Manovra, l’ex ministro dell’Economia Giovanni Tria: “Aumentare il deficit ha un costo. Il vero rischio per gli italiani è il drenaggio fiscale”
Bruxelles ha detto no alla richiesta italiana di maggiore flessibilità. Intanto il caro energia pesa su famiglie e imprese, i rendimenti dei titoli di Stato sono sotto pressione e i mercati guardano alla sostenibilità dei debiti, non solo in Italia. In questo quadro il governo si prepara alla manovra, con poco margine di spesa e il rischio di perdere la fiducia degli investitori. Ne abbiamo parlato con Giovanni Tria, economista ed ex ministro dell’Economia.
Bruxelles ha respinto la richiesta italiana di maggiore flessibilità. È una bocciatura definitiva? E cosa significherebbe concretamente ottenerla, in una fase in cui i mercati guardano con attenzione alla sostenibilità dei debiti?
Innanzitutto, non è ancora chiaro se il respingimento della richiesta italiana di maggiore flessibilità sia definitivo: il dibattito in Europa rimane aperto. C’è poi un punto da chiarire in partenza. Quando parliamo di flessibilità non significa che l’Italia riceverebbe nuovi fondi europei. Significa avere la possibilità di derogare, temporaneamente, alle regole di bilancio europee e quindi di avere maggiore spazio per aumentare la spesa pubblica, anche attraverso un maggiore deficit e, di conseguenza, un maggiore debito. È corretto cercare di ottenere questa flessibilità, perché l’Italia e l’Europa stanno vivendo una situazione critica e particolare, determinata da fattori esogeni, nella quale è necessaria una maggiore discrezionalità delle politiche di bilancio. È una possibilità che, peraltro, è prevista dallo stesso Patto di stabilità.
Tuttavia, bisogna inquadrare questa richiesta in una situazione particolarmente delicata per l’aumento dei tassi di interesse sui debiti sovrani. I mercati finanziari stanno prestando grande attenzione alla sostenibilità dei debiti, non soltanto in Italia, ma anche negli Stati Uniti, in Francia e in altri Paesi. In questo contesto, un aumento del deficit può avere un costo importante, perché può determinare un aumento del premio per il rischio richiesto da chi sottoscrive il debito italiano e quindi un aumento della spesa per interessi. Il problema, dunque, è capire come utilizzare la discrezionalità di bilancio cercando di conciliare due obiettivi: da un lato, avere più risorse per mitigare nel breve periodo l’impatto dell’aumento del costo dell’energia; dall’altro, mantenere la reputazione dell’Italia in termini di solidità e sostenibilità del debito, attraverso politiche di bilancio prudenti. La Commissione europea può concederci maggiore flessibilità, ma questo non significa che aumentare il deficit non abbia un costo. Il punto di partenza deve essere proprio questo.
Quale piano B ha il governo per sostenere famiglie e imprese? Si possono trovare risorse tagliando altre spese oppure bisognerà ridimensionare gli aiuti?
Bisogna considerare che l’aumento dei prezzi dei beni che importiamo, a cominciare dall’energia, rappresenta un costo che il Paese deve comunque sostenere. L’intervento dello Stato non elimina questo costo: può soltanto decidere come distribuirlo. Se lo Stato interviene aumentando il deficit o il debito, quel costo viene comunque pagato, in una forma o nell’altra, dai cittadini e dalle imprese. Inoltre, l’aumento del prezzo di un bene importato segnala una condizione di scarsità e dovrebbe indurre a ridurne i consumi. Questo segnale non dovrebbe essere completamente neutralizzato, anche perché bisogna distinguere il problema dell’aumento dei prezzi da quello di eventuali difficoltà di approvvigionamento.
Nel breve periodo, quindi, l’intervento pubblico deve essere mirato. Da un lato, bisogna aiutare le famiglie a più basso reddito, che sono quelle maggiormente in difficoltà di fronte all’aumento dei prezzi dell’energia e dei beni essenziali. Dall’altro, bisogna cercare di alleviare il maggior costo energetico delle imprese, soprattutto di quelle più esposte, per ritardare il trasferimento di questi maggiori costi sui prezzi finali. L’obiettivo è evitare che lo shock energetico si trasmetta progressivamente a tutti i prezzi e finisca per alimentare una vera e propria spirale inflazionistica. Bisogna distinguere, infatti, l’aumento una tantum del livello dei prezzi provocato dal rincaro dell’energia e degli alimentari da un processo inflazionistico più generale, determinato dalla trasmissione dei maggiori costi di produzione all’intera economia.
