La Piazza 2026, parlano Renna (ceo Fastweb+Vodafone) e Ardito (Qualcomm)
A La Piazza di Affaritaliani Francesco Giorgino, direttore Ufficio Studi Rai, dialoga con Walter Renna, ceo di Fastweb+Vodafone, e Luigi Ardito, senior director of government Affaris di Qualcomm.
Oggi gli operatori delle telecomunicazioni possono giocare un ruolo davvero importante soprattutto rispetto a un tema di cui non si parla ancora abbastanza: quello della sovranità digitale dell’Europa e degli Stati membri. Ma che cosa si intende? “La sovranità digitale significa avere il controllo sulle tecnologie che saranno più determinanti nel prossimo decennio: il cloud, l’intelligenza artificiale, i server e, più in generale, le infrastrutture tecnologiche. Oggi l’Europa, purtroppo, non si trova in una posizione comoda. Tra le 50 aziende tecnologiche più importanti al mondo, solo quattro sono europee e siamo fortemente dipendenti, su queste tecnologie, da Stati che non appartengono all’Unione europea. Siamo quindi importatori di tecnologia”, dichiara Renna. “Pensiamo al cloud: oltre il 70% dei dati viene gestito attraverso servizi cloud, ma solo il 14% di questo mercato è sotto controllo europeo, e questa percentuale continua a diminuire. Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, poi, non siamo ancora realmente presenti: non disponiamo di modelli di frontiera europei”, aggiunge Renna.
Che spiega: “Questa dipendenza comporta innanzitutto un rischio economico. Nessuno ci garantisce che in futuro avremo sempre accesso agli ultimi modelli e alle tecnologie più performanti. Inoltre, oggi stiamo acquistando queste tecnologie a prezzi che non riflettono necessariamente il loro valore reale. Prima o poi rischiamo di dover pagare il conto. E non avere un’alternativa europea significa non avere un adeguato potere negoziale e quindi essere costretti, in futuro, a sostenere costi molto più elevati”.
I segnali di movimento da parte dell’Europa e dell’Italia? “Ci sono molte iniziative, perché l’Europa è consapevole della situazione e si sta muovendo. Anche il ministro ha sottolineato la candidatura dell’Italia per ospitare una gigafactory dedicata all’intelligenza artificiale. È un passaggio fondamentale, perché significa costruire nel nostro Paese capacità computazionale sufficiente non solo per gestire i dati, ma anche per sviluppare e addestrare modelli di frontiera. Significa ricreare quel ciclo di innovazione di cui abbiamo bisogno. Ma serve un ulteriore passo: le pubbliche amministrazioni europee dovrebbero acquistare, quando possibile, da aziende europee. È il principio del “Buy European”. È semplice da dire, ma fondamentale, perché è una strategia che Stati Uniti e Cina applicano già da tempo”, sottolinea ancora Renna. Che cosa si può fare concretamente perché questo avvenga? “Esiste una proposta di regolamento europeo, ma i tempi delle burocrazie europee sono molto lunghi. Nel frattempo, però, la tecnologia corre a una velocità tale che rischiamo di rimanere al palo. Dobbiamo quindi accelerare”, sottolinea Renna.
“Oggi stiamo assistendo a una rivoluzione tecnologica importante e il tema non è più soltanto la democratizzazione dell’accesso alla tecnologia, quanto la capacità di assorbirla, soprattutto da parte delle piccole e medie imprese”, sottolinea Luigi Ardito, senior director of government Affaris di Qualcomm. “Le Pmi possono e devono fare molto. Devono essere pragmatiche e abbracciare questi cambiamenti, soprattutto integrando nei propri processi quelli che chiamiamo agenti di intelligenza artificiale. Per semplificare: il consumatore oggi non utilizza più soltanto applicazioni attraverso comandi tradizionali, ma sempre più spesso affida a un agente di IA l’orchestrazione delle applicazioni e delle attività”, aggiunge Ardito.
“Se trasferiamo questo concetto all’ambiente industriale, possiamo immaginare un vero e proprio copilota che aiuti le aziende a gestire processi che in passato sarebbero stati accessibili soltanto alle grandi imprese. Che cosa devono fare, quindi, le medie imprese? Devono saltare a bordo di questo processo. Servono formazione, competenze e anche disponibilità di hardware che consenta concretamente di utilizzare queste tecnologie. Non sarà un processo semplice, ma è inevitabile: se non lo affrontiamo, rischiamo di assistere a molte situazioni di crisi”, sottolinea ancora Ardito.
E rispetto al modello europeo di regolamentazione, spesso contrapposto a quello statunitense e cinese? L’Europa rischia di partire svantaggiata? “Non credo che la terza via europea sia necessariamente quella sbagliata. Gli Stati Uniti hanno scelto prevalentemente di regolamentare ex post, lasciando spazio agli investimenti privati; la Cina ha invece un modello fortemente guidato dallo Stato. L’Europa sta cercando una strada coerente con i propri valori culturali, e questo è importante”, aggiunge ancora Ardito. “Noi, come azienda americana, siamo tra le poche ad aver sottoscritto il Patto di Roma sull’intelligenza artificiale, proprio perché crediamo in una visione antropocentrica della tecnologia”, sottolinea Ardito.
