante pozzo di assorbimento del carbonio grazie alle superfici agricole e forestali gestite dalle imprese.
Consentire agli agricoltori di generare crediti attraverso l’assorbimento del carbonio offrirebbe nuove opportunità di reddito, contribuendo alla protezione dei suoli e agli obiettivi della Politica agricola comune e della Mission Soil.
Meccanismi di questo tipo potrebbero rendere più attrattivo l’EU ETS, coordinare risorse provenienti da energia, clima, agricoltura e fondi di coesione e creare sinergie tra imprese, favorendo il raggiungimento degli obiettivi climatici.
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