Per i bookmaker l’uscita della Grecia dall’euro (“Grexit”) non è un’ipotesi troppo remota: secondo Paddy Power, che ha iniziato ad accettare scommesse su vari possibili eventi sulla Grecia (peraltro non accessibili al pubblico italiano) subito dopo la vittoria di Syriza alla elezioni anticipate di fine gennaio, l’ipotesi più probabile è proprio che Atene adotti un’altra valuta che non sia l’euro entro il 2017. Questo evento viene infatti pagato 7 a 4, ossia chi scommette quattro sterline ne otterrà 7 (oltre alle 4 giocate) se l’evento si verificherà.
Meno probabile, ma non impossibile, che il muro di gomma contro il quale in questi giorni sono andati a sbattere in Europa il neopremier Alexis Tsipras e il suo ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis, renda di fatto impossibile a Syriza mantenere le promesse fatte in campagna elettorale, rendendo la precaria alleanza con Kamennos fragile al punto da portare ad una nuova elezione politica entro la fine del 2015. Questa ipotesi viene pagata 5 a 2. Infine la possibilità che la Commissione Ue confermi che la Grecia ha fatto nuovamente default sul debito entro la fine dell’anno viene giudicata remota e pagata 10 a 3.
Naturalmente anche i bookmaker, come i mercati finanziari, tendono ad aggiornare le proprie valutazioni in merito agli eventi futuri e il rifiuto, più (Germania) o meno netto (Francia), ricevuto dagli esponenti di Atene in questi ultimi giorni all’ipotesi di sedersi ad un tavolo e aprire trattative per ristrutturare il debito che il paese ha contratto con Fmi (32 miliardi di euro), Bce (19 miliardi) e Ue (195 miliardi di cui 142 erogati tramite il fondo “salva stati” Efsf e 53 miliardi tramite accordi bilaterali con singoli paesi membri dell’Eurozona) ha modificato le quote rispetto alla scorsa settimana.
Per la precisione le ha modificate in peggio (per l’ipotesi di un compromesso finale tra Grecia e creditori). Sino a pochi giorni fa infatti la possibilità dell’uscita di Atene dall’euro era pagata 4 a 1, nuove elezioni politiche entro l’anno 11 a 4, una dichiarazione di default da parte della Commissione Ue 7 a 1. Ma che conseguenze avrebbe, anche in termini finanziari, un’uscite della Grecia dall’euro? Aumenterebbe certamente la volatilità sui mercati e la pressione su Spagna e Italia, oltre che su quelle banche e aziende maggiormente esposte al “rischio Grecia”.
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In compenso la vicenda, almeno per gli analisti di Paddy Power, non dovrebbe avere particolari ripercussioni, a breve, sull’euro: la possibilità che la valuta unica scivoli sino alla parità sul dollaro (ipotesi che anche banche d’affari come Goldman Sachs e Deutsche Bank non escludono affatto, anzi, ma situano attorno al 2017-2018) entro la fine dell’anno veniva pagata 13 contro 8 la scorsa settimana e continua ad essere pagata 13 contro 8 anche oggi. In compenso non viene più accettata la scommessa che tale parità sia raggiunta entro il 2016, cosa che fino a una settimana fa veniva pagata 8 a 13. Il che a ben guardare significa solo una cosa: che mentre non è certo che la Grecia resti o no nell’euro, è dato per scontato che l’euro continuerà a indebolirsi contro dollaro.
Visti anche i movimenti delle ultime settimane è la conferma che la guerra dei cambi è tuttora in corso, con la Svizzera che prima ha lasciato rivalutare il franco di un 20%, salvo poi far circolare voci della volontà di intervenire per ridurre la rivalutazione al 10%-15% (pilotando il cambio euro/franco a 1,05-1,10 dall’attuale parità), l’Australia, il Canada e la Danimarca (quest’ultima ben 4 volte in meno di 2 settimane) che hanno ridotto i tassi sui depositi per scoraggiare l’afflusso di ulteriori capitali dall’estero e l’eccessivo rafforzamento delle proprie valute e il Giappone sempre più intenzionato a proseguire il proprio quantitative easing e a mantenere debole lo yen.
Quanto basta per consigliare, al di là di come andrà a finire il braccio di ferro Grecia-troika, che un investitore in euro farebbe bene a mantenere un’esposizione al dollaro per un 25%-25% del proprio patrimonio, ad esempio iniziando a investire prudentemente su T-bond (anche perché il continuo taglio dei tassi ufficiali di altri paesi rende meno urgente l’incremento dei tassi ufficiali da parte della Federal Reserve), che in fin dei conti rendono l’1,80% circa sui 10 anni contro l’1,50% o poco più di un Btp italiano di pari durata o, meglio ancora, approfittando di qualche storno di Wall Street per investire su titoli azionari a stelle e strisce, magari attraverso un fondo comune o un Etf indicizzato ai principali indici del listino di New York.
Luca Spoldi