Per questo, se si decide di utilizzare risorse aggiuntive per far fronte allo shock energetico, sarebbe preferibile, dove possibile, reperirle anche attraverso il taglio o la riallocazione di altre spese e non solo con maggior deficit. E comunque quelle risorse dovrebbero essere concentrate su due obiettivi: mantenere la stabilità sociale, aiutando le famiglie con i redditi più bassi, e ritardare la trasmissione dei maggiori costi di produzione sui prezzi finali. È un problema complesso, che va affrontato senza rimanere prigionieri dello 0,2% o dello 0,3% per cento di deficit in più imposto dalle regole europee, quando ci troviamo di fronte a circostanze eccezionali. Ma questo non significa adottare una politica di bilancio espansiva in modo indiscriminato: la sostanza deve essere mantenere una politica prudente, soprattutto in un momento in cui il costo del debito è particolarmente delicato. Anche perché, se l’anno prossimo l’Italia dovesse uscire dalla procedura per disavanzo eccessivo, uno scostamento non adeguatamente giustificato potrebbe comportare il rischio di rientrarvi. La flessibilità serve proprio a evitare che interventi motivati da queste circostanze eccezionali producano questo effetto. In questa situazione, quindi, bisogna stabilire delle priorità e rinunciare alle spese non necessarie o non urgenti, per esempio interventi che comportino un aumento strutturale della spesa, come l’eventuale ulteriore allungamento dell’età pensionistica. Le risorse devono essere concentrate sulle emergenze effettive, senza compromettere la sostenibilità dei conti pubblici.
Tra caro energia, inflazione e conti pubblici sotto pressione, dobbiamo prepararci a una manovra di sacrifici? Qual è il rischio concreto per le tasche degli italiani?
Il rischio concreto non deriva semplicemente dalla manovra. Il vero rischio è che il processo inflazionistico continui o si acutizzi. L’inflazione, da un lato, tende ad aumentare le entrate nominali dello Stato e quindi può, almeno in parte, aiutare i conti pubblici. Dall’altro, però, aumenta anche i costi dello Stato. E soprattutto c’è un problema legato al modo in cui l’inflazione incide sul sistema fiscale. Se l’inflazione aumenta i redditi nominali, ma non aumenta il loro valore reale, non significa necessariamente che le tasse aumentino in proporzione. Con un sistema di aliquote progressive, infatti, può accadere che un reddito che mantiene sostanzialmente invariato il proprio potere d’acquisto finisca comunque nelle fasce soggette ad aliquote più elevate e quindi venga tassato maggiormente. È il cosiddetto drenaggio fiscale. Per evitare questo meccanismo bisognerebbe indicizzare le aliquote e gli scaglioni all’inflazione, ma si tratta di una modifica del sistema fiscale che non può essere realizzata in poco tempo.
C’è poi un altro aspetto che secondo me viene spesso sottovalutato. L’attenzione si concentra sempre sulla legge di bilancio e sul Documento di programmazione finanziaria, come se in quei momenti si giocasse tutto. In realtà, una parte importante della partita si gioca nella gestione effettiva dei conti pubblici durante l’anno. Si può concordare con la Commissione europea un determinato obiettivo di deficit e poi ottenere un risultato migliore rispetto a quello previsto. Quando si approva la legge di bilancio, infatti, ogni partito tende a chiedere il finanziamento del proprio provvedimento caratterizzante. Ma successivamente, nella gestione concreta del bilancio, le cose possono cambiare: si possono ottenere risparmi, maggiori entrate o semplicemente una dinamica della spesa diversa da quella inizialmente prevista. È quello che è accaduto durante la mia esperienza al Ministero dell’Economia e sta accadendo anche oggi: il rientro del deficit può avvenire più rapidamente rispetto alle previsioni iniziali. Per questo non bisogna guardare soltanto alla fotografia della legge di bilancio. Bisogna guardare alla gestione complessiva dei conti pubblici e alla capacità del governo di mantenere, nel corso dell’anno, gli obiettivi che si è dato.
