Inps, l'inflazione si mangia gli aumenti in busta degli stipendi. E le donne guadagnano ancora meno degli uomini - Affaritaliani.it

Economia

Ultimo aggiornamento: 14:15

Inps, l'inflazione si mangia gli aumenti in busta degli stipendi. E le donne guadagnano ancora meno degli uomini

Tra il 2014 e il 2024 i salari nel privato sono cresciuti del 14,7%, mentre nel pubblico impiego l’aumento si è fermato all’11,7%

di Chiara Feleppa

Salari e inflazione, la fotografia dell’Inps: aumenti insufficienti e forte gender gap. Le donne guadagnano ancora il 30% in meno degli uomini 

Negli ultimi dieci anni le retribuzioni dei lavoratori italiani sono aumentate, ma non abbastanza da compensare pienamente l’impatto dell’inflazione. Tra il 2014 e il 2024 gli stipendi medi dei dipendenti del settore privato (esclusi i lavoratori domestici) sono cresciuti in termini nominali del 14,7%, mentre nel pubblico impiego l’aumento si è fermato all’11,7%, restando al di sotto della dinamica dei prezzi.

È quanto emerge dall’Analisi della dinamica retributiva dei lavoratori dipendenti pubblici e privati, realizzata dal Coordinamento statistico attuariale dell’Inps e presentata oggi. Nel 2024 la retribuzione media annua dei dipendenti privati si è attestata a 24.486 euro, a fronte dei 35.350 euro percepiti mediamente dai lavoratori pubblici.

Se si considerano le sole retribuzioni contrattuali, senza includere straordinari e altre voci accessorie, il quadro appare ancora più critico: dal 2019 gli stipendi non hanno recuperato il potere d’acquisto, penalizzati dall’aumento del costo della vita. Solo nel 2024 si è registrato uno scarto tra crescita nominale dei salari e inflazione superiore ai nove punti percentuali, segnale di una rincorsa ancora incompleta. 

Il gender gap

Nel settore privato, inoltre, continua a pesare in modo significativo il divario retributivo di genere. Le donne percepiscono mediamente circa il 70% dello stipendio degli uomini. Nel 2024 la retribuzione media annua femminile si è fermata a 19.833 euro, contro quasi 28 mila euro per quella maschile. Un gap che non può essere spiegato soltanto dal minor numero di giornate retribuite - 240 per le donne contro 251 per gli uomini - ma che riflette anche differenze occupazionali e strutturali più profonde.

Un dato, tuttavia, segnala un parziale miglioramento: rispetto al 2014, la crescita delle retribuzioni femminili è stata più sostenuta (+17,5%) rispetto a quella maschile (+13,5%). Negli ultimi due anni, osserva l’Inps, si è inoltre assistito a un aumento delle retribuzioni reali, favorito dalla bassa inflazione e dal recupero legato ai rinnovi contrattuali avvenuti con ritardo.

Resta però il nodo strutturale della produttività del lavoro, che continua a condizionare la dinamica salariale nel Paese. Secondo l’Istituto, gli incrementi degli stipendi sono strettamente legati a fattori come la composizione settoriale dell’economia e il limitato livello di innovazione tecnologica.

Uno scenario diverso emerge analizzando le retribuzioni nette, al netto di contributi e imposte. Le agevolazioni fiscali e contributive hanno infatti consentito ai redditi più bassi di recuperare terreno rispetto all’inflazione, arrivando, almeno per i salari mediani, a un recupero quasi completo del potere d’acquisto. Tra il 2014 e il 2024 i redditi più alti si sono difesi meglio sul mercato, pur non recuperando completamente il potere d’acquisto. Al contrario, i redditi medi e bassi avrebbero subito una perdita maggiore se non fossero stati compensati dagli interventi a carico della fiscalità generale, che hanno quasi annullato l’impatto dell’aumento dei prezzi.

Landini: "Serve una contrattazione annuale"

"Una delle riflessioni da fare è che non è possibile rinnovare i contratti ogni tre-quattro anni, ma c'è bisogno di arrivare quasi a una contrattazione annuale dei salari per il recupero certo dell'inflazione", ha commentato il segretario della Cgil Maurizio Landini, a margine di un convegno dell'Inps sulle retribuzioni che conferma che i salari non hanno recuperato il potere d'acquisto rispetto all'inflazione registrata dopo la pandemia.

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