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Il piano Savona sta in piedi?

Il piano Savona sta in piedi?
paolo savona ape 6

Il ”piano Savona”, come enunciato dal suo autore in un’intervista giornalistica e in un’audizione al Parlamento, ha suscitato discussioni e i diversi economisti che si sono pronunciati ne hanno proposto quasi altrettante interpretazioni. Sul Fatto di mercoledi´ 25 Luglio Stefano Feltri ne offre un resoconto che dovrebbe permettere una sua finalmente esatta comprensione. Temo che non ci riesca.

L’ argomentazione ha due caposaldi. Il primo consiste di un interessante quadro economico-contabile quinquennale in cui viene fatto uso di una stima -alquanto ottimistica- di 3 come moltiplicatore della spesa pubblica in investimenti: ogni euro di spesa pubblica dovrebbe generarne 3 di Pil. Il secondo e’ l`anticipazione che nell’anno corrente vi sara’ un avanzo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti del 2,7% del Pil, per un valore complessivo di circa 50 miliardi di euro: “Esattamente cio’ che manca alla domanda interna”, ha commentato sibillinamente Savona. Ebbene, afferma Feltri, “la combinazione di queste due circostanze indica la risposta alla domanda sulle coperture: nuovo deficit (pubblico) ma con l’emissione di debito comprato dagli italiani che dovrebbero attingere a quel serbatoio di risparmio indicato dall’eccesso delle esportazioni rispetto alle importazioni.”

Dunque il piano si auto-finanzierebbe: come diceva Keynes, l’investimento crea il suo risparmio. Tuttavia in questo senso il risparmio offre sempre le ”coperture”, ossia, e’ necessariamente uguale alla spesa privata in beni di investimento, piu’ i crediti di imprese e famiglie verso il settore pubblico, piu’ i crediti verso l´estero. Per capire, se possibile, il piano Savona, o, equivalentemente, per capire come Feltri ritiene che la ”combinazione” delle due premesse di Savona si attui, bisogna andare oltre il livello contabile, per quanto importante. Io vedrei due possibilita’:

1) il discorso e’ condotto a Pil invariato: vogliamo variare la composizione della domanda totale, a parita’ di Pil, a favore degli investimenti pubblici. Questo comporterebbe la chiusura ma non lo sfondamento del saldo positivo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, e un utilizzo in investimenti domestici infrastrutturali di quelli che altrimenti sarebbero crediti sull’estero. Non vi sarebbe alcun aumento nella domanda totale (estera piu’ domestica) e nel Pil. Il deficit pubblico e il rapporto debito/Pil aumenterebbero.

2) Si partirebbe alla grande con un aumento negli investimenti pubblici di 20 miliardi di euro all´anno. Anche con un moltiplicatore di 3, l’aumento di Pil non sarebbe sufficiente a generare un flusso di gettito tale da lasciare il deficit pubblico invariato: peggiorerebbe, anche se forse non di molto. Allo stesso modo, il rapporto debito/Pil aumenterebbe, ma forse non di molto. E naturalmente, le partite correnti andrebbero in deficit, perche’ a parita’ di esportazioni aumentando il Pil aumenterebbero le importazioni. Nessuna ragione per credere che i titoli pubblici sarebbero acquistati solo da italiani. Il mitico “tesoretto” in crediti verso l’estero conseguito nel 2018, se anche fosse possibile convincere la gente a rivolgerlo verso i nostri titoli pubblici, servirebbe al massimo il primo anno.