Con i rendimenti dei titoli di Stato sotto pressione, come si sostengono crescita e redditi senza perdere la fiducia dei mercati?
Non è necessariamente la spesa pubblica in più, in sé, a essere stigmatizzata dai mercati. Il problema è se questa spesa appare priva di una finalità precisa, se alimenta strutturalmente il deficit e se non contribuisce a migliorare le prospettive di crescita e sostenibilità dei conti pubblici. Se la fiducia dei mercati regge, il deficit non aumenta in modo strutturale e la spesa viene indirizzata soprattutto verso finalità di crescita, la situazione cambia. Se dovessimo ottenere una deroga per una maggiore spesa, le risorse aggiuntive dovrebbero essere utilizzate innanzitutto per sostenere gli investimenti produttivi. Penso, per esempio, agli investimenti nella produzione di energia da fonti rinnovabili e alla possibilità di costruire una maggiore autonomia energetica, riducendo così la nostra esposizione agli shock dei mercati globali.
Quanto ai redditi, gli interventi a sostegno delle famiglie devono essere interpretati correttamente. Se vengono concepiti non come un tentativo generalizzato di sostenere la domanda, ma come strumenti per mantenere la stabilità sociale, allora possono avere una funzione importante anche dal punto di vista della stabilità economica e finanziaria. La stabilità sociale, infatti, è una componente della stabilità economica e politica di un Paese. In una situazione di forte aumento del costo della vita, sostenere le famiglie più esposte può contribuire a evitare tensioni che avrebbero a loro volta conseguenze economiche. Quello che conta, quindi, è che ci sia una narrativa chiara e credibile e che la spesa pubblica aggiuntiva sia indirizzata correttamente: da una parte alla stabilizzazione del Paese e alla protezione delle fasce più vulnerabili, dall’altra agli investimenti capaci di aumentare la capacità produttiva e favorire la crescita.
Qual è l’errore che il governo deve assolutamente evitare in questa manovra?
Il governo deve evitare soprattutto una politica di spesa senza una strategia chiara: aumentare il deficit per finanziare misure che non rafforzano né la crescita né la stabilità del Paese. In una fase in cui i rendimenti dei titoli di Stato sono sotto pressione e il costo del debito è elevato, la qualità e la credibilità della spesa diventano ancora più importanti.
Possiamo continuare a parlare di sostenibilità del debito senza affrontare seriamente il problema della produttività? Quali riforme potrebbero produrre risultati concreti nel medio periodo?
No, non possiamo: la sostenibilità del debito dipende dalla crescita, e la crescita dipende in larga parte dalla produttività. Ma la produttività non aumenta per decreto. Dipende innanzitutto dalle imprese, che devono investire in tecnologia, migliorare i processi produttivi e innovare. Il compito della politica economica è creare intorno alle imprese le condizioni perché possano svolgere questo ruolo. Per questo le riforme che possono produrre risultati concreti nel medio periodo sono soprattutto due.
La prima riguarda gli incentivi. Non si aumenta la produttività attraverso sussidi a imprese che non innovano o che riescono a stare sul mercato soltanto grazie agli aiuti pubblici. Gli incentivi vanno disegnati in modo che servano a investire, innovare e aumentare la produttività. Gli aiuti non dovrebbero avere come obiettivo quello di proteggere indefinitamente imprese che non riescono a competere, ma quello di accompagnare processi di trasformazione e di crescita.
La seconda riguarda gli ostacoli che oggi frenano chi vuole investire. È facile dire che servono cento miliardi, o mille miliardi, magari sottolineando che gran parte degli investimenti dovrebbe essere privata. Ma il punto vero è un altro: chi fa questi investimenti e perché dovrebbe farli? Se un’impresa incontra troppi vincoli, tempi troppo lunghi, costi eccessivi o un quadro normativo incerto, anche gli incentivi finanziari rischiano di non produrre gli effetti sperati. Rimuovere queste difficoltà è la condizione perché gli incentivi funzionino. La politica economica dovrebbe quindi concentrarsi meno sull’idea di sostituirsi alle imprese e più sulla costruzione di un ambiente nel quale sia conveniente investire, innovare e aumentare la produttività. È questo che, nel medio periodo, può incidere realmente sulla crescita e quindi anche sulla sostenibilità del debito.


