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Pirandello avrebbe detto: “così è, se vi pare”. Ma la vicenda del “salvataggio” del gruppo Ligresti da parte di Unipol attraverso una fusione “a quattro” Unipol - Premafin - Fondiaria Sai - Milano Assicurazioni continua a presentare più di un cono d’ombra, quanto meno dal punto di vista della tutela del pubblico risparmio visto che i quattro titoli coinvolti erano tutti quotati e che in questi casi le autorità di controllo (Consob per le società quotate, Isvap prima e Ivass ora per il settore assicurativo, Banca d’Italia per le attività bancarie di Banca Sai e Unipol Banca, l’Antitrust per verificare se l’operazione ledeva, e in che misura, la concorrenza) abbondano e dovrebbero intervenire tempestivamente e senza zone d’ombra.

Eppure spesso in Italia si ha la sensazione, come in questa vicenda, che i controllori non abbiano gli strumenti, le competenze o l’interesse ad agire tempestivamente ed efficacemente, senza che si riesca mai a capire fino in fondo di chi è l’eventuale colpa di questo stato di cose che per lungo tempo ha contribuito a mantenere un sistema in cui le azioni non si sono contate ma “pesate”, gli investitori non si sono distinti in base alla propria capacità finanziaria e competenza nel gestire gli investimenti ma alla “vicinanza” all’una o all’altra corte, quasi esistesse tuttora un regime feudale nel quale ogni manager, banchiere o anche autorità prospera (oppure no) solo a seconda del grado di fedeltà (oppure no) alla casata di turno.

La Consob, ad esempio, il cui presidente, Giuseppe Vegas, sarebbe stato presente ad una riunione presso Mediobanca il 27 gennaio 2012 (indetta per valutare le condizioni necessarie per ottenere l’esenzione all'Opa obbligatoria su Milano Assicurazioni, esenzione che il numero uno di Unipol, Carlo Cimbri, poneva come precondizione per procedere al "salvataggio"), dette pochi mesi dopo il suo via libera ai prospetti informativi relativi all’aumento di capitale di Unipol e Fondiaria-Sai, concedendo l’agognata esenzione legata al conclamato stato di “crisi” di Fondiaria-Sai (dato che in assenza di tale requisito si sarebbe invece dovuto procedere all’Opa).
 
Uno stato di crisi emerso solo pochi giorni prima del via libera Consob dalla decisione dell’Isvap di Giancarlo Giannini (a sua volta finito tra gli indagati dell’inchiesta di Torino a causa di “inadempimenti, ritardi e collusioni” col management di Fondiaria-Sai) di ingiungere a Fondiaria-Sai di aumentare le riserve tecniche per un importo complessivo di circa 360 milioni, cifra superiore all’intera capitalizzazione di borsa della società e ben oltre le possibilità di ricapitalizzazione dei Ligresti. Guarda caso la stessa cifra, secondo indiscrezioni giornalistiche mai smentite, che sarebbe stata indicata alla compagnia, dopo una perizia svolta dalla Pricewaterhouse, anche dalle banche del consorzio di garanzia per gli aumenti di capitale di FonSai e Unipol, consorzio guidato da Mediobanca e al quale partecipava UniCredit (già creditori dei due gruppi).

Il tutto dopo che era già stato approvato bilancio 2011 di Fondiaria-Sai, che era stata predisposta una prima bozza di prospetto informativo e che la relazione al 30 giugno (approvata formalmente dal Cda della compagnia del 2 agosto) si era chiusa con un utile netto di 24,9 milioni di euro dopo aver spesato il fallimento delle holding dei Ligresti (Imco e Sinergia) il terremoto in Emilia-Romagna e aver alzato di circa un’ottantina di milioni le riserve, posto che “da specifiche indicazioni pervenute dall’Isvap (ora Ivass), Fondiaria-Sai e Milano Assicurazioni dovevano provvedere ad integrazioni di riserve per complessivi euro 125 milioni” per il ramo Rgc, come la compagnia precisò nel comunicato stampa relativo all’approvazione del bilancio 2012.

E tra tutte le compagnie che potevano effettuare il salvataggio, davvero solo Unipol, a sua volta reduce da una ristrutturazione durata un triennio che aveva visto il Combined ratio ridiscendere dal 108% del 2009 al 95,5% (92,3% al netto dell’impatto del sisma emiliano) di fine giugno 2013, era l’unica in grado e interessata a intervenire al “salvataggio” di una compagnia che operativamente si stava già risollevando grazie alla profonda pulizia di bilancio e ristrutturazione del business portato avanti del team di manager guidato da Piergiorgio Peluso?

Eppure secondo l’ex consigliere indipendente di Fondiaria-Sai, nonché ex Commissario Consob, Salvatore Bragantini, “prima di accettare un matrimonio su basi penalizzanti come quello proposto da Unipol” sarebbe stato opportuno “verificare fino in fondo la percorribilità di un’offerta alternativa, come quella proposta da Sator e Palladio” che prevedendo, tra l’altro, la progressiva dismissione di asset non core come Ddor, il polo Liguria/Sasa, Banca Sai,  Ata Hotels e le residue partecipazioni nei settori immobiliare, agricolo e sanitario sembrava prendere in maggiore considerazione gli interessi degli altri stakeholder e non solo dei creditori (Mediobanca e UniCredit).

Ed era opportuno che a vergare la relazione allegata al progetto di fusione “a quattro” poi approvato a fine 2013 dalle rispettive assemblee, fossero proprio i revisori di Ernst & Young, su cui pende “l’ipotesi investigativa” della Guardia di Finanza  di Torino di “aver recato, a non meno di 12.000 risparmiatori, un danno pari a 251 milioni di euro”per la quale gli stessi sono finiti indagati dalla Procura di Torino con l’accusa di 2aver concorso, unitamente agli altri soggetti penalmente responsabili nella vicenda, alla falsificazione del bilancio del 2010, certificandone rispettivamente, sia la correttezza delle poste sia la congruità delle riserve2, falsificazione dalla quale sarebbe derivato il presunto “buco” di 600 milioni su cui cerca di far luce la Procura guidata dal 2008 da Giancarlo Caselli?

Semplici coincidenze, abitudine ad “arrecare danno ai risparmiatori” da parte dei Ligresti e dei loro top manager, abilità “relazionale” di Mediobanca, generale sottovalutazione dei problemi da parte di revisori, sindaci, autorità e analisti finanziari? O un mix di tutti questi fattori per di più “coperto” dalla tempesta perfetta che aveva sconvolto i mercati tra l’estate del 2011 e la primavera del 2012, rendendo tutti i controllori (interni ed esterni) meno sensibili ai campanelli d’allarme che pure stavano suonando da tempo? La sensazione è che in questa vicenda le risposte debbano ancora essere trovate, ma che nessuno possa dirsi pienamente esente da colpe o omissioni.

Luca Spoldi

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