Università e lavoro, la laurea resta un investimento: stipendi più alti ma il percorso fa la differenza
Nel periodo in cui migliaia di studenti italiani sono chiamati a decidere quale strada universitaria intraprendere, torna una domanda che spesso coinvolge anche le famiglie: investire negli studi conviene davvero? A fornire una risposta sono, come ogni anno, i dati dell’Osservatorio JobPricing, che fotografano il rapporto tra istruzione, carriera e retribuzioni nel mercato del lavoro italiano.
Il nuovo University Report, dedicato proprio al valore della formazione universitaria, mette in evidenza il legame tra scelta del corso di laurea, anni trascorsi negli atenei e risultati professionali raggiunti. Il quadro che emerge è chiaro: “La laurea continua a rappresentare un vantaggio economico e professionale, ma il suo rendimento dipende sempre più dalle condizioni in cui viene conseguita e valorizzata”, dice il report.
“Il titolo universitario resta un abilitatore importante di occupazione, carriera e retribuzione, ma non produce un ritorno automatico – dice Matteo Gallina, Responsabile Osservatorio JobPricing – La differenza la fanno il percorso scelto, la coerenza tra studi e lavoro, il ruolo ricoperto e la capacità del mercato di valorizzare davvero le competenze acquisite. In questo senso, la laurea resta un investimento solido, ma il suo rendimento dipende sempre più dall’ecosistema in cui viene spesa”.
Laurea contro diploma: il divario negli stipendi
Secondo l’Osservatorio, nel 2025 chi possiede una laurea raggiunge una Ral (retribuzione annua lorda) media di 42.378 euro, contro i 30.999 euro registrati da chi non ha completato un percorso universitario. La differenza è quindi di circa il 37% a favore dei laureati.
Il vantaggio economico, però, non è uguale in tutte le fasi della vita lavorativa. Tra i 25 e i 34 anni un laureato guadagna mediamente il 21% in più rispetto a un lavoratore senza laurea, ma il distacco aumenta progressivamente con l’età: arriva al 49% nella fascia 45-54 anni e tocca il 68% tra gli over 55.
Il ritorno dell’investimento universitario, dunque, tende a emergere soprattutto nel medio e lungo periodo, quando il titolo può favorire l’accesso a posizioni più qualificate, incarichi di maggiore responsabilità e percorsi professionali più strutturati.
Le lauree più remunerative: ingegneria e discipline Stem
All’interno del mondo dei laureati, però, le differenze restano significative. Tra i giovani tra i 25 e i 34 anni la Ral media si attesta a 34.445 euro, ma alcuni ambiti riescono a garantire risultati superiori alla media, in particolare quelli legati all’ingegneria, alle discipline Stem, all’economia e alla statistica.
A guidare la classifica è Ingegneria chimica e dei materiali, con una retribuzione media di 37.693 euro (+9,4%), seguita da Ingegneria meccanica, navale, aeronautica e aerospaziale con 37.334 euro (+8,4%) e da Ingegneria gestionale con 36.935 euro (+7,2%).
Al contrario, gli indirizzi umanistici, linguistici, pedagogici, psicologici e politico-sociali si collocano più frequentemente al di sotto della media salariale dei giovani laureati.
Gli atenei che garantiscono gli stipendi più alti
Anche la scelta dell’università può incidere sulle prospettive economiche, anche se non rappresenta un parametro assoluto per misurare la qualità della formazione.
Nella graduatoria basata sulla Ral media dei laureati tra i 25 e i 34 anni, al primo posto si trova l’Università Commerciale Luigi Bocconi con 42.007 euro (+22% rispetto alla media nazionale). Seguono il Politecnico di Milano, il Politecnico di Torino, l’Università Cattolica del Sacro Cuore e l’Università degli Studi di Parma.
Un altro indicatore preso in considerazione è lo University Payback Index, che calcola il periodo necessario per recuperare economicamente l’investimento sostenuto per gli studi universitari. In questo caso il risultato migliore appartiene al Politecnico di Torino: 13 anni per gli studenti residenti in sede e 14,9 anni per chi studia fuori sede.
Pochi laureati e mismatch tra formazione e lavoro: il nodo italiano
Sullo sfondo rimangono però alcune criticità strutturali del sistema italiano. Il Paese continua ad avere una quota di laureati inferiore rispetto alle principali economie avanzate e, allo stesso tempo, fatica a valorizzare pienamente le competenze di chi consegue un titolo universitario.
Il rapporto evidenzia infatti che l’Italia destina all’istruzione il 4% del Pil, contro una media europea del 4,8%. Inoltre, solo il 31,6% dei giovani tra i 25 e i 34 anni possiede un titolo di istruzione terziaria, a fronte di una media Ocse del 48,7%.
A pesare è anche il problema del mismatch tra competenze richieste dalle imprese e formazione acquisita dai lavoratori. “Soprattutto in una fase in cui intelligenza artificiale, transizione green e trasformazione digitale stanno cambiando rapidamente la domanda di competenze – commenta Andrea Anselmi, consultant JobPricing – Per questo non basta aumentare il numero di titoli universitari: serve rafforzare il collegamento tra università, imprese e territori, creando percorsi capaci di trasformare la formazione in lavoro qualificato, crescita professionale e retribuzioni adeguate”.

