
L’arresto di monsignor Nunzio Scarano, addetto APSA (Amministrazione del Patrimonio della Sede Aspostolica) suscita perplessità in Vaticano. C’è infatti chi si chiede come mai la Santa Sede non abbia sollevato l’immunità (ossia il divieto di ingerenza) che spetta agli Enti Centrali della Santa Sede secondo l’art. 11 del Concordato.
Nel caso dell’APSA la questione non si è mai presentata: ma negli anni ’80 fu quest’articolo e quest’interpretazione a salvare Paul Marcinkus, finito invischiato nel crac dell’Ambrosiano. Poi nei primi anni 2000 la Cassazione italiana ha cambiato opinione, ma la Santa Sede è rimasta saldamente ancorata all’interpretazione che nel 1984 aveva salvato l’allora presidente dello IOR, poi esiliato nel 1990 in America e senza promozione cardinalizia.
La domanda quindi è: la Santa Sede è disposta a rischiare un nuovo “caso Marcinkus” per difendere monsignor Scarano? È da vedere. Stando alle agenzie, secondo quanto è emerso, l’inchiesta riguarda una serie di atti di corruzione per far rientrare in Italia dalla Svizzera 20 milioni di euro. Soldi, a quanto pare, di amici di Scarano.
Il monsignore è uno che conosce il denaro e sa che non dorme mai. Prima di diventare sacerdote ha lavorato alla Banca d’America. E al momento è indagato per riciclaggio dalla Procura di Salerno per riciclaggio. Si parla di somme di denaro in assegni da 10mila euro ciascuno, ufficialmente contabilizzate come donazioni per ripianare i debiti di un’immobiliare a Salerno, in realtà riciclate, secondo l’accusa formulata dal PM Elena Guarino. Questo perché, secondo l’accusa, il denaro veniva restituito in contante agli imprenditori che avevano effettuato le ‘donazioni’.
Antonino D’Anna
