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Economia
Ex Ilva, 400 anni di carcere: lunedì "Ambiente Svenduto" a sentenza

Giunge domattina ad una prima conclusione a cinque anni dall'avvio (prima udienza 17 maggio 2016) il processo in Corte d'Assise a Taranto "Ambiente Svenduto" relativo al disastro ambientale imputato all'Ilva sotto la gestione del gruppo industriale Riva. Dopo la camera di consiglio che era cominciata intorno alle 23 del 19 maggio scorso, domani alle 10 la presidente della Corte, Stefania D'Errico, leggerà il dispositivo della sentenza. Il processo ha 47 imputati, 44 persone fisiche e tre società: Ilva in amministrazione straordinaria, ex Riva Fire, Riva Forni Elettrici

C'è ovviamente attesa per le decisioni del collegio vista la rilevanza del processo che nasce a seguito del sequestro degli impianti dell'area a caldo del siderurgico dell'Ilva di Taranto e degli arresti avvenuti a partire dal 26 luglio 2012 su ordine del gip Patrizia Todisco. I quattro pm del processo (Mariano Buccoliero, Remo Epifani, Raffaele Graziano e Giovanna Cannalire) hanno chiesto condanne per circa 400 anni complessivi, diverse sanzioni pecuniarie verso le società - che rispondono per la legge sulla responsabilità amministrativa delle imprese - e la confisca degli impianti dell'acciaio. Il collegio dovrà anche decidere in merito all'eventuale attribuzione di provvisionali alle parti civili che nel processo sono 902 tra privati, sindacati, associazioni, enti locali e ministeri Ambiente e Salute. Le richieste risarcitorie ammontano a circa 30 miliardi di euro. 

Le maggiori richieste di condanna dei pm riguardano Fabio Riva, ex proprietario ed ex amministratore Ilva, Luigi Capogrosso, ex direttore dello stabilimento di Taranto, Girolamo Archinà, ex consulente dei Riva per i rapporti istituzionali. Per ciascuno di loro, l'accusa ha chiesto 28 anni di reclusione. Per Nicola Riva, fratello di Fabio, anch'egli ex proprietario ed amministratore Ilva, sono stati invece chiesti 25 anni. I principali capi di imputazione per questi imputati sono: associazione a delinquere per delitti contro la pubblica amministrazione (corruzione, concussione e falso); operavano con continuità e piena consapevolezza una massiva attività di sversamento nell'aria determinando gravissimo pericolo per la salute pubblica e cagionando eventi di malattia e morte; infine, omettevano di gestire in maniera adeguata impianti e apparecchiature per impedire lo sversamento di una quantità enorme di emissioni diffuse e fuggitive. Inoltre, per l'associazione a delinquere imputati anche Francesco Perli, legale dell'Ilva, e i fiduciari dei Riva (consulenti dotati di grandi poteri decisionali), Lanfranco Legnani, Alfredo Ceriani, Giovanni Rebaioli, Agostino Pastorino ed Enrico Bessone.

Così come per la massiva attività di sversamento, il mancato impedimento di una "quantità enorme" di emissioni, la contaminazione dei terreni con l'avvelenamento di 2.271 capi di bestiame e la distruzione di diverse tonnellate di militi del primo seno del Mar Piccolo di Taranto avvelenati da diossina, pcb e metalli pesanti, sono inoltre imputati i dirigenti Ilva Marco Andelmi, Angelo Cavallo, Ivan di Maggio, Salvatore De Felice, Salvatore D'Alò, l'ex presidente Ilva, Bruno Ferrante (escluso relativamente ai capi di bestiame), e l'ex direttore del siderurgico di Taranto e attuale direttore generale di Acciaierie d'Italia, Adolfo Buffo.

Le pene richieste sono di 20 anni per Buffo (che risponde anche di due incidenti mortali sul lavoro); 7 anni per Perli (che risponde insieme all'ex governatore di Puglia, Nichi Vendola, di pressioni sui vertici Arpa Puglia perchè ammorbidissero le loro relazioni sull'inquinamento Ilva) e di 17 anni a testa per Ferrante, Andelmi, Cavallo, Di Maggio, De Felice, D'Alò.

Venti anni di reclusione sono stati invece chiesti per Legnani, Ceriani, Rebaioli, Pastorino, Bessone (tutti "fiduciari" di Riva). Diciassette anni per l'ex consulente della Procura, Lorenzo Liberti, accusato di aver intascato da Ilva, tramite Archinà, una tangente da 10mila euro per falsificare una relazione tecnica e non consentire così alla Procura di operare.

Cinque anni sono stati poi chiesti per l'ex presidente della Puglia, Vendola, per la vicenda relativa alle pressioni su Arpa Puglia, e 4 anni per l'ex presidente della Provincia di Taranto, Gianni Florido, per pressioni ritenute analoghe ma sulla struttura dell'ente Provincia relativamente ad alcune autorizzazioni ambientali per Ilva.

Infine il non doversi procedere, per intervenuta prescrizione, i pm hanno chiesto per l'ex sindaco di Taranto, Ezio Stefano (segnalò alla Procura i danni dell'inquinamento Ilva ma non agì con provvedimenti), e per l'ex dirigente degli altiforni, nel frattempo tornato a Taranto dove da un mese è direttore dello stabilimento per Acciaierie d'Italia, Vincenzo Distromatteo (omesse cautele sui rischi industriali).

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