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Economia
Fondazioni, dieci anni di crisi. In fumo oltre 6 miliardi di patrimonio


Dieci anni sono un battito di ciglia in termini economici, eppure a guardare la fotografia di fine 2006, il mondo delle fondazioni bancarie italiane appare irriconoscibile. Secondo l'annuale Rapporto sulle Fondazioni bancarie elaborato dall'Acri, le 88 fondazioni operanti in Italia presentavano un patrimonio  netto contabile superiore ai  47,1 miliardi, in grado di esprimere una redditività ordinaria del 7,3%, pur avendo concesso nel corso dell'anno quasi 1,6 miliardi di erogazioni (+16% rispetto a fine 2005).
Nell'ultimo rapporto disponibile, quello pubblicato lo scorso anno sulla base dei bilanci 2015, l'Acri segnala come il patrimonio contabile ammonti a 40,8 miliardi, con un calo dell'1,2% rispetto all'anno precedente, con una redditività netta media del 3,4% (rispetto al 5,5% dell'esercizio  precedente), a fronte di 936,7 milioni di erogazioni (+2,7% rispetto a fine 2014).
Se a fine 2006 le partecipazioni bancarie detenute dalle fondazioni valevano ancora 13,7 miliardi di euro, al 31 dicembre 2015 31 fondazioni non avevano più alcuna partecipazione nella banca originaria, 47 avevano partecipazioni minoritarie in società bancarie conferitarie facenti parte di gruppi bancari e solo 10, di minori dimensioni, avevano mantenuto una quota di maggioranza.
La crisi finanziaria ha dunque colpito duro, tanto che 85 fondazioni hanno approvato un protocollo firmato dall'Acri col ministero dell'Economia e finanza nell'aprile 2015 accettando così il principio di "un'adeguata diversificazione" che prevede, tra l'altro come il patrimonio non possa essere impiegato, "direttamente o indirettamente, in esposizioni verso un singolo soggetto per un ammontare complessivamente superiore a un terzo del totale dell'attivo dello stato patrimoniale della fondazione, valutando al fair value esposizioni e componenti dell'attivo patrimoniale".
Dieci anni or sono, del resto, il valore delle stesse banche italiane era molto diverso da quello, residuo, odierno. Unicredit, all'epoca la maggiore, aveva una capitalizzazione di mercato di 74,2 miliardi, Intesa Sanpaolo, che gli contendeva il primato di "campione nazionale" di 72,6 miliardi, quando oggi l'istituto guidato da Jean-Pierre Mustier capitalizza meno di 16,2 miliardi (nonostante aumenti di capitale eseguiti nel periodo per 14,5 miliardi di euro complessivi) e quello guidato da Carlo Messina (che a sua volta nel periodo ha raccolto 5 miliardi di mezzi freschi) sfiora i 34,5 miliardi.
Dieci anni or sono in Unicredit Fondazione Cariverona era socia al 4,74% (salito appena oltre il 5% nel 2008), Carimonte al 4,3%, Fondazione Crt al 3,7%, ora Cariverona è al 2,23% e con l'aumento che partirà lunedì si diluirà all'1,8% sottoscrivendolo per massimi 220 milioni di euro, Carimonte è all'1,88% ed intende scendere all'1%, mentre Crt  intende confermare il suo 2,3%. In Mps a inizio 2007 la Fondazione Mps era socia al 56%, ora prima del fallimento dell'aumento di mercato da 5 miliardi era scesa allo 0,7%.
Solo in Intesa Sanpaolo, non a caso una delle banche che ha avuto meno problemi in questi anni, se subito dopo la fusione tra Sanpaolo Imi e Banca Intesa (approvata dai rispettivi Cda nell'ottobre 2006) Compagnia di Sanpaolo pesava il 7%, Fondazione Cariplo il 4,7%, Fondazione CR Padova e Rovigo il 3,5%, Fondazione CR Bologna il 2,7% e Fondazione Cariparma il 2,2%, oggi il capitale vede Compagnia di San Paolo primo socio col 9,34%, Fondazione Cariplo secondo col 4,836% e Fondazione CR Padova e Rovigo quarto col 3,305%, in ogni caso con una "presa" sul capitale percentualmente inferiore a quella di 10 anni or sono.
Insomma: a 27 anni dalla legge Amato-Ciampi che prevedeva la graduale uscita dal capitale delle banche delle fondazioni, perché le stesse potessero dedicarsi a tutte quelle attività "non tipiche" svolte fino a quel momento dagli istituti bancari, è stata la crisi più che la lungimiranza politica a compiere nella maggior parte dei casi un percorso che avrebbe dovuto durare pochi anni e invece si è trascinato senza costrutto per quasi tre decenni.
Ne hanno sofferto le banche, rimaste impastoiate da quella politica che si era tentato di mettere alla porta, ne hanno sofferto le fondazioni stesse, il cui capitale, troppo concentrato, non solo non è cresciuto ma si è addirittura ridotto (in molti casi pesantemente), limitandone l'attività sociale. Gli unici che non sembrano averne sofferto, ancora, sono presidenti e consiglieri delle fondazioni, in qualche caso ancora convinti di potere per "diritto divino" sedere nei Cda delle banche di cui un tempo la loro fondazione era azionista di riferimento.
Cose possibili solo in un paese dove, come avrebbe detto Enrico Cuccia, le azioni si pesano e non si contano, ma anche per costoro è solo questione di tempo. Fuori dai patri confini c'è il mondo, con banche tradizionali sempre più pressate dalla trasformazione digitale che rende possibile a piccole startup della fintech ma anche a colossi dei social media come Facebook offrire servizi finanziari. Il modello della banca mediocre distributrice generalista di servizi e prodotti finanziari è morto, viva la nuova banca specialistica, di cui le fondazioni potranno essere azioniste in ottica d'investimento e non più per meri interessi politici.
 

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