Fed, pausa nel ciclo dei tassi? Dall'accelerata dell'economia Usa al mondo del lavoro: perchè Powell potrebbe lasciare tutto fermo al 3,75%  - Affaritaliani.it

Economia

Ultimo aggiornamento: 14:19

Fed, pausa nel ciclo dei tassi? Dall'accelerata dell'economia Usa al mondo del lavoro: perchè Powell potrebbe lasciare tutto fermo al 3,75% 

Il commento di Kevin Thozet, membro del comitato investimenti di Carmignac

Fed, verso la riunione. Che cosa aspettarsi? Il commento di Carmignac 

La Federal Reserve (Fed) terrà la sua prima riunione del 2026. L'aspettativa generale è che i tassi di riferimento rimarranno invariati al 3,75%. In uno scenario che, curiosamente, ricorda la sequenza di tagli e pause del 2024 (quando la Fed ha tagliato i tassi tre volte per poi fare una pausa di nove mesi), si prevede che la Fed interrompa l'attuale ciclo di tagli dopo aver abbassato i tassi di interesse di 75 punti base dal settembre 2025. La domanda è: perché questa volta si prevede una pausa nell'attuale ciclo di tagli?

Secondo noi, ci sono quattro ragioni importanti dietro questa decisione:

L’economia statunitense continua a dimostrarsi resiliente e le preoccupazioni per un forte rallentamento del ciclo, emerse nella prima metà del 2025, si stanno attenuando. Il recente rallentamento sembra sempre più essere stato solo una fase temporanea di debolezza, probabilmente legata all’elevata incertezza di politica economica, parte della quale sembra ora ridursi, in particolare sul fronte delle relazioni commerciali sino-americane.

Guardando avanti, ci aspettiamo una riaccelerazione dell’economia statunitense, sostenuta da un prolungato boom degli investimenti in conto capitale trainato dall’intelligenza artificiale e da un significativo stimolo fiscale derivante dai rimborsi fiscali che entreranno in vigore questa primavera (senza contare il rischio che Trump introduca ulteriori misure di allentamento fiscale per sostenere i consumi delle famiglie in vista delle elezioni di medio termine). Un numero crescente di indicatori segnala elementi positivi nell’economia USA: nel mercato del lavoro (tasso di disoccupazione in stabilizzazione, minori annunci di licenziamenti), nei consumi (miglioramento del Consumer Sentiment Index dell’Università del Michigan e vendite al dettaglio robuste), così come nei settori immobiliare e manifatturiero.

Il mercato del lavoro, che stava lentamente peggiorando fino a raggiungere un tasso di disoccupazione del 4,4%, potrebbe in realtà stabilizzarsi.  Considerando un’ampia gamma di indicatori — sia nei sondaggi pubblici che in quelli privati, come quelli sull'occupazione ISM, i piani di assunzione delle piccole imprese rilevati dall’NFIB o i dati ADP e le offerte di lavoro di Indeed — la maggior parte segnala un irrigidimento del mercato del lavoro, in un contesto in cui l’inflazione salariale continua a viaggiare intorno al 4%.

Con i tassi di policy ridotti di 75 punti base negli ultimi quattro mesi, la politica monetaria si sta avvicinando al tasso di interesse neutrale, stimato intorno al 3%. Di conseguenza, la Fed ha meno urgenza di procedere con ulteriori tagli. Questo è tanto più vero alla luce del dilemma di un’economia “a due velocità”, che implica che il tasso che non stimola né frena l'economia (quando l'inflazione è in linea con il target e l'economia è a pieno regime, ipotesi entrambe molto improbabili) è probabilmente diverso tra il segmento superiore del modello economico a forma di K (ovvero le famiglie con redditi più elevati e più anziane, per le quali il 3,75% è probabilmente accomodante) e il segmento inferiore (per le quali il 3% è probabilmente restrittivo).

Infine, la linea dura adottata dall’amministrazione Trump e i suoi attacchi espliciti ai membri della Fed (la citazione in giudizio di Powell, il tentativo — probabilmente destinato a fallire — di rimuovere Lisa Cook) hanno portato a una reale escalation delle tensioni tra potere esecutivo e autorità monetarie. Di conseguenza, qualsiasi decisione — sia di mantenere i tassi invariati sia di ridurli — verrà interpretata come politicizzata (con nuove pressioni da parte di Trump nel primo caso e timori sull’indipendenza della Fed nel secondo), esercitando ulteriore pressione al rialzo sui rendimenti a lungo termine.

In questo contesto, manteniamo una visione negativa (e un posizionamento coerente) sui rendimenti dei titoli di Stato statunitensi, con una propensione verso un aumento della curva.

I mercati si attendono che la Fed lasci i tassi invariati, ma si aspettano comunque una ripresa del ciclo di allentamento successivamente, attribuendo una probabilità di circa il 20% a un ulteriore taglio prima che Jerome Powell lasci il suo incarico di presidente (la sua permanenza come membro del Board of Governors resta incerta) e prezzando quasi due tagli completi entro la fine dell’anno — uno scenario che riteniamo ingiustificato in assenza di un marcato deterioramento del mercato del lavoro.

I rendimenti obbligazionari a più lungo termine restano esposti al rischio derivante dalla volontà della Fed di sostenere il mercato del lavoro, nonostante l’inflazione sia sopra il target da 57 mesi consecutivi, nonché da uno scenario di crescita più robusta e inflazione più elevata. Ciò è particolarmente rilevante se si considera che, a differenza di quanto avvenuto nella maggior parte delle altre grandi economie, lo scorso anno i tassi di interesse a lungo termine negli Stati Uniti sono scesi, poiché molti investitori temevano una recessione — una dinamica che potrebbe invertirsi in un contesto di riaccelerazione dell’economia.