Economia
Ilva, "no a guerre con Marcegaglia". Arvedi tende una mano
Nella contesa fra cordate per acquistare l'Ilva, il gruppo Arvedi propone al competitor Marcegaglia di mettersi d'accordo
Cordate già in campo, ma è ancora possibile raggiungere un accordo tra Arvedi e Marcegaglia su Ilva. Ne è convinto uno degli attori scesi in campo per mettere le mani sull'asset della famiglia Riva Giovanni Arvedi, patron dell'omonimo gruppo, che a margine di un'audizione presso la commissione Industria del Senato sull'Ilva ha sottolineato come "non c'è per spazio per le guerre, c'è spazio solo per accordi intelligenti. Taranto è un problema serio e grosso. O ci facciamo la guerra fra noi o risolviamo i problemi con intelligenza per un futuro migliore". Sempre in merito al raggiungimento di un'intesa con Marcegaglia, "certo che è possibile, perchè no?", ha aggiunto Arvedi ribadendo che "bisogna trovare insieme una soluzione intelligente per il bene del Paese".
L'imprenditore ha quindi messo in evidenza come "abbiamo eccellenti rapporti con la famiglia Marcegaglia. Ho grande stima per questa famiglia che come la nostra lavora ed è sul mercato da 30 anni". Parlando più in dettaglio dei progetti per l'Ilva, "dopo cinquant'anni di vita industriale riteniamo che ci sia la necessità di porre mano alla ristrutturazione e alla riconversione della società", ha spiegato Arvedi sottolineando che "se in Italia dovessimo perdere la produzione di Taranto significa che il Paese dovrebbe rivolgersi ad altre società per supportare l'importante industria del manifatturiero". Arvedi ha quindi precisato che il suo gruppo andrà avanti sull'Ilva "anche senza Erdemir".
Con il gruppo turco che ha presentato regolarmente la sua manifestazione d'interesse per l'Ilva, ha aggiunto, "è stato firmato un accordo di governance e i turchi si erano riservati di dare la risposta definitiva del Consiglio in settembre, ma ieri sera è stato chiesto al Consiglio di pronunciarsi". "Ora vediamo cosa succede, ma a ogni modo non è un dramma perche' l'Italia èin grado di far fronte ai suoi impegni e noi comunque andiamo avanti, anche con una bella societa' da 12", ha affermato l'imprenditore.
Sempre a proposito dei piani per Ilva, "c'è un nostro pensiero di politica industriale che mira a far si' che gli stabilimenti di Taranto, Cornigliano, Novi, Cremona e Trieste si uniscano insieme e creino per il Paese una societa' forte e competitiva, che potrebbe anche essere quotata in Borsa", ha spiegato Arvedi rivelando che "a fianco del progetto di riconversione industriale c'e' la proposta, che faro' non subito ma in una seconda fase, di pensare a una grande societa' italiana di 12 milioni di tonnellate che puo' fatturare 7/8 miliardi di affari, che e' quello che gia' avviene negli altri Paesi".
Intanto, secondo alcune indiscrezioni, Fabio Gallia e Claudio Costamagna, rispettivamente amministratore delegato e presidente di Cdp, avrebbero deciso di prendere parte alla cordata molto variegata formata dai turchi di Erdemir, società controllata dal fondo pensione delle forze armate del Paese guidato da Erdogan, da Arvedi e da Leonardo Del Vecchio, patron di Luxottica seduto su una montagna di miliardi da investire.
Il motivo? Rispondere alle direttive di Palazzo Chigi che preme per una vittoria di una cordata più piccola e non formata da colossi come Arcelor-Mittal (indiani) e Marcegaglia poco inclini, secondo qualcuno, a valorizzare appieno il business e lo sviluppo futuro dell'Ilva. La decisione spetta ai commissario del gruppo di Taranto che scioglieranno le loro riserve entro la fine dell'anno.
