Dire che Bruxelles abbia già risposto picche alla lettera di Giorgia Meloni sulla flessibilità europea significa, almeno per ora, andare oltre i fatti. Alcuni giornali, Repubblica compresa, hanno letto le prime dichiarazioni della Commissione come un sostanziale stop. Ma quelle parole sono state pronunciate quando la lettera del governo italiano non era stata ancora ricevuta. La portavoce Paula Pinho ha ricordato che agli Stati membri è stata «già data più flessibilità»; subito dopo Balazs Ujvari ha però precisato: «Non abbiamo ancora ricevuto la lettera». Difficile, dunque, considerarla una bocciatura nel merito.
C’è poi un precedente che a Roma viene guardato con interesse. Il 17 settembre, appena due settimane prima della lettera di Meloni, la Commissione ha formalmente raccomandato di consentire alla Grecia una deviazione dal proprio sentiero massimo di crescita della spesa attraverso l’attivazione della clausola nazionale di salvaguardia. Non è esattamente ciò che Roma sta chiedendo: Atene si è mossa dentro una finestra già prevista, mentre l’Italia vuole che l’inflazione imprevista venga considerata nella valutazione del rispetto dei percorsi di spesa.
Ma politicamente il precedente conta. Dimostra che il principio secondo il quale esigenze eccezionali legate anche alla sicurezza energetica possono incidere sull’applicazione dei vincoli di spesa è già entrato concretamente nella macchina comunitaria. E la Grecia potrebbe diventare una delle sponde naturali dell’Italia. Non soltanto per quel precedente: a luglio Atene figurava insieme a Roma nel gruppo dei dieci governi che hanno chiesto di ripensare l’ETS2 per evitare ulteriori costi su carburanti e riscaldamento. Qui emerge uno dei punti più interessanti della partita italiana. Meloni non ha necessariamente bisogno di trovare una pattuglia di governi disposta a sottoscrivere parola per parola la sua lettera. Può essere sufficiente costruire a Bruxelles una sorta di coalizione a geometria variabile, nella quale Paesi differenti convergano, per interessi diversi, su singoli pezzi del dossier.
A luglio Italia, Polonia, Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Grecia, Ungheria, Romania e Slovacchia hanno chiesto alla Commissione di riconsiderare l’applicazione dell’ETS2. Secondo Reuters, quel gruppo dispone anche di un peso sufficiente per costituire una minoranza di blocco su modifiche considerate penalizzanti. Non è una coalizione sulla lettera Meloni, ma è la dimostrazione che sull’energia Roma non parte necessariamente isolata. C’è poi una variabile apparentemente più sorprendente: la Germania.
Berlino resta molto prudente quando la discussione si sposta sulla flessibilità delle regole fiscali e sarebbe sbagliato presentarla come sostenitrice della richiesta italiana. Ma anche il governo tedesco si trova a fare i conti con l’aumento dei prezzi dell’energia e dell’inflazione. Le nuove stime del governo portano l’inflazione tedesca al 2,7% nel 2026 e al 3% nel 2027, mentre Berlino ha già deciso una riduzione temporanea delle imposte su benzina e diesel. Meloni cita pensioni e altre prestazioni indicizzate e quantifica nel 20,4% del Pil la quota di spesa italiana direttamente interessata da un’inflazione significativamente superiore alle previsioni utilizzate per costruire il piano di bilancio. Un altro 12% riguarda componenti che potrebbero subire gli effetti dell’aumento dei prezzi già nel 2027. Roma chiede quindi che Bruxelles tenga conto di questi «fattori rilevanti» quando valuterà il rispetto del percorso di spesa. «Non è un dettaglio tecnico. È il cuore politico del negoziato.
L’Italia non sta chiedendo formalmente di cancellare il nuovo Patto di stabilità né di ignorare gli impegni assunti sulla riduzione del deficit. Al contrario, nella missiva viene ribadito l’obiettivo della sostenibilità del debito», spiega una fonte di Palazzo Chigi a conoscenza del dossier. La questione è diventata ancora più delicata con l’impennata dell’inflazione, che preoccupa ormai non soltanto Bruxelles ma anche Francoforte. A settembre l’inflazione è salita al 4,1% in Italia, al 5% in Spagna, al 3,4% in Francia e al 3,3% in Germania. La Bce osserva soprattutto la possibilità che lo shock energetico produca effetti più duraturi sui prezzi.