“Il problema, però, è che se l’Europa cerca di affrontare la trasformazione dell’intelligenza artificiale esclusivamente attraverso la compliance normativa, rischia di essere stritolata. L’architettura attuale dell’IA è fortemente basata sul cloud, ma il cloud richiede enormi quantità di energia e acqua. Non so quanti Paesi europei possano sostenere nel lungo periodo questa crescita”, afferma Ardito. “Dobbiamo quindi pensare a un’architettura distribuita: l’intelligenza artificiale non deve vivere soltanto nel cloud, ma anche sui dispositivi, nelle automobili, negli smartphone e nei computer. In questo modo possiamo ridurre i consumi energetici, migliorare i bilanci delle aziende e, soprattutto, mantenere una maggiore quantità di dati direttamente sui dispositivi, riducendo i problemi legati alla privacy e alla gestione dei flussi di dati”, dichiara il senior director of government Affaris di Qualcomm.
Parliamo allora di futuro prossimo: il 6G. Come si integra con l’intelligenza artificiale? “Quando pensiamo al 6G, non dobbiamo limitarci a immaginarlo come una tecnologia semplicemente più veloce del 5G, così come il 5G è più veloce del 4G. Il punto fondamentale è che il 6G nasce per essere costruito e auto-ottimizzato attraverso l’intelligenza artificiale”, aggiunge Ardito. “Attraverso le tecnologie del 6G saremo in grado di mappare l’ambiente circostante utilizzando i nostri dispositivi e di creare una sorta di gemello digitale della realtà che ci circonda. Possiamo immaginare, per esempio, occhiali abilitati al 6G o smartphone capaci di sondare fisicamente l’ambiente come un radar e di ricostruirlo attraverso un’applicazione”, sottoline ancora Ardito.
“Questo può avere applicazioni straordinarie nella protezione civile, nella difesa, nella sicurezza nazionale e anche nella sanità. In un ospedale, per esempio, si potrebbe avere una rappresentazione digitale dell’ambiente e utilizzare tutti i dati raccolti per alimentare sistemi di intelligenza artificiale capaci di supportare le decisioni e fornire risposte in tempo reale. Quindi sì, ci sarà una maggiore velocità, ma soprattutto si allargheranno enormemente le potenzialità dell’intelligenza artificiale e degli agenti di IA”, spiega Ardito.
E come si può superare, concretamente, la dipendenza tecnologica dai Paesi esteri, mantenendo al centro una visione antropocentrica? “Nessuno può fare tutto da solo e dobbiamo resistere alla tentazione di pensare in termini autarchici. Non dobbiamo produrre tutto internamente lungo l’intera catena del valore. Dobbiamo invece costruire partnership con aziende globali che siano in grado di fornirci piattaforme aperte, sulle quali sviluppare le nostre tecnologie a livello nazionale e locale. In questo modo possiamo creare e mantenere la nostra proprietà industriale. Il punto non è fare tutto da soli, ma avere le chiavi”, dice ancora Ardito.
E sul futuro del lavoro? L’intelligenza artificiale rischia di mettere in discussione l’occupazione umana? “Il lavoro cambierà, questo è inevitabile. L’intelligenza artificiale lo trasformerà in maniera significativa e dobbiamo programmare per tempo questo cambiamento. Se guardiamo alla Cina, vediamo che già si stanno modificando i percorsi universitari e formativi, riducendo l’attenzione verso professioni destinate a perdere rilevanza e introducendo nuove competenze legate ai dati, all’ingegneria e alle tecnologie digitali. Sono convinto che il lavoro resterà. Probabilmente, e auspicabilmente, ne faremo anche un po’ meno, ma resterà. A cambiare saranno soprattutto le competenze. Dobbiamo prepararci oggi per essere pronti tra cinque o dieci anni. Il lavoro, inoltre, si localizzerà sempre più là dove saranno presenti le tecnologie. E questo ci riporta ancora una volta al tema della sovranità digitale: dobbiamo costruire una filiera tecnologica europea capace di creare competenze, far crescere i nostri talenti e trattenere le professionalità in Europa. Altrimenti rischiamo di formare competenze che poi andranno oltreoceano”, dichiara Renna.
“C’è anche un altro aspetto fondamentale: quando parliamo di intelligenza artificiale, dobbiamo ricordare che stiamo parlando di qualcosa che è stato sviluppato dall’uomo. Tutto dipende dalle regole che noi esseri umani decidiamo di dare alla tecnologia che creiamo. La visione antropocentrica deve quindi rimanere centrale. Anche il modo in cui utilizziamo questi sistemi lo dimostra: basta cambiare il prompt, cioè la domanda che poniamo a un sistema come ChatGPT, per ottenere una risposta diversa. Alla fine è sempre l’essere umano a gestire il processo e a determinare l’obiettivo. Gli avanzamenti dell’intelligenza artificiale possono mettere in discussione molte delle nostre certezze, ma non eliminano la centralità dell’uomo. L’IA resta uno strumento imprescindibile: la vera sfida è imparare a governarlo, sviluppare le competenze necessarie e costruire intorno ad esso un ecosistema tecnologico europeo che ci permetta di non essere semplicemente consumatori di innovazione, ma anche produttori e protagonisti del futuro”, conclude Ardito.