Roma sostiene che uno shock inflazionistico alimentato in larga misura dall’energia non possa essere trattato alla stessa stregua di un aumento discrezionale della spesa deciso dal governo. E chiede inoltre di poter utilizzare almeno parte delle maggiori entrate fiscali generate dall’inflazione per misure temporanee e mirate a favore di famiglie e imprese. Il problema, del resto, non riguarda più soltanto l’Italia. Nel 2026 i governi dell’Unione hanno già speso 17,9 miliardi di euro per attenuare gli effetti dei rincari di petrolio e gas. La Commissione prevede ora un’inflazione dell’eurozona intorno al 3% nel 2026 e prospettive per il 2027 peggiori rispetto alle precedenti stime. Ed è su questo terreno che Palazzo Chigi vuole spostare il confronto: non una deroga costruita su misura per Roma, ma una discussione europea su come applicare i nuovi parametri fiscali davanti a uno shock che sta colpendo contemporaneamente più economie. C’è inoltre un particolare passato quasi inosservato.
Quando i portavoce della Commissione spiegavano di non avere ancora ricevuto la lettera Meloni, un altro documento sostenuto dall’Italia era già sulle scrivanie di Bruxelles: il paper congiunto Roma-Praga, ricevuto dalla Commissione il giorno precedente e destinato al Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre. Dentro ci sono misure temporanee sull’ETS, maggiore flessibilità nell’assegnazione delle quote, interventi sulle regole relative al metano e il rinvio dell’ETS2. La trattativa sull’energia, dunque, non nasce con la lettera a von der Leyen: viaggia già su più tavoli. E c’è un ulteriore elemento che Roma può spendere nel confronto. Il governo sta contemporaneamente cercando di riportare il deficit 2026 sotto il 3% e Giorgetti continua a negoziare con Bruxelles il percorso che dovrebbe consentire all’Italia di uscire dalla procedura per deficit eccessivo. Il messaggio politico che Palazzo Chigi può portare al tavolo è quindi piuttosto preciso: chiedere margini contro lo shock energetico senza rimettere in discussione il percorso di consolidamento dei conti. Poi a Palazzo Chigi sono sciuri che l’ottimo rapporto costruito da Giorgia Meloni con Ursula von der Leyen avrà un suo peso, senza contare, dentro la Commissione, il cosiddetto “fattore Fitto”. Il vicepresidente esecutivo della Ue italiano, naturalmente, non decide sulle regole di bilancio e non può essere considerato l’intermediario del governo italiano dentro una Commissione della quale è vicepresidente. Sarebbe istituzionalmente improprio. Ma sarebbe altrettanto sbagliato considerare irrilevante la sua presenza.
A settembre Fitto ha ricordato che circa 15 miliardi di euro sono già stati riprogrammati per sostenere le imprese europee e rendere i territori più competitivi. «Fitto si è dimostrato impeccabile nel suo ruolo europeo e nell’equidistanza rispetto ai 27 Paesi. Non si tratta quindi di immaginare sconti per l’Italia. Ma non va sottovalutato il fatto che Roma disponga ai vertici della Commissione di un vicepresidente esecutivo che conosce dall’interno sia i dossier italiani sia i meccanismi negoziali di Bruxelles», osserva una fonte interna alla Commissione. E nelle prossime settimane la richiesta italiana potrebbe diventare qualcosa di più di una questione nazionale. Dietro Roma esiste già un mosaico di interessi: la Grecia sulla flessibilità energetica, la Polonia e diversi Paesi dell’Est sull’ETS2, la Germania alle prese con il caro energia, Francia e Spagna con inflazione e margini di bilancio sempre più difficili da gestire.
Non è ancora un fronte comune. Né è detto che lo diventi. Ma è abbastanza per rendere il prossimo negoziato meno scontato di quanto suggeriscano le prime reazioni di Bruxelles. Perché la vera scommessa di Roma è questa: trasformare una richiesta italiana in una questione europea. Se al Consiglio non arriverà soltanto la lettera di Meloni, ma la somma delle preoccupazioni di più capitali, il confronto cambierà inevitabilmente natura. E allora non si discuterà più soltanto di quanta flessibilità concedere all’Italia. Si discuterà di quanto le regole europee possano adattarsi a uno scenario economico che, rispetto a quando quelle regole furono scritte, è già cambiato.


